E poi arriva er giorno che te svegli, apri er telefono e leggi che Stefania Nobile e 'a madre stanno in Campidoglio, a un evento privato,a ritira' er "Premio della Cultura". In Campidoglio, capito?
Gente che s'è fatta i sordi sulla disperazione della gente, oggi sta lì co' 'a targa in mano a ride 'nfaccia a tutti.
Ma er problema vero è che ormai 'sta fogna è diventata la normalità.
Semo finiti in un Paese al contrario, dove er furbetto viene incoronato e chi rispetta le regole passa p'er fesso de turno. Ormai ho perso er conto.... Corona che dopo mille condanne continua a fa' er divo e a spiegacce la vita, gente che intitola gli aeroporti a Berlusconi come se quarant'anni de processi fossero 'na medaglia al valore o la De Crescenzo che da situazioni de criminalità diventa una star dei social che sbandiera le scimmiette in video.
E mentre 'sta cafoneria spinta diventa autorità, sopra de noi c'è 'na classe politica che ce piscia 'nfaccia col sorriso. Governi che s'inventano le polemiche sui burqa pe' distrattaci, mentre se bruciano i miliardi delle tasse nostre tra armi, ponti e favori agli amici degli amici, il tutto mentre i soliti noti, dai balneari ai tassisti fino a chi evade a quattro mani, vengono tutelati e a paga' rimangono solo i soliti lavoratori dipendenti.
Se chiedi un po' de dignità, de diritti, de ambiente o de meritocrazia, ti sputano 'n occhio. Te rimandano indietro tutto, convinti che 'st'Italia sia er cortile de casa loro e noi solo er tappeto dove pulisse le scarpe sporche.
L'Italia è diventato un posto triste, amaro, schiacciato dall'ingiustizia. Un paese che ha perso la vergogna, dove la bontà viene vista come debolezza e la prepotenza come un valore. E la cosa che fa più male è ave' la sensazione che abbiano vinto loro, e a me che scrivo e a te che leggi...ce sia rimasta solo la nausea.
Genny Dani
Absolute bombshell. UN Special Rapporteur Francesca Albanese confirms Israel is actively executing the Greater Israel Project while the world is distracted. She exposes the ongoing Gaza genocide as just one brick in a massive system of apartheid that will not stop on its own.
Roma, sotto l’ambasciata americana, per Venezuela e Palestina
Splendida Francesca @Fornario e la sua filastrocca che finisce così
“…canta Calenda a tutte le ore
c'è un invaso e c'è un invasore
ma dipende dal punto di vista
definisci bambino o terrorista,
se non è chiaro
@SandroR75196788 Grazie, ammiro le tue parole ma temo che soffre di ignavia non arrivi oltre la terza riga, sempre che venga catturato dal tuo messaggio. Purtroppo anni di tv spazzatura, idoli idioti e riferimenti sempre al ribasso hanno spento i cervelli.
Adozione gatti, per favore se pensate di volere un gatto provate a rivolgervi alle associazioni che se ne prendono cura. Qui sotto tre gattini in attesa di adozione
Gentile redazione di Essere Nero,
mi chiamo Arianne Noubissié e vi contatto perché sento il bisogno profondo di raccontare una vicenda che ha colpito la mia famiglia e che, purtroppo, rappresenta ancora una realtà diffusa per noi afrodiscendenti in Italia.
Mio padre, Augustin Désiré Noubissié, nato in Camerun nel 1968, è un medico di famiglia. Ha studiato Medicina a Varese e da più di 25 anni esercita con dedizione, lavorando non solo come medico di base ma anche in pronto soccorso e nelle guardie mediche. Ha sempre considerato il suo lavoro una missione, aiutare, curare, essere presente per la comunità.
Da circa otto mesi svolge servizio negli ambulatori di Dumenza e, da quasi due mesi, anche in quelli di Mesenzana, in provincia di Varese. Proprio a Mesenzana, la settimana scorsa, è avvenuto un episodio gravissimo.
