Il rilancio popolare della Odissea omerica ci può aiutare meglio a comprendere la vicenda Roggiero. La vendetta è un naturale sentimento umano che nasce dalla esigenza di riscattare un torto subito; ma se diventa criterio regolatore dei rapporti sociali, non c’è altro che il caos. Qui spiego perché i giudici del signor Roggero hanno irrogato la pena minima di legge, e tutte le attenuanti concedibili in considerazione della violenza inizialmente subita dall’imputato. La Politica sia responsabile, non fomenti odio, rancore ed ignoranza, si assuma invece la responsabilità di spiegare, informare, convincere. Una mia riflessione oggi sul Foglio👇👇
Vorrei far notare che la inapplicabilità della legittima difesa al caso #Roggero è sancita dalla “riforma Salvini”, che ha sì introdotto il principio per il quale la difesa verso chi si introduce nel mio domicilio è SEMPRE legittima, ma a CONDIZIONE CHE IL PERICOLO SIA ATTUALE. Se chi si è introdotto nel mio domicilio (per rubare, stuprare, rapinare, fate voi) se ne è poi andato, e io lo inseguo e lo uccido, SECONDO LA STESSA “LEGGE SALVINI”, la legittima difesa non è (ovviamente!) MAI invocabile. Se a ciò si aggiunge che il Roggero è stato condannato alla minima pena irrogabile per un duplice omicidio volontario ed un tentato omicidio, con concessione di tutte le attenuanti concedibili (generiche e provocazione), sarei grato se mi si facesse comprendere di cos’altro esattamente stiamo parlando. Grazie.
Lo squallore ed il degrado di vedere ministri della Repubblica che - al fine di raccattare quattro voti di persone violente che avrebbero bisogno di apprendere cosa sia lo stato di diritto invece d'essere compiaciuti - predicano la faida, la giustizia fai da te, il pluriassassino "buon padre di famiglia" (magari perche' vota per loro) ed altre sconcezze indefinibili, dovrebbe far capire a quella parte d'Italia che ha a cuore il proprio futuro e la convivenza civile che il vero pericolo, oggi, e' piu' interno che esterno.
Il pericolo viene da una classe politica mediocre e moralmente corrotta, incapace di governare e di riformare il paese e pronta ad ogni forma di squallida retorica populista e di scempio dei conti dello stato pur di comprarsi qualche voto, o ben per clientela e sussidio o ben alimentando l'odio sociale.
La battaglia e' anzitutto interna al nostro paese.
Chi vuole un futuro degno deve coalizzarsi e ridare dignita' alla politica, al governo, alle istituzioni dello stato. @ora_italia
Domanda interessante che mi hanno fatto ieri. Ma quindi @ora_italia è un partito antisistema?
Ecco. Se mettere al centro il futuro reale dei giovani e le riforme essenziali per la crescita come battaglie principali > significa essere antisistema. Allora beh: sì.
Se dire poi, chiaramente, che serve intervenire sul tema pensioni per dare davvero un futuro ai giovani > significa essere antisistema. Allora beh: sì.
Se opporsi fermamente all'infinita logica dei bonus proponendo invece un taglio strutturale delle tasse sul lavoro > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se rifiutare l'assistenzialismo elettorale per rimettere al centro innovazione, tecnologia, merito e produttività > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se puntare su un'università moderna, accessibile e competitiva, anziché un sistema baronale e autoreferenziale > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se difendere il diritto internazionale senza doppie morali, sostenendo la resistenza dell'Ucraina contro l'invasione russa e la fine dell'occupazione e delle sofferenze del popolo palestinese > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se proporre senza indugi di inserire il nucleare nel mix energetico nazionale per garantire energia pulita, continua e a prezzi competitivi per le imprese > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se considerare la spesa pubblica improduttiva il vero macigno che blocca i salari e soffoca la competitività delle nostre imprese > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se rifiutare l’idea per cui su ogni tema esista una risposta "di destra" o "di sinistra" e scegliere semplicemente quella che funziona > significa essere antisistema. Allora beh, sì.
Se tutto questo è "antisistema", allora forse il sistema attuale è palesemente rotto.
Serve qualcuno che aggreghi con coraggio gli italiani (e sono tanti) che credono sia ancora possibile costruire un futuro di crescita per questo Paese. @ora_italia
🇬🇧 Keir Starmer has become the sixth Prime Minister to leave office since Brexit.
