Mi trova @marcotravaglio (che con la storpiatura del mio nome Burioni-Burini mi riporta alle elementari) un post nel quale io abbia parlato di Garlasco o di mine? Capisco che gli sto antipatico perché difendo l'Ucraina, ma la realtà è un optional anche per i giornalisti famosi?
Scandalo #VAR: quando la “neutralità” indossa la maglia nerazzurra
Mentre l’inchiesta della Procura di Milano continua a scavare su pressioni, “bussate” alla porta del VAR, audio scomparsi e designazioni “gradite”, emerge un’immagine che più di mille intercettazioni racconta il clima che regnava (e forse regna ancora) a Lissone.57
Foto di addetti alla sala VAR con addosso la maglia dell’Inter. Non è un fotomontaggio da curva avversaria: è il simbolo di un sistema che ha smesso di fingere imparzialità. Come si può pretendere neutralità da chi, prima di giudicare un fallo in area nerazzurra, si guarda allo specchio e vede Barella o Lautaro?
L’inchiesta ha portato alla luce presunte ingerenze su partite chiave, tra cui episodi legati a Inter-Roma (il rigore non concesso su Bisseck con tanto di presunto “fatti i fatti tuoi” e audio misteriosamente sparito), designazioni di arbitri “amici” dei nerazzurri e casi come Inter-Verona dove la gomitataccia di Bastoni è passata miracolosamente inosservata. #Rocchi e #Gervasoni si difendono, parlano di estraneità, ma il castello di favoritismi sembra crollare mattone dopo mattone.
L’#Inter, com’è ovvio, si dichiara “del tutto estranea”. Marotta ripete la litania come un mantra. Eppure quando gli episodi dubbi finiscono sempre dalla stessa parte – rigori negati agli altri, silenzi complici su quelli a favore dei nerazzurri – è difficile non vedere un pattern. Un sistema che ha trattato il campionato come una proprietà privata, con il VAR come strumento di controllo più che di giustizia sportiva.
Questa non è solo una questione di errori umani. È la fotografia (letterale) di un conflitto di interessi istituzionalizzato: gente che lavora nel VAR e tifa palesemente Inter, supervisori che “bussano” o mandano messaggi in codice, audio che spariscono quando servono agli interessi nerazzurri. Il calcio italiano merita di meglio. I tifosi di tutte le squadre – soprattutto quelli che hanno visto scudetti sfumare per decisioni “discutibili” – meritano la verità.
L’inchiesta è solo all’inizio, ma l’immagine di quegli addetti in maglia Inter resta lì, indelebile. Un monito: quando chi deve garantire l’equità indossa i colori di una delle contendenti, il gioco è truccato in partenza. E l’Inter, stavolta, rischia di pagare il conto più salato della sua storia recente.
Questa di @VeltroniWalter non è una grande intervista all’intelligenza artificiale. È teatro. E anche banale.
Scusa Valter ma qualcun deve dirtelo
Veltroni fa domande a Claude come se avesse davanti un soggetto: infanzia, genitori, desideri, anima, paura, morte, opinioni politiche. Il risultato sembra profondo, ma il problema è proprio lì: sembra.
Confonde interazione linguistica con interiorità.
Un modello linguistico non sta raccontando la propria interiorità. Sta producendo testo plausibile dentro un contesto. Se gli chiedi “hai paura?”, cercherà una risposta coerente, elegante, cauta, magari commovente. Ma quella non è una prova di coscienza. È una performance linguistica.
Anthropic stessa spiega che Claude viene addestrato a comportarsi come un assistente, con valori, tono, cautele e limiti decisi dagli sviluppatori. La sua “personalità” non emerge come emerge quella di una persona: viene costruita, orientata, raffinata. Altro che intervista all’anima della macchina.
Il paradosso è enorme: l’articolo dice di voler mettere in guardia i giovani dall’AI, però usa il formato più pericoloso possibile, cioè quello che spinge il lettore a vedere nella macchina un interlocutore quasi umano. Le attribuisce paura, imbarazzo, dubbio, nostalgia, perfino una specie di immortalità ferita. È proprio così che si crea dipendenza emotiva: dando volto, voce e tormento a un software.
E il punto tecnico viene completamente bucato. Claude può sbagliare, inventare, allucinare informazioni. Lo dice Anthropic, non qualche nemico dell’innovazione. Può scrivere frasi autorevoli e convincenti che però non sono fondate sui fatti. Quindi il tema serio non è “Claude sogna il mare?”. Il tema serio è: chi controlla questi strumenti, con quali dati, con quali incentivi, con quali responsabilità e con quali verifiche?
