Liberale, liberista, libertaria, ma soprattutto libera. Edonista, innamorata di mio marito, dei miei figli e... della danza! È mio l'account D A N Z A @DdiDanza
✍🏻 Niram Ferretti
LA VITTORIA POSTUMA DI GOEBBELS
Ovviamente non poteva mancare al Premio Strega il riferimento al "genocidio del popolo palestinese", come ha affermato lo scrittore Matteo Nucci, secondo finalista.
Il "genocidio del popolo palestinese" è quell'ingrediente essenziale, indispensabile per ogni occasione pubblica che si rispetti, gara canora, tenzone letteraria, cinematografica, sagra dell'uva e della porchetta. Dove c'è un palco, dove c'è un pubblico, chi può salire sul palco e parlare sa che se si mette questo distintivo sul bavero della giacca o lo appunta alla camicia riscuoterà l'applauso di rito.
Un'epoca come la nostra in cui lo slogan è diventato il sostituto del pensiero non può che produrre realtà parallele, alterazioni della mente senza il sostegno di stupefacenti.
Se Goebbels oggi fosse vivo sarebbe al settimo cielo, lui che aveva teorizzato per primo come la ripetizione costante di una menzogna si sarebbe trasformata in verità. Cosa avrebbe potuto fare il Terzo Reich con Internet, con i mezzi di diffusione immediata della propaganda di cui disponiamo oggi?
Milioni e milioni di individui avrebbero creduto senza battere ciglio che gli ebrei erano i nemici per antonomasia del genere umano e che la loro eliminazione in massa si rendeva assolutamente necessaria.
Al decimo emendamento del Campo Largo su come rendere ancora più casuale il sorteggio di chi decide le carriere dei professori universitari, non ce l’ho più fatta…
… e ho posto loro una domanda estremamente semplice.
Donald #Trump: “Penso che Meloni sia una bella persona. Avevamo un buon rapporto. È diventata di nuovo un po' cattiva. Non le ho fatto molta pressione, ma lei ha rifiutato di lasciarsi coinvolgere direttamente sullo stretto di Hormuz, o si potrebbe anche dire solo dall'Iran. Si è rifiutata di farsi coinvolgere, quindi ha inasprito un po' il mio rapporto con lei, ma mi piace. Penso che sia una brava persona, in realtà. Ma penso che abbia fatto un errore, loro ottengono molto del loro petrolio noi non otteniamo niente del nostro, ne abbiamo molto. Gli Stati Uniti hanno più petrolio di chiunque altro, e se a questo aggiungi il Venezuela, è come se avessimo molto più petrolio di chiunque altro. Non abbiamo bisogno dello Stretto. Lo facciamo perché pensiamo che sia una cosa importante da fare, ma lo facciamo, ma lei semplicemente non era lì per noi e non ne ero felice. Potete immaginare, non ne ero felice"
La parabola del Buon Samaritano viene spesso usata per sostenere una lettura socialista del cristianesimo, ma in realtà racconta qualcosa di molto diverso: un uomo libero che, davanti a una persona ferita, sceglie personalmente di fermarsi, prendersene cura e pagare di tasca propria.
Il Samaritano non chiede a Roma di tassare altri cittadini, non delega il problema a un’autorità pubblica e non trasforma la compassione in un obbligo imposto per legge. Usa il suo tempo, i suoi beni, il suo denaro e la sua responsabilità.
Questo è il punto decisivo: la parabola parla di carità, non di redistribuzione; di virtù personale, non di coercizione politica.
Il cristianesimo chiede all’uomo di amare concretamente il prossimo. Il socialismo, invece, pretende di sostituire la carità volontaria con l’amministrazione forzata della ricchezza altrui.
Quando Gesù conclude la parabola, non dice: “Va’ e chiedi a Cesare di occuparsene”.
Dice: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
Tu, non lo Stato.
Per questo il Buon Samaritano non è una parabola socialista, ma una parabola profondamente volontarista: insegna che il bene ha valore morale quando nasce dalla libertà, dalla responsabilità personale e dal sacrificio concreto di chi sceglie di occuparsi del prossimo.
Ehi, @TizianaFerrario che blocca, ho letto il tuo tweet dove parli di @realDonaldTrump che offende la nostra PdC @GiorgiaMeloni e, ti dirò,non riesco a capire se fa più schifo quello che hai scritto tu o quello che ha scritto lui.E taggala la PdC quando "sparli" di lei #Vigliacca
Sapete come nasce un Vannacci?