Labour spent 14 years out of power and less than two in government.
At some point, the country must accept this is not a party problem.
1. The UK suffers from chronic underinvestment, weak productivity, Brexit damage and repeated energy shocks caused by fossil-fuel dependence.
2. Brexit broke Britain’s migration model, with EU net migration falling from around +322,000 in 2016 to -70,000 in YE June 2025, while non-EU net migration reached +383,000
The UK needs economic reintegration with Europe, pro-investment reforms, and faster electrification to reduce fossil-fuel dependence and avoid future energy shocks.
Changing Prime Ministers every two years will not fix Britain’s economic model.
Uno Stato giusto non schiaccia chi produce reddito.
Ogni mese i contributi dei lavoratori finanziano le pensioni attuali. Ma i contributi non bastano per sostenere il sistema pensionistico: nel 2024 lo Stato ha trasferito all’INPS circa 180 miliardi (oltre i 300 che ottiene già dalle tasse sul lavoro).
Dove vanno questi soldi?
2 milioni di pensionati percepiscono un reddito totale non superiore a una volta il minimo.
14 milioni di pensionati sono sopra la soglia minima (ogni pensionato percepisce in media 1,4 prestazioni.)
€29.019 lordi è il reddito pensionistico medio, escludendo le pensioni sociali (prive di contribuzione) e gli assegni di reversibilità.
E il resto degli italiani non pensionati?
Secondo i dati OCSE, l’Italia è uno dei pochi Paesi sviluppati dove i pensionati guadagnano in media più dei lavoratori attivi.
Intanto chi lavora: stipendi bassi, precarietà, tasse record sul lavoro.
Chi è davvero fragile va protetto.
Chi in passato ha ottenuto vantaggi irripetibili deve contribuire.
Serve un ricalcolo graduale delle sole pensioni retributive, proporzionato all’importo percepito e al reddito familiare.
Nessun intervento sulle pensioni sotto la soglia di povertà assoluta regionale.
L'impatto è contenuto tra le pensioni medie (~2.100 e ~2.700 €/mese lordi). Progressivo oltre.
Così risparmiamo 6–12 miliardi/anno per abbassare le tasse sul lavoro e da reinvestire in istruzione, welfare e politiche per la famiglia.
Uno stato giusto deve difendere chi lavora oggi e chi lavorerà domani. Serve riequilibrio, ORA!
"The pie is fixed. The Earth is a closed system. You cannot have infinite growth on a finite planet."
I hear this constantly, and it's delivered like a law of physics — case closed, only a compromised economist could disagree.
It's wrong. And the mistake is revealing, because it isn't in the physics. It's in the economics smuggled inside the physics.
Today the US government ordered Anthropic to cut off its most capable AI models — Fable 5 and Mythos 5 — to every foreign national on earth. Not just rivals. Allies. Even Anthropic's own non-American employees. Within hours, 34 million people had seen the announcement.
The official rationale is national security. The real question it forces is bigger than any export rule: in a world where machines are becoming strategically decisive, who gets to think with the best ones?
There's a serious argument for the monopoly — frontier AI as something closer to fissile material than software, best kept in few, accountable hands. I take that argument seriously in the essay. And I think it fails, fatally, on one fact: the monopoly cannot exist. In January 2025 a Chinese lab published open-weight models at the frontier, for anyone to download. You cannot embargo a number once it's discovered.
What's left, once you accept that, is the most dangerous configuration of all: one government deciding who may think with the smartest machines — revocable overnight, applied even to friends.
The answer isn't a bomb you hoard. It's the opposite of scarcity. Safety in this technology comes from plurality: many models, many developers, many jurisdictions, no single hand on the switch.
For Europe, this is a fire alarm. You cannot regulate your way to relevance in a technology you can be cut off from at will. The one card that answers a passport-based embargo is open weights — models you can run on your own hardware, that no directive in Washington or Beijing can switch off.
And Europe should go further: open its doors to every AI firm and researcher on earth — many of them European already — with a guarantee that here, this will never happen to them. This is the moment that tests who had real social concerns all along, and who only wanted a seat at the regulator's table.
Frontier intelligence is too important to be rationed by passport.
This is a defining moment, for AI and for geopolitics.
Six famous economists — @JosephEStiglitz , @PikettyWIL , @jasonhickel among them — published a manifesto in the @guardian last week: "growth is a doomed strategy." They say they've done the maths.