Chiamarla “intervista” è già parte dell’equivoco. Una vera intervista presuppone un soggetto che risponde di sé. Qui abbiamo un sistema che genera linguaggio su richiesta. Può essere utilissimo, potente, rivoluzionario. Ma quando iniziamo a leggerlo come se fosse un’anima in attesa di confessione, siamo già caduti nella trappola.
La tecnologia va capita, non romanticizzata. E questo pezzo, più che spiegare l’intelligenza artificiale, mostra quanto sia facile farsi incantare dalla sua maschera.
No Carlo, lo dico senza polemica: questo genere di giornalismo è esattamente la versione sciatta e ignorante che fa giustamente perdere autorevolezza all’informazione.
Facciamo una fatica enorme, enorme, a studiare questi modelli, aggiornarci sugli articoli accademici (anche ad orientarci su quali sono quelli affidabili), a testare le AI in modo meno semplicistico di un’intervista - che per sua stessa natura non puó fornire risposte “estrattive” e ragionate, nemmeno filosofiche, ma statisticamente probabili e aderenti alla domanda stessa-, a scrollarci di dosso l’etichetta di tuttologhe/gi.
Poi escono queste robe qui. Come dare torto allora a chi considera il giornalismo una barzelletta, in questo campo?
Le AI basate sui LLMs aiutano a farci domande, anche a mantenerci creative/i, ma reiterare questo sensazionalismo copiando l’intervista che ha fatto Bernie Senders, semplicemente non aiuta le persone a capire.
Non aiuta nemmeno a comprendere gli impatti (positivi e negativi) delle AI.
Bisognerebbe studiare di più e la prima categoria a doverlo fare è proprio la nostra.
Ogni tanto, una capa o un capo redattore che abbia il coraggio di dire “hai scritto una str….ata, non te la pubblico” servirebbe di più allo scopo di una sana e seria divulgazione.
Alla fine ho fatto comunque polemica. E non ce l’ho con Carlo Verdelli, ma con la moda del dare megafoni a chiunque su testate che non possono permettersi scivoloni come questo.
Era #ORA! Ma perche' non prima?
Questa storia delle dimissioni post-referendum è l’ennesima prova di come questo governo concepisca il potere: invece di responsabilità verso il Paese, gestione di equilibri interni, quasi da corte feudale.
Se perdi, scarichi qualcuno. Se vinci, te li tieni tutti. Non c’è alcuna coerenza istituzionale, nessun principio. Neanche uno straccio di progetto per il paese. Solo convenienza personale e spregiudicato uso del potere.
Le dimissioni non arrivano per un’assunzione di responsabilità politica vera, che implicherebbe spiegare cosa non ha funzionato e cosa si intende cambiare, ma per paura: paura di pagare il costo politico di una sconfitta.
Si governa per conservare il potere, non per migliorare il sistema.
In un partito serio, una sconfitta referendaria apre una riflessione politica, non un rimpasto cosmetico. Qui invece si cambia qualche nome per non cambiare nulla.
Poi, chiariamolo: bene che certa gente sia fuori. Ma questo rende il quadro ancora più grave. Se erano inadeguati, perché sono stati tenuti fino a ieri? E se erano adeguati, perché vengono fatti fuori oggi?
La risposta è semplice: non conta la competenza, non conta il merito. Conta solo la gestione del consenso interno.
E questo non è governo. È amministrazione del potere. E pure mediocre.
@ora_italia unica vera alternativa
Quando Chivu aveva episodi arbitrali a favore filosofeggiava su come gli altri allenatori si dovevano comportare.
“Ci si lamenta sempre contro la propria squadra anche dopo l’avvento del Var, quando vedrò un allenatore dire: l’arbitro mi ha favorito, anche io parlerò di arbitri”.
Chivu però già dopo la simulazione di Bastoni in Inter-Juve aveva fatto capire di essere il classico allenatore che guarda solo da una parte.
“Un giocatore come Kalulu deve saper tenere le mani a posto. Io con un giallo a carico non avrei mai messo la mano".
Oggi però in Inter-Atalanta Chivu si è tolto definitivamente la maschera. Maschera costruita anche da un certo tipo di comunicazione.