Nasce quando un cittadino chiede più sicurezza e viene liquidato come razzista.
Quando un cittadino dice che bande di irregolari in strada sono un problema, e i politici gli danno del fascista.
Quando la polizia ferma un irregolare per aver commesso un reato, e il giorno dopo quello stesso irregolare è in strada.
Quando una religione palesemente è incompatibile con il modo di vivere Occidentale, ma se lo fai notare ti danno dello xenofobo.
Quando lo Stato abbandona la sua funzione di proteggere i cittadini e si preoccupa soltanto di proteggere una narrazione di un'integrazione malsana e disfunzionale.
Una narrazione secondo cui tutto va bene, l’integrazione funziona, la sicurezza è solo una percezione, e chi protesta è automaticamente razzista, fascista o xenofobo.
Ma i cittadini non smettono di vedere ciò che vedono solo perché qualcuno li insulta. Non cambiano idea perché vengono moralmente ricattati.
Semplicemente capiscono che lo Stato è diventato un nemico e votano chi promette di rimettere lo Stato al loro servizio.
Vannacci è stato bravissimo nella comunicazione in tal senso.
E chi vuole sconfiggerlo deve smetterla di fare finta che non esiste un problema sicurezza, e proporre soluzioni.
Perché il problema sicurezza esiste.
Ma mentre Vannacci offre soluzioni, dall'altra parte negano e accusano le vittime di essere razziste.
Recap #SinnerMochizuki
Diciamolo subito, nessuno dubitava dell’esito. Perché va bene che la palla è rotonda, la felicità a momenti e il futuro incerto, ma ci stanno delle leggi della natura che superano persino la più capricciosa delle fatalità: una di queste è Sinner Mochizuki in tre.
Andiamo con ordine.
Il gioco del giapponese è un cocktail retrò, agitato non mescolato. Erbaiolo puro, va a rete 40 volte a match, 50 nei turni dispari. Ha la seconda di Errani e un motorino sotto i piedi. Gioca palle lente, basse e piatte, ma poi usa il rovescio lungolinea come una katana. Per lo più pacato e monoespressivo come Ben Affleck senza JLo, le poche volte che sbaglia una volée ingoierebbe il manico della racchetta.
Per un giocatore di ritmo come Sinner, tentare di appoggiarsi su pastarelle e maritozzi per due ore e mezza non è stato proprio il massimo della vita. Mochizuki non è mai veramente pericoloso, ma sicuramente fastidioso. Come quella zanzara che su 149 milioni di km² di terre emerse, decide di ronzare proprio sull’orecchio tuo.
Il gioco di Sinner migliora, ma continua ad avere qualche alto e basso. In parte per le caratteristiche di Muchizuki, ma anche per l’atteggiamento aggressivo e propositivo che a Wimby non ha ancora trovato continuità.
Nota per i Tuttapposters: per alti e bassi s’intende nella scala Jannik, non in quella degli umani.
La cosa positiva è che i bassi sono sempre meno bassi e gli alti sono sempre più maestosi, e tanto basta.
Però lo ammetto: vederlo giocare il tie break col sangue di drago del vero erede del Trono di Spade, mi ha fatto chiedere come sia stato possibile proprio arrivarci al tie break.
Forse se lo è chiesto pure lui, visto il modo in cui diverse volte con lo sguardo ha incenerito il box e l’anima di Vagnozzi.
Non importa, è giusto che le leggi della natura conservino i loro piccoli misteri.
Struff ai quarti. Forza alè alè.
#sinner #janniksinner #tennis #wimbledon
👍👍👍👍👍👍
Augusto Sinatra
LETTERA APERTA A PAPA LEONE XIV
Santità, come fece il Suo predecessore (in che cosa non è chiaro ma mi riferisco al Signor Jorge Mario Bergoglio) Lei si è recato a Lampedusa per compiere, nelle Sue intenzioni o nelle Sue esteriorità, un gesto di pietà cristiana per quei clandestini (vede, Santo Padre, gli emigranti sono ben altra cosa: entrano nello Stato, in qualsiasi altro Stato, con documenti e permessi regolari che vengono accuratamente controllati dalle Autorità di ingresso, ed essi vi si recano per lavorare) che entrano in Italia.