I checked the maths.
The claim that growth failed the poor is contradicted by the most uncontroversial dataset in economics: extreme poverty fell from 44% of humanity in 1981 to under 10% today — during the very decades they call a failure. China alone lifted 800 million people, not with a UN roadmap, but with growth.
The "92% of excess emissions" statistic? It's one of the authors citing his own paper, without saying so — and it's not a measurement, it's a moral allocation dressed up as data.
The policy toolkit — "public control of strategic assets," "credit guidance" — has a track record: Soviet collectivization, the Great Leap Forward, Venezuela, and Sri Lanka's 2021 fertilizer ban, which starved the poor it claimed to serve within eighteen months.
What worries me most: degrowth is being marketed to young people who feel locked out — telling them their stagnation is virtue. It's a swindle. The young aren't victims of too much growth. They are the first victims of its absence.
Growth is the only anti-poverty program that has ever worked.
No, sweetie.
Donetsk was a city of a million roses when its own Ukrainian flag flew above it.
Back then, it was also the fastest-growing and most rapidly prospering city in Ukraine -- home to what was the finest regional airport in Eastern Europe, one of the world's best football stadiums, a state-of-the-art railway terminal, and one of the cleanest, best-maintained cities in the region.
Its elites were running Kyiv, and every time I visited Donetsk as a student, riding the famous trolleybus Route No. 2 through the city, I was amazed by how many new office buildings were appearing, how much money was flowing into the city, and how many international companies were opening their doors there.
Fifteen years ago, to us kids from Donbas, Donetsk felt like the center of the universe because it had everything one could possibly dream of. It was a young city of universities and libraries, where the overwhelming majority of boys and girls from across Donbas went to study, including those from my own small hometown an hour away by bus.
Names like Liverpool or Detroit Rock City may mean nothing to you, but our Ukrainian Donetsk was a city of great rock clubs and unforgettable concerts. We traveled there to see Western bands perform.
We bought rock merchandise at the legendary Right House store near Krytyi Market. Scorpions, Rihanna, and Beyoncé performed at the famous Donbass Arena. Schoolchildren from across Donbas were bused in to watch Shakhtar Donetsk matches. The city even had a famous monument to The Beatles.
It was a city where we sang songs on guitars in its beautifully maintained parks and along the Kalmius embankment before heading out to buy the famous "green Donetsk burgers." Our older friends moved there after graduation, formed rock bands, recorded full albums, and held wedding celebrations in the squares around Donbas Arena. We traveled there to visit the legendary Radio Market in search of films, music, and books.
And then you arrived.
And you turned the wealthiest, most prosperous Ukrainian city into a piece of shit.
You deceived many of its people with sweet promises of Russian oil-fueled prosperity broadcast from television screens, but what you brought instead was war.
You transformed a thriving city into a criminal wasteland ruled by ethnic gangs from Russia, into a kingdom of Stalinist terror straight out of the 1930s, complete with torture chambers in the infamous Izolyatsia prison camp. You turned the magnificent Donetsk Airport into lifeless gray rubble, while the vast stands of Donbas Arena have spent a second decade slowly being reclaimed by weeds instead of hosting Champions League finals and Metallica concerts.
You swept away an entire generation of the city's men through your forced mobilization and threw them against Ukrainian machine guns until there were barely enough people left to keep basic municipal services running. Because of you, prosperous Donetsk became a withered desert without reliable water, because your war destroyed the canal system that carried water from the Siverskyi Donets River into Donbas. For years now, people have lived with chronic water shortages and have been reduced shitting into plastic bags forever.
You dragged Donetsk back like seventy years in time. You turned it into a depressed backwater, devoid of hope and future. Even ten years ago, tens of thousands of people, the most active, the most talented, the most entrepreneurial, fled the city and found refuge in Kyiv and elsewhere in Ukraine. Many of them still remember our Donetsk with tears in their eyes, the Donetsk that existed before the arrival of the "Russian World."
You transformed it into something that even my pro-Russian acquaintances are shocked to see when they return after years of occupation.
It was you who trampled the million roses of our Ukrainian Donetsk into shit beneath the tracks of your tanks and the boots of your death troops, turning them into a foul swamp of death and despair.
And that stain will forever remain on the conscience of fascist Russia, which brings nothing but destruction, decay, and death wherever it goes.