Dopo il turno, intorno alle 19, un paziente ha spaccato con un masso di circa 5 kg la finestra dell’ambulatorio. Solo grazie al doppio vetro mio padre è riuscito ad allontanarsi in tempo. L’uomo ha poi devastato l’interno dello studio, computer, attrezzature, mobili, e ha iniziato a inseguire mio padre armato di un taglierino, urlando frasi minacciose (“Adesso ti ammazzo”, testuali parole) e chiaramente razziste, come:
“Voi ci rubate il lavoro, maledetti…”
e altre offese di stampo etnico.
Sono usciti vari articoli, che allegherò alla mail, ma sento che questa storia non può restare confinata in poche righe di cronaca locale. Non è solo la vicenda di un uomo aggredito, è la storia di un medico nero, italiano, stimato, che dedica la vita agli altri e che è stato attaccato non per il suo operato, ma per il colore della sua pelle.
Quello che chiedo non è sensazionalismo, ma ascolto e amplificazione.
Vorrei che questo episodio diventasse occasione per una riflessione più ampia, su come noi afrodiscendenti veniamo percepiti, soprattutto nelle province e nei piccoli paesi, dove spesso il pregiudizio è più radicato, più silenzioso, più pericoloso.
Non voglio che questa aggressione passi sotto silenzio.
Non voglio che chi vive queste realtà continui a pensare di dover subire in silenzio. Non voglio che un medico che salva vite debba rischiare la propria perché “non dovrebbe essere lì”.
Ti abbiamo tradito
Ogni mattina ti svegli e c’è un nuovo nemico. Ieri erano i migranti, oggi sono i giudici, domani chissà. La paura non ti lascia mai in pace. Ti entra in casa attraverso lo schermo, ti aspetta al bar, ti segue al lavoro. Ti dicono che devi difenderti, che sei assediato, che stanno arrivando a prenderti quello che hai. E tu inizi a guardarti intorno come se ogni persona fosse una minaccia. L’obiettivo è preciso: vogliono che tu smetta di vedere nell’altro un alleato. Vogliono che chi condivide la tua stessa fatica diventi per te un rivale, non un compagno. Perché se siete divisi, siete controllabili.
Lo so cosa provi. So che sei stanco. Stanco di sentirti dire che va tutto bene quando il mutuo ti strangola e lo stipendio non basta più. Stanco di portare tuo figlio al pronto soccorso e aspettare otto ore su una sedia di plastica. Stanco di alzarti alle cinque del mattino e tornare la sera senza la forza nemmeno di parlare. Stanco di sentirti invisibile mentre i potenti decidono della tua vita senza guardarti in faccia.
E la sinistra? Dov’era la sinistra quando non ce la facevi più?
Dobbiamo dirtelo con chiarezza: ti abbiamo tradito. Abbiamo parlato di diritti ma non abbiamo visto la tua fatica. Ti abbiamo spiegato il mondo ma non siamo entrati nella tua cucina, dove tu facevi i conti e non tornavano mai. Abbiamo difeso la globalizzazione mentre il tuo stipendio scendeva. Abbiamo accettato la precarietà come inevitabile mentre tu perdevi la certezza del futuro. Abbiamo pensato che bastasse parlare di valori mentre a te serviva un lavoro degno, una casa accessibile, una sanità che funzionasse.
E il punto non è solo che abbiamo sbagliato. Il punto è che abbiamo smesso di guardarti negli occhi. Ci siamo persi nei palazzi, nelle stanze dove si parla di numeri e non di persone. Abbiamo dimenticato che dietro ogni statistica c’è una vita, un volto, una storia. La tua.
Hai smesso di votare non perché sei diventato cinico, ma perché ti abbiamo deluso. Perché la tua storia non entrava più in nessun nostro discorso. Perché ci siamo dimenticati da che parte stare.