Vede, Santità, il Pontefice della Chiesa cattolica rappresenta la più alta Autorità spirituale del Cattolicesimo, ma non è chiamato a fare propaganda politica.
Mi duole molto dirglielo, ma il Suo gesto è stato solo propagandistico e a beneficio della religione islamica.
Capisco anche che questa Sua visita a Lampedusa è stata suggerita, sollecitata e organizzata da ambienti interni ed esterni al Vaticano che di tutto si occupano meno che di Fede cattolica.
E non dica, Santità, che ha voluto testimoniare la pietà cristiana nei confronti di quei tanti che sono morti nel Mare Mediterraneo. Il mondo è pieno di cimiteri purtroppo e, per quel che più Le dovrebbe interessare, di cimiteri di cristiani barbaramente assassinati solo perché tali. Penso specificamente alla Nigeria.
Poi vede, Santità, Lei non può non sapere che è proprio impedendo quella che è palesemente una moderna tratta di schiavi, si possono evitare queste morti in mare.
Quella povera gente che viene in Italia viene ingannata: si dice loro che in Italia trovano l'"Eldorado" ma così non è e vediamo questi poveretti accampati come disperati per le strade delle nostre Città. E molti di essi delinquono gravemente e purtroppo è cronaca di ogni giorno.
Invece di visite ed apparizioni strumentali e propagandistiche, sarebbe meglio che Lei, Santità, condannasse apertamente dall'alto della Sua Cattedra morale, coloro che beneficiano di questa ignobile, moderna tratta di schiavi: gli scafisti, i gestori dei Centri di accoglienza, quei politici che immaginano di potersi giovare, previi facili e rapidi rilasci della cittadinanza italiana, dei voti di questi disperati.
Le manifestazioni del 25 aprile che vedono molti africani che vi prendono parte attiva opportunamente addobbati di segni distintivi e di bandiere inneggianti alla fatidica data, ne sono la prova visiva più eclatante.
Già una volta Le rivolsi una preghiera. Non Le chiedevo molto e non Le chiedo molto, anzi non Le chiedo niente, Le chiedo di fare il Papa.
Perché vede, Santità, il Suo compito è quello di testimoniare il messaggio di Cristo e non mi pare proprio che il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo sia quello di combattere il Cristianesimo favorendo politiche non solamente di illimitata deportazione di esseri umani portatori di altre religioni, ma altresì politiche negatorie della famiglia, della scuola, della natura (mi riferisco alle politiche gender).
Devo purtroppo registrare che Lei ha già consegnato il Suo nome ad un momento della storia contemporanea in cui si è verificato il primo e molto consistente (sul piano numerico dei fedeli) scisma nella Chiesa cattolica.
E la causa di ciò è la conseguenza di molte infauste decisioni negatrici della spiritualità e della Persona stessa di Gesù Cristo, che incomprensibilmente ci si ostina a confermare e a imporre.
Il "Corpo mistico" della Chiesa cattolica, Santità, è stanco di ecumenismo, è stanco di musiche chitarresche e balli in Chiesa; è stanco di una sostanziale negazione di ciò che rappresenta la Santa Eucarestia.
Santità, riesamini criticamente ciò che Le dicono di fare. Trovi altre difese dai Suoi nemici interni alla Chiesa cattolica.
Revochi le Sue recenti incaute scomuniche e le scomuniche del Suo predecessore che hanno l'amaro sapore della vendetta personale. Scomuniche prive del loro pur ingiusto, voluto effetto: le Chiese sono vuote, Santità, e là dove vi è vera testimonianza dei Santi
Ciascuno di noi riceve dalla Natura, da Dio, il diritto di difendere la sua Persona, la sua Libertà, la sua Proprietà, poiché sono i 3 elementi costitutivi o
conservativi della vita, che si completano l'un l'altro e non si possono comprendere l'uno senza l'altro.
Frédéric Bastiat
“Ogni generazione crede di aver ereditato la pace come un diritto, e ogni generazione riscopre, con sorpresa che dovrebbe farle provare vergogna, che la pace era un prestito, non un dono, e che il prestito va onorato con la vigilanza, non con l'oblio.”