A scrutinio quasi concluso il partito del premier europeista Nikol Pashinyan, Contratto Civico, sfiora la maggioranza assoluta con il 49,82, contro il 23,33% del partito filorusso Armenia Forte. L’unico altro partito ad aver superato la soglia di sbarramento è “Democrazia, Legge, Disciplina”, partito populista dell’ex ufficiale di polizia Vardan Ghukasyan diventato un seguitissimo blogger e influencer politico, la cui posizione è di costante attacco contro le élite e di sostanziale equidistanza tra i due principali candidati.
L’elettorato armeno sembra aver dunque abbondantemente bocciato la linea pro-Russia e premiato la prospettiva di un avvicinamento all’UE, nonostante i brogli e le ingerenze di Mosca. Le minacce esplicite di Putin di fare dell’Armenia una nuova Ucraina hanno evidentemente pesato assai meno dei timori di diventare una nuova Bielorussia.
Incredibile che la piccola, povera ed esposta Armenia, abbia scelto di tenersi la libertà anziché cedere alle minacce militari e al ricatto del gas, mentre i nostri stellati sovranisti con la “schiena a dritta” e il petto in fuori ci propongano di fare l’esatto contrario.
80 anni fa, nello stesso giorno, 3 fatti epocali:
-Votammo per darci una costituzione antifascista
- Per la prima volta votarono le donne
- Scegliendo la Repubblica, ci liberammo di una delle case reali più inette e codarde della storia
80 anni dopo abbiamo il dovere di difendere le scelte di quel 2 giugno
Ogni anno, il 2 giugno, mi fermo.
Non è un obbligo di protocollo: è qualcosa di più personale.
Ho trascorso decenni in uniforme, ho visto cosa significa per un Paese tenere insieme la propria storia e il proprio futuro in una sola ricorrenza.
Quella capacità — rara, non scontata — appartiene all'Italia in modo del tutto particolare.
Il mio ruolo al Comitato Militare della NATO mi impone una neutralità che rispetto e in cui credo: trentadue nazioni alleate, nessuna da privilegiare, nessuna da trascurare. Eppure la neutralità non è cecità.
Dal mio punto di osservazione vedo ogni giorno quello che i singoli Alleati portano all'interno dell'Alleanza, non soltanto in termini di truppe e sistemi d'arma, ma di cultura, di metodo, di presenza.
E posso dire, senza violare alcuna neutralità, che l'Italia è apprezzata.
Profondamente, trasversalmente apprezzata.
Non è soltanto quello che porta, come i contingenti nei Balcani, la presenza nel Mediterraneo, il contributo al fianco est in un momento in cui la guerra è tornata sul suolo europeo con una brutalità che nessuno di noi avrebbe voluto rivedere.
È il modo in cui lo porta.
C'è una capacità italiana di stare nei teatri più difficili con rigore militare e intelligenza umana insieme, che i partner riconoscono e che ho imparato ad apprezzare sul campo, prima ancora di arrivare a questo incarico.
Il 2 giugno 🇮🇹 è anche l'occasione per ricordare perché tutto questo è possibile: perché esiste un patto solido tra le Forze Armate e la Repubblica.
Le istituzioni democratiche — nazionali ed europee, la #NATO come l'Unione Europea 🇪🇺 — danno senso alla missione; le Forze Armate restituiscono a quelle istituzioni la concreta possibilità di esistere e operare in libertà.
È una reciprocità che, quando funziona davvero, è una delle cose più belle che un Paese sappia esprimere.
Questo legame però deve allargarsi.
La sicurezza oggi - e alla NATO lo sappiamo bene - passa dal cosiddetto “whole-of-society” approach: non si costruisce cioe’ soltanto nelle caserme, ma nella quotidianità di una società che conosce i propri rischi, si fida delle proprie istituzioni e sa come rispondere.
L'Italia ha tutto ciò che serve per essere un punto di riferimento in questo.
Lo dico con convinzione, non per cortesia.
Non potendo essere presente oggi, a tutte le donne e gli uomini in uniforme che oggi sfileranno, o che si troveranno lontani in qualche posto del mondo che sulla cartina pochi saprebbero indicare, ma anche a chi, per difendere quei valori che oggi celebriamo, ha sofferto, talvolta sino all’estremo sacrificio: grazie.
Non e’ una formula. È la cosa più vera che mi sento di scrivere in questo giorno.
Buona Festa della Repubblica!
