Michael Jordan: “Forse sorprenderó qualcuno nel dire questa cosa, ma Kobe era il mio fratello minore. Eravamo molto amici. Molti di noi hanno fratelli o sorelle minori che prendono le nostre cose, i nostri vestiti, le nostre scarpe. Dà fastidio, vero? Ma questo fastidio per me è diventato amore. Ammirazione. Kobe mi chiamava a tutte le ore, mi mandava messaggi in piena notte. Parlavamo del gioco in post, delle finte, del Triangolo. Inizialmente era un po’ fastidioso per me. Ma poi è diventata una passione. Mi sono appassionato a lui. Perché questo ragazzo aveva a sua volta una passione a livelli inimmaginabili. Voleva spingere sè stesso all’estremo, per diventare il migliore giocatore possibile. E io ho cercato di diventare il fratello maggiore migliore che potessi essere. Per farlo ho dovuto sopportare le chiamate a tarda notte o alcune sue domande stupide. Parlavamo di tutto, famiglia, affari.
Scusate…
Ora che sto piangendo avete un nuovo meme da usare (ride).
Avevo promesso di non piangere per non vedere altri meme in giro. E invece... (ride).
Una notte mi ha chiamato e mi ha detto che stava cercando di insegnare a sua figlia alcuni movimenti. Mi ha chiesto cosa ne pensassi. Io gli ho chiesto quanti ha? Ha 12 anni, mi ha risposto. 12 anni??? Io a 12 anni cercavo di giocare a baseball. E siamo crepati dal ridere.
Kobe ha dato tutto sè stesso in ogni cosa che ha fatto. Era un padre fantastico che si è dedicato alla sua famiglia e amava le sue figlie in maniera incredibile. Ci ha insegnato che dobbiamo passare più tempo con la nostra famiglia e le persone alle quali vogliamo bene.
Quando Kobe è morto, è morto un pezzo di me. E se adesso guardo tutti voi, penso che sia morto un pezzo di tutti noi.
Vi prometto che d’ora in poi vivrò col ricordo e la consapevolezza che avevo uno straordinario fratello minore che ho provato ad aiutare come potevo.
Per favore riposa in pace fratellino mio”
Oggi Kobe Bryant avrebbe dovuto compiere 48 anni…
Domenica mattina, ti svegli.
Controlli le notifiche del cellulare e leggi: "Luka Doncic è un nuovo giocatore dei Lakers. Anthony Davis finisce a Dallas."
Capisci che forse è ora di smetterla di bere.
Spegni il cellulare.
Dopo mezz'ora spalanchi gli occhi.
Ti viene in mente che ieri sera non sei uscito, sei stato in casa e hai perso a burraco contro tua nonna, hai bevuto una tisana al finocchio, ed è stato il sabato sera più elettrizzante del tuo ultimo anno di vita.
Riprendi il cellulare.
Rileggi la notizia.
E come quando mamma McCallister si accorge che manca il figlio più piccolo all'aeroporto, gridi a pieni polmoni: "COSA!!!!!?????????!"
Sì, Luka e LeBron giocheranno insieme.
Sì, Davis giocherà con Irving.
Sì, è lo scambio più incredibile nella storia della NBA.
A Valmadrera, vicino Lecco, una ragazza italiana, che nel mondo dello street artist ha creato il progetto "NineInThePaint", ha sempre avuto un idolo: Kobe Bryant.
Ha disegnato questo capolavoro per lui.
È in assoluto uno dei campetti dedicati a Kobe più belli al mondo.
Ha segnato 21 punti in una partita di Serie A a 14 anni.
Ha segnato 36 punti in una partita di Serie A a 15 anni, unica nella storia della Serie A maschile o femminile a farlo a quell'età.
È stata top scorer italiana della Serie A femminile a 16 anni.
Oggi gioca stabilmente in Nazionale e nella Reyer Venezia con la quale è prima in classifica.
E, soprattutto, da qualche ora è diventata la quarta giocatrice nella storia del basket italiano ad essere selezionata al draft della WNBA: è stata la 32 esima scelta delle Atlanta Dream.
In tutto questo, Matilde Villa ha ancora 19 anni.
Da questo momento può pensare alla lega dei sogni, la WNBA, e a firmarsi le giustificazioni da sola.
Straordinaria.
Questo episodio è diventato "virale" e ne hanno parlato un po' tutti. Giustamente, per la gravità. Si è però scoperto che il fratello 17enne della povera Giulia, Davide, gioca a basket, e gioca proprio in questo stesso campionato, ed ha giocato contro la squadra del genitore che, come appurato dal giudice sportivo, oltre ad aver augurato all'arbitra 17enne di fare la stessa fine di Giulia, per quasi tutta la partita l'ha apostrofata con termini come "tr*ia" e "pu**ana". Proprio per questo motivo ieri Gino Cecchettin, papà di Giulia, ha parlato anche di questo fatto: "Ieri, a poche ore dal discorso che ho fatto durante il funerale chiedendo agli uomini di fare un esame di coscienza, ho letto la notizia di una partita di basket, dello stesso campionato di Davide, e quindi la sento come una cosa ancora più vicina, dove c’è stato un comportamento scorretto da parte di un genitore. Ecco, dobbiamo partire da lì".