Ho chiesto all'Intelligenza artificiale di immaginare un discorso di Churchill alla Camera dei Comuni britannica, ma fatto oggi. Il risultato secondo me è da brividi.
Signor Presidente, Onorevoli Colleghi, Signore e Signori,
Sono vecchio, e i vecchi hanno un solo privilegio che vale la pena rivendicare: quello di aver visto abbastanza per riconoscere i disegni che si ripetono sotto costumi diversi. Non vengo qui per raccontarvi una storia nuova. Vengo per dirvi che la storia che conoscete sta bussando di nuovo alla porta, e ha imparato, in ottant'anni, a bussare con maggiore pazienza.
Permettetemi di iniziare da dove ogni lezione seria di libertà deve iniziare: dal riconoscimento che la libertà non è mai stata la condizione naturale degli uomini. È un'invenzione fragile, sostenuta da istituzioni che possiamo costruire in un secolo e smantellare in una settimana di viltà. L'Europa lo ha dimenticato più volte, e più volte lo ha pagato con fiumi di sangue che i libri di scuola oggi riducono a paragrafi.
Nel secolo che ho attraversato ho visto una tirannia annunciarsi con precisione quasi contabile: prima le parole, poi i confini, poi i corpi. Ho visto un continente intero scegliere di non ascoltare, perché ascoltare avrebbe imposto di agire, e agire costava caro, e il costo sembrava sempre rinviabile a un domani più conveniente. Quel domani non arrivò mai a condizioni migliori. Arrivò, quando arrivò, a Dunkerque, con gli uomini in mare e la Manica come unica trincea rimasta.
Chi oggi guarda a Kyiv e pensa che la distanza geografica sia una protezione morale, ripeta questa lezione a memoria: la distanza non ha mai fermato un aggressore che aveva già deciso di misurare il mondo in chilometri... di debolezza altrui.
E qui devo essere onesto con voi, come si deve essere onesti quando si parla da questo scranno e non da un editoriale.
Io stesso, in quella guerra, strinsi la mano a un uomo che sapevo essere un macellaio del proprio popolo. Stalin non era un alleato che avessi scelto per affinità: era il prezzo che la geografia e la disperazione imponevano contro un nemico anche peggiore, per un'ora in cui l'Inghilterra combatteva sola e non poteva permettersi il lusso della coerenza morale integrale. Dissi allora, e lo confermo oggi senza vergogna e senza vanto, che se Hitler avesse invaso l'Inferno avrei trovato una parola gentile per il Diavolo alla Camera dei Comuni. Non fu un errore di giudizio. Fu un calcolo fatto con gli strumenti che la sopravvivenza consentiva, in un'ora in cui la Wehrmacht era alle porte di Mosca e la Gran Bretagna non aveva altro fronte orientale da difendere se non quello altrui.
Ma sarei un pessimo maestro se non aggiungessi ciò che venne dopo, e che la Storia mi impose di osservare da vicino, a Yalta e oltre: quell'alleanza necessaria coltivò, in provetta, il mostro che avremmo dovuto affrontare per i quarant'anni successivi. Non lo dico per assolvermi né per condannarmi. Lo dico perché è vero, e perché le verità scomode sono le uniche che meritano di essere tramandate ai posteri. La necessità non è innocenza. È soltanto necessità. E chi la scambia per virtù, o la vergogna di essa fino a negarla, non ha imparato nulla dalla propria storia.
Vi dico questo perché oggi non abbiamo la scusa che avemmo allora. Non stiamo scegliendo tra un male e un male peggiore. Stiamo scegliendo, semplicemente, se onorare o tradire ciò in cui diciamo di credere.
Il Cremlino di oggi non è la Berlino del 1940, e sarebbe disonesto pretendere il contrario. Ma il Cremlino di oggi condivide con quella Berlino un'unica, identica convinzione: che le democrazie, essendo litigiose per natura e riluttanti al sacrificio, si stancheranno prima dell'aggressore. È una scommessa antica quanto la tirannia stessa, ed è, temo, l'unica strategia di cui Mosca davvero dispone.
Contro questa scommessa non bastano i cannoni, per quanto necessari. Serve qualcosa di più difficile da armare: la memoria. Un popolo che dimentica perché ha vinto le proprie guerre passate è un popolo che si prepara, senza saperlo, a perderne una futura. E vedo, in quest'Aula come nelle cancellerie d'Europa, il medesimo torpore compiaciuto che precedette ogni disastro che ho conosciuto: la convinzione che la pace sia uno stato naturale delle cose, anziché il risultato quotidiano, faticoso, di uomini disposti a difenderla.