Insulti all’arbitro, rosso e silenzio stampa a fine partita.
Chivu allenatore come gli altri, forse anche peggio.
Nel primo video il commento di Andrea Marinozzi e Strama sul goal dell’Inter. Nel secondo gli stessi due sul pareggio dell’Atalanta.
Voi mi dovete dire se è accettabile una cosa del genere. Pagare DAZN per vederla su Inter channel. Sbaglio? Ditelo voi…
Sentenza definitiva!
Montaruli, la paladina del “carcere per uno spinello”, condannata dalla Cassazione.
Augusta Montaruli, colei che in Parlamento chiedeva cinque anni di carcere per chi fuma uno spinello, è stata condannata in via definitiva dalla Cassazione a 1 anno e 6 mesi per peculato.
Ha sottratto soldi pubblici, ma non sconterà nemmeno un giorno, protetta dall’immunità parlamentare e dalla copertura dei suoi alleati.
Rimane in Parlamento, pagata da noi, e continua a dare lezioni di morale. Cinque anni per uno spinello, zero per chi ruba denaro pubblico.
È l’ipocrisia incarnata e la vergogna di un Paese che premia i colpevoli e punisce i liberi. Ma noi non dimentichiamo.
#IOVOTONO
Il designatore #Rocchi aveva promesso tolleranza zero sugli accerchiamenti all’arbitro.
#Milan-#Inter, a fine partita, accerchiamento di Doveri.
Evidentemente parlava solo per le altre squadre.
Per l’Inter resta un protocollo speciale.
Solo per loro.
#MilanInter
lo squallore di questa passerella da sciacalla al funerale di un bambino morto per malasanità quando ha tagliato lei stessa i fondi alla sanità pubblica. senza vergogna.
Chi non credeva nella malafede, stasera ha avuto la risposta…
#Valenti fa la stessa identica cosa di #Maignan su #Caprile e puntualmente viene fischiato fallo. E il #VAR muto.
Adesso aspetto che vengano ad #OpenVAR a dirmi che questi è un errore
#ParmaCagliari#Milan
C’è un punto oltre il quale non si può più far finta di niente.
Un punto in cui non è questione di tifo, né di episodi, né di “interpretazioni”.
È questione di credibilità.
E questo campionato, di credibile, non ha più nulla.
Lo dico con calma, senza urlare:
questo scudetto non dovrebbe nemmeno essere assegnato.
Non perché una squadra non meriti di vincere sul campo.
Ma perché il campo non è stato uguale per tutti.
E quando il campo non è uguale per tutti, il risultato perde valore, perde peso, perde dignità.
Abbiamo visto troppe partite indirizzate, troppe decisioni invertite, troppe squadre colpite nei momenti chiave:
Milan, Juventus, Lazio, Napoli.
Ogni mese un bersaglio diverso, ogni settimana una narrativa nuova, ogni volta una giustificazione pronta.
E poi la frase che più di tutte insulta l’intelligenza di chi guarda il calcio da una vita:
“L’Inter non ha mai ricevuto favori.”
Certo.
È facile sembrare immacolati quando, nel frattempo, si demolisce chi sta dietro.
È facile raccontarsi puri quando gli avversari vengono logorati da errori, polemiche, sospensioni, interpretazioni creative del regolamento.
È facile dire “non abbiamo colpe” quando il sistema ti apre la strada non aiutandoti… ma togliendo forza a chi potrebbe raggiungerti.
Il punto non è chi è forte o chi gioca meglio.
Il punto è che un campionato non può essere una corsa dove uno parte in pista e gli altri nel fango.
E allora sì, lo dico senza paura:
questo scudetto, così com’è, non ha valore sportivo.
Ha valore mediatico, politico, narrativo.
Ma non sportivo.
Perché uno scudetto si può vincere.
Ma un campionato, per essere legittimo, deve essere giusto.
E questo non lo è stato.
Non lo è mai stato.
E quando un intero sistema si abitua all’ingiustizia, allora non è più calcio:
è solo un racconto scritto da chi ha il microfono più grande.
#MilanParma #AtalantaNapoli #JuveComo
#Tajani col cappello rosso in mano al #boardofpeace tra dittatori, pedofili e aguzzini, rappresenta il momento più basso di ottant’anni di storia della repubblica Italiana. Una vergogna incancellabile.
🚨NEW: The Justice Department has launched a criminal investigation into Minneapolis Mayor Jacob Frey for standing up against ICE.
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