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Torna la rubrica Eco dalla #Cina. Oggi parliamo di #Hangzhou, capoluogo della provincia cinese dello Zhejiang, inserita dall'ONU nella lista delle venti città selezionate nell'ambito dell'iniziativa "20 Cities Towards Zero Waste". https://t.co/6hzK9SoXjd
Da oggi racconto su Eco dalle Città come #Pechino e la #Cina affrontano le grandi questioni ambientali. Si parte dalla gestione dei rifiuti nella capitale. https://t.co/fOiJOsySdj
A Beijing, le mostre su Andrea Palladio e Pompei aprono una nuova pagina nello scambio culturale tra 🇨🇳 🇮🇹 nel segno della ricerca, conoscenza e della memoria condivisa.
Una grande mostra raccontata attraverso reperti inediti e tecnologie narrative contemporanee.
#CinaItalia
#XiJinping ha delineato la strategia per trasformare la #Cina in una potenza finanziaria: "Servire l'economia reale è la funzione principale della finanza".
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👀The sense of community in China is unlike anything I've seen in any other country I've been.
Every night, people fill their cities and dance, sing, and play together.😃😃😃
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🇨🇳China has much to teach us.
Sul caso "factchecking Barbero", mi pare che Facta e il direttore di Pagella Politica, Giovanni Zagni, abbiano già detto tutto quello che c'era da dire (link nei commenti). In breve, l'idea di trattare con gli strumenti del factchecking un discorso politico, anche discutibile, significa fare un pessimo uso del factchecking stesso.
Ma a questo vorrei aggiungere una riflessione "storica" su come siamo arrivati a questo punto, visto che con il factchecking ho avuto a che fare per parecchi anni.
La "seconda ondata" del factchecking, quella dei progetti di verifica delle notizie indipendenti dalle testate tradizionali, è arrivata in Italia all'inizio degli anni Dieci (la "prima ondata", quella del factchecking come strumento interno alle redazioni, invece, da noi non si è mai vista).
All'epoca lavoravo al Post, il giornale online da poco fondato da Luca Sofri. Eravamo una piccola brigata che si sentiva investita – nel senso migliore del termine – della missione di "fare le cose fatte bene". Il che significava anche cercare di scrivere cose precise e verificate.
Il summenzionato Giovanni Zagni era all'epoca il mio capo. Ricordo che commentò uno dei miei primi articoli, in cui avevo trattato con un po' di faciloneria un qualche argomento, dicendomi: "Ho l'impressione che tu non abbia abbastanza timore dei commentatori del Post", all'epoca noti per la loro acribia e per le loro disparate competenze, con cui erano pronti a mettere in croce noi poveri redattori, dilettanti di ogni argomento.
Fu anche sotto queste influenze che decisi di aprire sul Post un blog di factchecking. La mia idea era semplice: seguire i talk show politici di prima serata e riportare il giorno dopo tutti gli errori fattuali commessi dagli ospiti nei loro discorsi.
Non ero il solo, anzi. Quegli anni furono una ricca stagione per il factchecking, in cui era nata Pagella Politica e altri progetti che si rivelarono più aleatori. Sul factchecking un editore mi chiese di scrivere un libro e Che tempo che fa mi invitò a scrivere una rubrica ("Dialogo tra un rompiscatole e un cacciaballe"), recitata in trasmissione da Fabio Fazio e Massimo Gramellini. Poco dopo, insieme a Pagella Politica, iniziammo una collaborazione con la Rai che, attraverso varie trasmissioni, durò, se la memoria non mi inganna, per oltre cinque anni e che ci portò parecchie soddisfazioni (tra le altre, smentire in diretta una dichiarazione di Matteo Renzi, al culmine del suo potere e mentre era presente in studio).
C'erano almeno due importanti ragioni per questo successo proprio in quegli anni: l'esplosione dei social network e il travolgente arrivo sulla scena politica di Beppe Grillo, due fattori che avevano contribuito in modo determinante a spezzare il tradizionale oligopolio sull'informazione politica, aprendo le porte a complottismo e cospirazioni, ma anche a opinioni semplicemente eterodosse che non avevano mai trovato spazio al di fuori di piccole nicchie.
Il 2016, con Brexit e l'arrivo di Donald Trump, segnò una seconda esplosione del fenomeno factcheking, questa volta su scala mondiale. Ma, nello stesso momento, iniziò a mostrarne anche i limiti.
Gli anni seguiti alla grande crisi finanziaria avevano incrinato irrimediabilmente una certa visione del mondo che, pur con sfumature conservatrici o progressiste, era stata dominante per un trentennio. Certezze come la superiorità della democrazia liberale e la garanzia di progresso materiale assicurata da semplici ricette di politica economica avevano mostrato la loro mancanza di solidità. Le possibilità del fattibile, per non parlare del dicibile, si erano allargate a dismisura.