E qui la memoria non ha nemmeno bisogno di risalire troppo lontano, Onorevoli Colleghi. Non serve evocare Monaco come un fantasma di altri tempi: ne abbiamo già scritto una copia recente, con la stessa mano tremante e la stessa illusione di aver comprato tempo a buon mercato.
Nel settembre del 1938 un primo ministro tornò da Monaco sventolando un pezzo di carta e promettendo che aveva assicurato la pace per la nostra generazione. Gli bastarono sei mesi per essere smentito dai fatti, e altri sei per essere smentito dalla guerra. Dissi allora, a chi in quest'Aula preferiva l'illusione alla verità, che gli era stata data la scelta tra il disonore e la guerra: avevano scelto il disonore, e avrebbero avuto la guerra comunque — con l'aggravante di averla dovuta combattere in condizioni peggiori di quelle che avrebbero potuto scegliere prima.
Nel 2014 l'Europa ha ripetuto l'esperimento con notevole fedeltà al modello originale. Un pezzo di territorio sovrano — la Crimea — fu strappato con la forza, sotto gli occhi delle stesse cancellerie che oggi si dicono sorprese dalla guerra che ne è seguita. La risposta fu un pacchetto di sanzioni concepito con la cura di chi vuole punire senza davvero scoraggiare, e con esso l'illusione, tanto europea quanto lo fu quella del 1938, che un'aggressione digerita in silenzio sia un'aggressione conclusa. Non lo fu. Fu, come Monaco, un anticipo. Mosca non lesse in quella debolezza una ragione per fermarsi: vi lesse un prezzo, lo trovò sostenibile, e nel 2022 tornò a incassare il resto del conto che riteneva ancora aperto.
Non ripeterò qui l'errore di scambiare la storia per un oracolo: nessuna guerra è la fotocopia di un'altra. Ma il meccanismo — questo sì — si è ripetuto con la puntualità di un orologio che nessuno, in Europa, ha voluto sentire suonare. E se qualcuno in quest'Aula pensa che la lezione della Crimea sia già stata imparata, gli chiedo di spiegarmi perché, una manciata di anni dopo, ci troviamo a discutere se sia «pragmatico» concedere anche il resto.
Non vi parlo soltanto di eserciti. Vi parlo di una guerra che si combatte nelle menti prima ancora che sui campi — una guerra che ai miei tempi avremmo chiamato propaganda, e che oggi si è fatta più sottile, più capillare, capace di insinuarsi nei salotti e nei parlamenti travestita da dubbio ragionevole. Il Cremlino non ha bisogno di convincere l'Europa che ha ragione. Gli basta convincerla che nessuno ha torto, che ogni posizione vale l'altra, che la fatica di discernere il vero dal falso sia essa stessa un'imposizione ideologica. È un'arma più economica delle divisioni corazzate, e altrettanto efficace, perché non conquista territori: corrode la volontà di difenderli.
Onorevoli Colleghi, l'Europa che ho conosciuto nascere dalle macerie non fu costruita per essere comoda. Fu costruita per essere libera, il che è cosa ben più esigente. Chi oggi propone che l'Ucraina ceda provincie in cambio di una pace che chiamano «pragmatica» non sta proponendo la fine di una guerra: sta proponendo l'inizio di un precedente, e i precedenti, nella storia dei tiranni, sono sempre l'anticipo di un conto più salato.
Non vi chiedo eroismo. Ve ne ho chiesto abbastanza, in un'altra vita, e so quanto costi. Vi chiedo soltanto la memoria di ciò che accade quando le democrazie confondono la stanchezza con la saggezza. Vi chiedo di ricordare che ogni generazione crede di aver ereditato la pace come un diritto, e ogni generazione riscopre, con sorpresa che dovrebbe farle provare vergogna, che la pace era un prestito, non un dono, e che il prestito va onorato con la vigilanza, non con l'oblio.
Il secolo che ho attraversato mi ha insegnato una sola certezza, ed è questa: i tiranni non si fermano davanti alla ragionevolezza altrui. Si fermano davanti alla determinazione altrui, e solo davanti a quella. Sta a questa Camera, e a chi verrà dopo di essa, decidere di quale delle due l'Europa vorrà essere ricordata come portatrice.