Ma oggi ti chiediamo di darci un’altra possibilità. Non perché lo meritiamo, ma perché insieme possiamo ancora cambiare le cose. Perché senza di te, senza la tua voce, senza la tua rabbia trasformata in forza, questo paese affonda.
Però ascoltami bene. Questa rabbia che senti, questa solitudine, questa sensazione di essere solo contro tutto, non nasce dal caso. È un progetto preciso. Vogliono che tu creda di essere solo. Vogliono che tu pensi che l’unico modo per salvarti sia alzare muri, chiudere porte, difenderti da chi è debole come te.
Guarda chi ti ha davvero tolto qualcosa. Non è il migrante che raccoglie pomodori per tre euro l’ora. Sono quelli che hanno smantellato la sanità pubblica per fare spazio alle cliniche private. Sono quelli che hanno reso il lavoro precario per aumentare i profitti. Sono quelli che hanno trasformato la casa da diritto in merce speculativa. Sono quelli che hanno tagliato le tasse ai ricchi mentre tagliavano i servizi a te. Sono quelli che possiedono più di quanto tu guadagnerai in dieci vite e ti dicono che il problema è chi ha ancora meno di te.
Loro vogliono che tu trasformi la paura in odio verso il basso. Noi ti chiediamo di trasformarla in giustizia verso l’alto.
Perché tu non sei solo. Siamo milioni a svegliarci stanchi, a fare fatica, a non farcela. Milioni che lavorano onestamente e non arrivano a fine mese. Milioni che vorrebbero curare i propri genitori anziani senza dover scegliere tra la dignità e il conto in banca. Milioni che sognano un futuro per i propri figli e vedono solo porte che si chiudono.
E se fossimo noi, tutti insieme, a costruire una società diversa?
Non un’utopia lontana. Una società concreta, che si può toccare, in cui si può vivere.
Comincia dalla tua vita quotidiana, da quello che tocchi ogni giorno. Perché la politica non abita nei palazzi del potere, abita nella tua cucina quando fai i conti, nel corridoio dell’ospedale quando aspetti, nel momento in cui abbracci tuo figlio e vorresti avere più tempo. La società che sogniamo nasce esattamente lì, nel punto più ordinario della tua esistenza. E da lì può cambiare tutto.
Una società dove il lavoro è dignitoso e ti permette di fare progetti. Dove il contratto ti protegge davvero, dove i diritti non sono sulla carta ma nella realtà. Dove lo stipendio minimo garantisce una vita decente. Dove chi lavora può permettersi di vivere, non solo di sopravvivere. Dove torni a casa la sera e hai ancora energie per abbracciare chi ami, per giocare con tuo figlio, per leggere un libro, per esistere oltre la fatica.
Una società dove la salute non dipende dal portafoglio. Dove la sanità pubblica funziona perché ci investiamo risorse vere. Dove se ti ammali vieni curato, punto. Dove non devi aspettare mesi per una visita mentre chi paga va avanti. Dove l’anziano non è costretto a scegliere tra le medicine e la spesa. Dove la prevenzione esiste, dove i medici hanno tempo per ascoltarti, dove gli ospedali hanno personale sufficiente per curarti con umanità. Dove il pubblico e il privato convivono ma il primo garantisce a tutti l’accesso universale alle cure.
Una società dove la casa è un diritto accessibile, non solo un investimento per chi ha già capitali. Dove i giovani possono andare a vivere da soli senza vendersi l’anima. Dove le famiglie non spendono metà dello stipendio in affitto. Dove lo Stato costruisce edilizia sociale di qualità, dove i Comuni regolano il mercato per evitare speculazioni, dove nessuno dorme per strada in un paese che ha migliaia di case vuote.
E poi sale verso le istituzioni che costruiscono questa vita.