Alla gravità inaudita di quello che è accaduto su un campo di basket, si aggiunge la gravità del coinvolgimento diretto, ancora una volta, della famiglia Cecchettin.
Nella speranza che anche lo sport riesca ad isolare sempre di più questa nube tossica che inquina anche esso, vogliamo chiudere questa brutta pagina (anche) di basket con alcuni passaggi del discorso che il padre di Giulia ha tenuto al funerale di Giulia. Parole illuminanti, da scolpire nella pietra, parole che valgono in qualsiasi campo della vita. Anche nello sport, settore che ci riguarda.
“Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne, vittime proprio di coloro avrebbero dovuto amarle e invece sono state vessate, costrette a lunghi periodi di abusi fino a perdere completamente la loro libertà prima di perdere anche la vita.
Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione.
Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere.
Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali.
Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne, e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto.
A chi è genitore come me, parlo con il cuore: insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, ad una sessualità libera da ogni possessoe all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro. Viviamo in un'epoca in cui la tecnologia ci connette in modi straordinari, ma spesso, purtroppo, ci isola e ci priva del contatto umano reale.
È essenziale che i giovani imparino a comunicare autenticamente, a guardare negli occhi degli altri, ad aprirsi all'esperienza di chi è più anziano di loro.
La mancanza di connessione umana autentica può portare a incomprensioni e a decisioni tragiche. Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di ascoltare e di essere ascoltati, di comunicare realmente con empatia e rispetto.
La scuola ha un ruolo fondamentale nella formazione dei nostri figli.
Dobbiamo investire in programmi educativi che insegnino il rispetto reciproco, l'importanza delle relazioni sane e la capacità di gestire i conflitti in modo costruttivo per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza.
La prevenzione della violenza di genere inizia nelle famiglie, ma continua nelle aule scolastiche, e dobbiamo assicurarci che le scuole siano luoghi sicuri e inclusivi per tutti.
Anche i media giocano un ruolo cruciale da svolgere in modo responsabile. La diffusione di notizie distorte e sensazionalistiche non solo alimenta un’atmosfera morbosa, dando spazio a sciacalli e complottisti, ma può anche contribuire a perpetuare comportamenti violenti.
Da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti.
Alle istituzioni politiche chiedo di mettere da parte le differenze ideologiche per affrontare unitariamente il flagello della violenza di genere.
Abbiamo bisogno di leggi e programmi educativi mirati a prevenire la violenza, a proteggere le vittime e a garantire che i colpevoli siano chiamati a rispondere delle loro azioni.
La vita di Giulia, la mia Giulia, ci è stata sottratta in modo crudele, ma la sua morte, può anzi deve essere il punto di svolta per porre fine alla terribile piaga della violenza sulle donne.
Grazie a tutti per essere qui oggi: che la memoria di Giulia ci ispiri a lavorare insieme per creare un mondo in cui nessuno debba mai temere per la propria vita.
Vi voglio leggere una poesia di Gibran che credo possa dare una reale rappresentazione di come bisognerebbe imparare a vivere.
«Il vero amore non è ne fisico ne romantico.
Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è,
è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia…»."
"Devi fare la fine di quella di Vigonovo". Quella di Vigonovo è, ovviamente, la povera Giulia Cecchettin, ossia la vittima di un recente fatto di cronaca che avrebbe dovuto smuovere le coscienze di tutti ma evidentemente non è stato così. E la cosa, purtroppo, non sorprende assolutamente.
Ne parliamo perchè questa frase, assieme ad altre offese che l'hanno preceduta, sono state pronunciate ad una partita di basket.
Ad una partita di basket di ragazzi di 17 anni, arbitrati da una coetanea.
La frase è stata pronunciata dal padre di uno dei giocatori durante una partita giocata lo scorso week end in provincia di Padova, proprio a pochi km da Vigonovo.
Ad intervenire per cercare di arginare la violenza verbale dell'uomo, è stato il padre dell'arbitra. La Federazione ha offerto tutela e vicinanza all'arbitra e a breve prenderà provvedimenti in merito. Ma non è questo il punto.
Di fronte ad un fatto del genere, non dobbiamo indignarci perchè sia avvenuto ad una partita di basket, sport che ci sta tanto a cuore.
Dobbiamo indignarci perchè questo orribile episodio sia avvenuto.
E perchè, quotidianamente, in ogni ambito sociale, accadono episodi di violenza come questi.
Dobbiamo indignarci perchè prima di questa frase, nessuno è intervenuto quando l'uomo aveva già iniziato da diversi minuti ad offendere l'arbitra. Come se fosse normale. Come se fosse una consuetudine radicata nello sport offendere un arbitro.