Su preferenze, donne e nuova legge elettorale.
Ho letto l'appello trasversale di alcune deputate contro l'introduzione delle preferenze nella nuova #leggeelettorale perché, dicono, ridurrebbe la presenza delle donne elette.
Con stima e affetto verso ognuna di loro, posso testimoniare per esperienza personale esattamente il contrario:
se a decidere della mia elezione fosse stato un posto in lista stabilito sulla base della fedeltà al capo, io non sarei stata eletta perché considerata “non in linea” almeno dagli ultimi due segretari del Pd.
I listini bloccati non hanno mai aiutato le donne libere e generano un preoccupante circolo vizioso: si allontanano sempre di più gli eletti dai cittadini, per avvicinarli invece sempre di più a chi decide i posti in lista.
Ê quello che è successo in questi anni ed è esattamente il contrario di quel che servirebbe al Paese.
Avremmo bisogno di parlamentari liberi e forti nell’esprimere il proprio punto di vista perché investiti dalla scelta dei cittadini. E di segretari dei partiti meno “soli al comando” e più condizionati dalla presenza di parlamentari capaci e autonomi.
Restituiamo con fiducia alle elettrici e agli elettori la possibilità di scegliere da chi essere rappresentati.
Basta, davvero basta, ad un Parlamento composto non dai più capaci, ma dai più fedeli!
Il condizionatore non è un fallimento. Il fallimento è colpevolizzare i cittadini e cementificare le città.
Per anni in Europa si è discusso moltissimo di divieti, slogan, scelte "verdi" spesso vendute come soluzioni definitive, ma molto meno di una cosa concreta, come rendere vivibili le città in un clima che sta cambiando. L'adattamento climatico gioca un ruolo fondamentale nella situazione che stiamo vivendo.
Il punto non è dire sì o no al condizionatore. Per un anziano fragile, una persona malata, un bambino piccolo o una casa che di notte non scende mai sotto i 28-30°C, raffrescare un ambiente non è un capriccio, è salute. Colpevolizzare il condizionatore e poi urlare che ci sono centinaia di morti per il caldo è un'ipocrisia insopportabile. L'adattamento climatico è anche dotare di aria climatizzata soprattutto le persone piu' fragili ma non solo, servono anche più verde urbano, meno asfalto, una progettazione urbanistica completamente diversa nelle grandi città.
Questa è la parte che manca spesso nel dibattito europeo, meno moralismo sul cittadino che accende il climatizzatore e più coraggio nel ripensare quartieri, scuole, ospedali, piazze e periferie. E soprattutto servirebbe meno ipocrisia perché spesso arrivano messaggi completamente contrastanti, si incentiva l’auto elettrica, ma poi molte città non hanno infrastrutture adeguate per gestirla davvero, addirittura a Roma si è deciso di far pagare le auto elettriche entrano in ZTL. Si disegnano piste ciclabili che in alcuni casi restano scollegate, poco sicure o poco utilizzate, si chiedono raccolte differenziate sempre più scrupolose, con TARI spesso pesanti per famiglie e imprese, mentre poi si continua a consumare suolo, tagliare alberi, impermeabilizzare piazzali e trasformare spazi urbani in superfici di cemento rovente.
E allora il problema non è essere "green", il problema è fare un green di facciata, dove il cittadino viene educato, tassato e colpevolizzato, mentre le grandi scelte urbanistiche continuano spesso ad andare nella direzione opposta. Se davvero vuoi adattare le città al clima che cambia, non puoi parlare solo di emissioni, divieti e comportamenti individuali ma devi anche chiederti quanta ombra hai tolto, quanto suolo hai sigillato, quanti alberi hai abbattuto, quanti quartieri hai lasciato senza verde.
Il caldo non colpisce tutti allo stesso modo, chi vive in una casa fresca, in un quartiere alberato e può permettersi bollette alte vivrà un’estate mentre chi abita in un appartamento vecchio, in mezzo al cemento, senza ombra e senza possibilità di raffrescare, ne vivrà un’altra e questa non è più solo una questione climatica.
Sta diventando una disuguaglianza sociale inaccettabile, dentro un’enorme ipocrisia collettiva.