Una società dove la scuola è davvero pubblica, di qualità, per tutti. Dove non separa i figli dei ricchi dai figli di chi fa fatica, ma li mette insieme a imparare, crescere, diventare cittadini. Dove ogni bambino ha gli stessi strumenti, gli stessi insegnanti preparati e ben pagati, le stesse possibilità. Dove tuo figlio può studiare quello che lo appassiona senza che tu debba ipotecare il futuro. Dove l’università è accessibile a tutti i talenti, non solo a chi può permetterselo.
Una società dove il sistema fiscale è davvero progressivo. Dove chi guadagna di più contribuisce di più, proporzionalmente. Dove i miliardari non pagano meno di te in percentuale. Dove le grandi aziende non portano i profitti nei paradisi fiscali mentre tu paghi fino all’ultimo centesimo. Dove l’evasione fiscale è combattuta seriamente perché è un furto alla comunità. Dove le tasse che paghi tornano in servizi che funzionano.
Una società dove la politica torna nelle tue mani. Dove le lobby sono regolate e trasparenti. Dove il Parlamento rappresenta davvero il popolo, non solo i grandi interessi economici. Dove la corruzione è perseguita senza sconti. Dove se una legge ti danneggia puoi farla cambiare. Dove la democrazia non è votare una volta ogni cinque anni e poi subire, ma partecipare, controllare, influenzare.
E infine si apre verso il futuro, verso il mondo che lasciamo.
Una società dove l’ambiente non è un lusso ma la condizione della tua sopravvivenza e della prosperità futura. Dove l’aria che respiri non ti avvelena. Dove i fiumi sono puliti. Dove le industrie rispettano limiti stringenti e chi inquina paga davvero. Dove la transizione ecologica crea lavoro di qualità nella green economy invece di distruggere occupazione. Dove innovazione e sostenibilità vanno insieme, dove il mercato viene orientato verso il futuro attraverso incentivi intelligenti e regole chiare.
Una società dove chi arriva da lontano in cerca di salvezza viene accolto con umanità, processato in tempi giusti secondo regole europee condivise, integrato se ha diritto di restare, rimpatriato se non ce l’ha, ma sempre trattato come essere umano. Dove non si creano campi di detenzione ai confini. Dove si capisce che nessuno lascia la propria terra per capriccio, e che la vera soluzione non è respingere chi scappa ma investire in cooperazione internazionale per cambiare le condizioni che lo fanno scappare.
Una società dove le donne non devono più avere paura. Dove possono camminare di sera senza guardarsi alle spalle. Dove sul lavoro guadagnano quanto gli uomini a parità di ruolo. Dove la maternità non è una condanna professionale ma un valore sociale riconosciuto. Dove dire no è un diritto rispettato sempre. Dove il corpo non viene mercificato, controllato, giudicato. Dove essere donna non è un rischio ma una condizione di libertà piena.
Una società dove ami chi vuoi senza doverti nascondere, senza dover giustificare, senza dover combattere per diritti che dovrebbero essere ovvi.
Questa non è fantascienza. Questa società esiste già in altri luoghi. Esiste nei paesi del Nord Europa, dove hanno capito che uno stato sociale forte non è nemico del mercato ma sua precondizione. Dove hanno investito nell’istruzione pubblica e nella ricerca e sono diventati i paesi più innovativi del mondo. Dove hanno protetto i lavoratori e le loro economie sono più produttive delle nostre. Dove hanno costruito welfare universale e sono i paesi con la qualità della vita più alta al mondo.
Non si tratta di copiare un modello, ma di adattare una direzione. Di capire che la giustizia sociale e l’efficienza economica non sono nemiche, e che possiamo costruire la nostra versione di questa società, radicata nella nostra storia, nella nostra cultura, nelle nostre specificità.
E può esistere anche qui. Dipende da noi. Da te, da me, da tutti noi.
Ma per costruirla dobbiamo fare scelte chiare.