(@formichenews)
Sull’ipotesi di ingresso di Kyiv nell’UE si è scatenato un circo che la dice lunga su quanto il nostro paese resti fondamentalmente un’Italietta senza visione, fatta di piccole bottegucce e orticelli da proteggere, gestita da venditori di pentole di varia fatta che si atteggiano a statisti.
Salvini ad esempio ha fienili e trattori a cui dover rendere conto, quindi non dice che l’eventuale ingresso di un colosso agricolo come l’Ucraina sarebbe inevitabilmente accompagnato da norme di adattamento che impedirebbero di dirottare a est tutti i fondi del PAC.
Conte ha la scusa della “pacieh” e spiega che tirare dentro un paese in guerra ci trascinerebbe tutti nel conflitto. Ma lo può dire chi non ha mai letto l’articolo 42 del Trattato sull’Unione Europea, che parla, si, di mutua assistenza, ma lasciando ai governi la scelta dei mezzi, che possono consistere anche in un supporto economico, umanitario e militare, cioè quello che facciamo già.
L’uscita più interessante, però, mi pare quella di @StefanoFassina, il quale al @fattoquotidiano (e a chi sennò?) dichiara che far entrare l’Ucraina ed altri, immetterebbe sul mercato 70-80 milioni di lavoratori sottopagati che rischierebbero di creare un gigantesco dumping sociale.
Ovviamente, si tratta di numeri completamente campati in aria. Le uniche candidature immaginabili al momento si limitano infatti all’Ucraina e ai paesi balcanici, che in totale contano 56 milioni di abitanti. Il che significa tra i 22 ed i 24 milioni di lavoratori. Lo stipendio medio in questi paesi non è di 400, ma di 600-850 euro. Ora, faccio presente a Fassina che tra il 2004 ed il 2007 sono entrati a far parte dell’UE 12 paesi, che hanno portato in dote 45 milioni di lavoratori (cioè il doppio di quelli degli stati in attesa), con un gap stipendiale di gran lunga superiore a quello degli attuali candidati. Nonostante questo la mobilità interna negli anni successivi si è limitata a circa 4-5 milioni, i quali hanno per lo più occupato posizioni scoperte. Inoltre Fassina dimentica che 6 milioni di Ucraini si sono già spostati all’estero nei primi mesi di guerra e molti di loro si sono integrati. È dunque probabile che a seguito di un ingresso nell’UE, con le nuove opportunità che gli investimenti comporterebbero, si determinerebbe semmai un esodo al contrario, cioè un rientro di milioni persone in patria. Quelli di Fassina sono quindi numeri sparati a caso che servono a giustificare la chiusura antieuropeísta dell’intervista, nella quale spiega che l’idea di ammettere Kyiv è un modo con cui le élite politiche di Bruxelles puntano a sopravvivere attraverso uno status di guerra permanente. Il fatto che si ritrovi a dire roba tipo “prima gli italiani” e “Europa guerrafondaia” come un Vannacci qualsiasi non sembra sembra destare in lui alcun turbamento.
Un cenno lo meritano infine anche le parole del Ministro @GuidoCrosetto, che devo dire sono state per me la delusione peggiore di tutte. Non perché i timori legati alle sfide che un ingresso dell’Ucraina siano infondati, ma per l’approccio opportunista e la totale mancanza di strategia che le sue parole rivelano. Affermare che Kyiv non può entrare ma può fare con noi accordi sulla difesa vuol dire semplicemente tenere un intero paese fuori dalla porta e pretendere che ti dia solo quello che ti serve. Inoltre dire che la guerra è un ostacolo anziché immaginare che l’Europa sia il mezzo migliore per concluderla lancia un messaggio pericoloso a Vladimir Putin. E cioè che se vuole impedire che paesi come l’Armenia e la Moldova entrino nell’UE è proprio la guerra lo strumento che deve utilizzare, perché è l’unico in grado di arrestare il processo. Sarebbe inoltre la vera ricompensa per i 12 anni di aggressione all’Ucraina, iniziata proprio per impedire l’avvicinamento all’UE. Chiedo a Crosetto: se ancora una volta confermiamo allo zar che aggredire, uccidere e bombardare paga, come possiamo pretendere che smetta di farlo?
@DeShindig “Non possiamo far entrare il paese con l’industria della difesa più avanzata al mondo in UE, scontenteremmo i contadini che campano di sussidi e producono solo braccianti mutilati”
-il ministro della difesa, apparentemente.