Dobbiamo indignarci perchè, probabilmente, tutto ciò che viene fatto per cercare non solo di migliorare la cultura sportiva, ma soprattutto di arginare l'enorme problema della violenza contro le donne, è gravemente insufficiente.
Dobbiamo indignarci perchè questo episodio è lo specchio di una parte della società in cui viviamo. Una società che si auto-assolve al grido di "non siamo tutti così", dimenticandosi del focus del problema: risolverlo.
Anche questo episodio, come tutti, creerà scalpore per alcune ore, salvo poi riporlo nel cassetto in attesa del prossimo. Su un campo da basket, in un ufficio, sull'autobus, in discoteca, tra le mura domestiche.
Mandiamo un grande abbraccio a questa ragazza (la foto è casuale e non ritrae l'arbitra in questione), sperando possa superare quello che le è accaduto, sperando che non perda la voglia di arbitrare e l'amore per il basket, sperando di garantirle in futuro di vivere le sue passioni in un ambiente migliore grazie all'impegno concreto di tutti.
"Ciao ragazzi, mi chiamo Emanuele Fiore e vorrei raccontarvi la giornata più bella della mia nuova vita: quella che ho vissuto ieri.
Quando avevo 7 anni mi hanno diagnosticato una doppia patologia rara al fegato e all'intestino. Ho dovuto convivere tutta la vita con questo problema, e non è stato semplice.
A 10 anni ho perso all'improvviso mio padre: quell'enorme vuoto lasciato dalla sua scomparsa è stato colmato dal gesto compiuto da mia madre, ossia donare i suoi organi. Grazie a ciò oggi due persone possono continuare a vivere col cuore e il fegato di mio padre.
Ho sempre saputo, fin da piccolo, che quel gesto, così importante e generoso, forse, un giorno, sarebbe potuto servire anche a me.
Io sono nato e sono cresciuto con una palla da basket in mano. Sono un cosiddetto giocatore minors che nel 2020 ha vinto il campionato di Serie D con la sua squadra (il Tam Tam Torino), ma proprio dopo quella grande gioia le mie condizioni si sono aggravate.
Ho dovuto lasciare lo sport, ho perso 15 kg, e, soprattutto, si è resa necessaria una disperata ricerca di un donatore perchè il mio fegato era ormai compromesso.
Sei mesi fa, finalmente, la speranza è stata ripagata. L'operazione, ovviamente molto complicata, è andata bene così come il decorso post-operatorio.
Il mio pensiero è stato sin da subito quello di coltivare il sogno di poter tornare a giocare.
Ieri sera più di 200 persone hanno assiepato la palestra del Tam Tam Torino: erano tutte lì per me.
Ieri sera è stato il primo giorno della mia nuova vita. Sono tornato a giocare a basket.
Sono tornato a respirare quell'aria magica che solo la mia più grande passione riesce a darmi.
Ma, soprattutto, con 3 anni di ritardo ho finalmente esordito in C2.
Abbiamo perso.
Ma io, grazie a chi mi ha donato un fegato nuovo, sapevo già di aver vinto.
Vorrei, se possibile, che rendeste pubblica la mia storia. Non sono famoso, non mi conosce nessuno. Ma credo che nel mio piccolo possa essere d'ispirazione qualcuno. Soprattutto, vorrei che passasse il messaggio che donare gli organi è un gesto fondamentale che possiamo fare tutti.
Donare un organo è l'assist più bello che possiamo fare nella vostra vita"
0 punti segnati. Poi, si va oltre, e si analizza con criterio la partita di un giocatore di basket:
7 rimbalzi
9 assist
+23 di plus/minus (ossia il parziale della squadra con lui in campo)
Alessandro Pajola ha sgretolato lo stereotipo del giocatore giudicato solo dai punti segnati. Lui è oltre i punti. Lui è oltre la normalità. Lui è unico.
#MondialiTipo
Mattia Ceccato
Maikcol Perez
Adrian Mathis
Jason Nistrio
Patrick Hassan
Giovanni Granai
Francesco Carnevale
Pablo Abreu
Matteo Accorsi
Luca Bandirali
Achille Lonati
Diego Garavaglia
coach Giuseppe Mangone
Segnatevi questi 12 nomi. Dopo 32 anni una Nazionale giovanile maschile italiana under 16 è arrivata in finale in un europeo. Abbiamo appena perso contro la fortissima Spagna, restando in partita per 39 minuti.
Fateli giocare, dategli fiducia, puntate su di loro, perchè questi ragazzi, non ancora sedicenni, devono essere il futuro della pallacanestro italiana.
33 punti
7/9 da due
5/7 da tre
7 rimbalzi
4 assist
3 palle rubate
1 stoppata
39 di valutazione
in 26 minuti
Dopo la bruciante sconfitta all'esordio di ieri, oggi serviva una vittoria. E contro Israele si è abbattuto l'uragano Zandalasini. Una giocatrice semplicemente magnifica.
#EuropeiTipo @EuroBasketWomen