Dobbiamo investire massicciamente nella sanità pubblica, assumere medici e infermieri, ridurre le liste d’attesa, modernizzare gli ospedali. Dobbiamo rendere il fisco davvero progressivo, chiudendo le scappatoie che permettono ai più ricchi di pagare meno. Dobbiamo introdurre un salario minimo dignitoso per legge, perché nessuno che lavora deve essere povero. Dobbiamo regolare il mercato del lavoro per limitare la precarietà selvaggia, garantendo diritti veri. Dobbiamo costruire edilizia sociale di qualità e regolare gli affitti per renderli sostenibili.
Dobbiamo investire nella scuola e nell’università pubblica come se fossero la cosa più importante, perché lo sono. Dobbiamo finanziare la ricerca, l’innovazione, la cultura. Dobbiamo orientare il mercato verso la sostenibilità ambientale attraverso regole chiare e incentivi intelligenti. Dobbiamo combattere l’evasione fiscale con controlli efficaci e pene certe. Dobbiamo riformare la giustizia perché sia più veloce ed efficiente. Dobbiamo investire in infrastrutture sociali, trasporti pubblici, connettività digitale.
Dobbiamo avere il coraggio di dire no. No al dumping fiscale che favorisce i più ricchi. No allo sfruttamento dei lavoratori. No alla speculazione selvaggia sulle case. No al degrado dei servizi pubblici. No a chi inquina senza pagare le conseguenze. No alla corruzione e all’illegalità. No a chi usa la tua paura per toglierti diritti.
E dobbiamo avere il coraggio di dire sì. Sì a una società più equa. Sì alla solidarietà che non cancella il merito ma lo rende accessibile a tutti. Sì all’idea che libertà e giustizia sociale non sono nemiche ma si rafforzano a vicenda. Sì al futuro, invece che alla nostalgia di un passato che non tornerà mai. Sì a un’economia di mercato regolata che serva le persone, non che le devori.
La dignità non si negozia. Il futuro non è proprietà di chi ha più soldi. La speranza non è ingenuità, è l’unica cosa che può salvarci.
E tu hai il potere di far ripartire tutto. Hai un voto. Hai una voce. Hai la possibilità di alzarti e dire basta. Hai la forza di unirti ad altri e costruire dal basso quello che non arriva dall’alto.
Non ti sto chiedendo di credermi sulla parola. Ti sto chiedendo di guardare dentro di te e vedere se c’è ancora un pezzo, anche piccolo, che crede che le cose possano andare diversamente. Quel pezzo è tutto. Quello è il punto da cui ricominciare.
La sinistra può rinascere solo se tu rinasci. Se torni a credere che la politica non è uno spettacolo lontano ma uno strumento che ti appartiene. Se torni a sentire che la comunità non è una trappola ma un rifugio. Se torni a votare non per paura di qualcuno, ma per costruire qualcosa insieme.
E quando tu scegli di alzarti, non fai solo un gesto simbolico. Generi qualcosa. Perché la comunità non esiste prima della tua azione, nasce dalla tua azione. Ogni voto, ogni partecipazione, ogni momento in cui scegli di non restare solo crea il tessuto che tiene insieme tutti gli altri. Sei il primo filo di una rete che si espande. Il tuo gesto personale è l’origine della rinascita collettiva.
Questo è il momento. Adesso. Non domani, non quando sarà tutto più chiaro. Adesso che è ancora possibile scegliere. Adesso che possiamo ancora decidere che tipo di paese vogliamo essere.
Alzati. Organizzati. Partecipa. Pretendi. Vota.
Non sei solo. Siamo qui. E insieme possiamo costruire quella società che ci hanno detto essere impossibile solo perché minaccia i loro privilegi.
Il mondo che desideri esiste già nella tua testa. Adesso dobbiamo farlo esistere fuori. E tra cent’anni, quando qualcuno racconterà la storia di come questo paese ha ritrovato se stesso, il primo capitolo inizierà con te, con questo momento, con la scelta che fai oggi. Tu sei il primo mattone del mondo nuovo.
Comincia oggi.