È in questa circostanza che una parte del movimento del factchecking, spesso quella meno rigorosa, ma non solo (io stesso sono spesso caduto in questa trappola), ha iniziato lentamente a trasformarsi in una sorta di casta devota alla tutela del mainstream. Per alcuni, in altre parole, il problema non era più smentire l'errata statistica sulla pressione fiscale diffusa da questo o quel politico, ma stabilire irrevocabilmente se l'euro era stato una buona idea e se chi proponeva di uscirne per il bene del Paese dicesse una cosa "vera" o "falsa".
Era l'idea, tecnocratica e perversa, che il dibattito politico sia fatto di numeri e dati divisi in modo binario – giusti o sbagliati – e non di visioni del mondo che non sono né vere né false, ma semplicemente differenti.
In questo senso, il factchecking, nelle sue declinazioni peggiori, va a braccetto con buona parte del moderno centrismo politico, che rifiuta epistemologicamente il dialogo con gli avversari, portatori, appunto, non di idee o interessi differenti, ma invariabilmente manipolatori populisti, magari al soldo di potenze avversarie (e lo abbiamo visto chiaramente anche nel caso Barbero).
Il peccato capitale è considerare il factchecking un sostituto della politica democratica, l'arte di creare coalizioni componendo interessi differenti.
Tuttavia, il factchecking rimane uno strumento utilissimo e che dovrebbe essere molto più diffuso di quanto non sia. Affinché funzionino, le nostre democrazie hanno bisogno di elettori informati correttamente, di media credibili e rigorosi. Ma deve essere fatto bene, e per farlo bene, come tutte le cose, servono tempo, risorse e competenza.
In caso contrario, come è stato nel caso di Barbero, il factchecking finisce per essere circondato da un'aura di partigianeria e pressappochismo che non danneggia soltanto chi lo fa, ma la credibilità di tutta l'informazione.
@paolomossetti@PagellaPolitica Interessante è anche la posizione di Facta, una delle due organizzazioni di fact-checking indipendenti selezionate da Meta in Italia: https://t.co/ClyYaF11si
Premetto di non avere alcuna posizione predefinita sul referendum: nessuna pregiudiziale.
Il nodo principale è questo: interventi argomentati come quello di Alessandro Barbero vengono spesso delegittimati dai debunker, che, pur ammettendo la correttezza della sua descrizione del sistema attuale e della riforma, salvo qualche imprecisione, liquidano le sue conclusioni come "mere previsioni future, non fatti verificabili".
Peccato che le rassicurazioni opposte degli stessi debunker, gli scenari positivi della riforma, siano a loro volta previsioni, non fatti verificati. Entrambe le parti ragionano su scenari ipotetici, ottimistici o pessimistici: si può discuterne, ma non si può trattarne una come "fatto" e l'altra come "solo opinione".
Ancora più evidente è l'asimmetria: affermazioni ben più gravi e politicizzate, come il riferimento ricorrente alla "magistratura rossa" o ai "disegni politici della magistratura", circolano quasi sempre senza debunking altrettanto rigoroso, sistematico e visibile.
Questa disparità suggerisce una parzialità di fondo nel fact-checking: la scelta di cosa debunkare, e con quanta intensità, appare fortemente influenzata dai bias politici degli autori e delle redazioni. Si tratta di un meccanismo risaputo nel campo del giornalismo: l'imparzialità assoluta è irraggiungibile, e le opinioni personali finiscono per "sporcare ma anche arrichire" non solo le analisi, ma soprattutto la selezione degli obiettivi da verificare.
Questa asimmetria erode da anni la credibilità del fact-checking, specialmente su temi sensibili, nel momento in cui limita la circolazione di opinioni legittime.
In un intervento al Forum di Davos, #Trump ha dichiarato che "la Cina produce quasi tutte le pale eoliche del mondo, eppure io non sono riuscito a trovare alcun parco eolico in Cina".
I dati raccontano una realtà molto diversa, come si vede dalle immagini. La #Cina è da molti anni il primo Paese al mondo per capacità eolica installata, che ha raggiunto oltre 600 gigawatt e rappresenta oltre il 15% della capacità totale di generazione elettrica del Paese.
Insomma, non si tratta di qualcosa assente in Cina, ma anzi di una parte centrale della transizione energetica del Paese.
Sul canale Telegram di chinavox le ultime dichiarazioni di Guo Jiakun.
Il "debunking" su Barbero è davvero un obbrobrio logico. L'articolo stesso ammette che "Barbero descrive correttamente il sistema attuale e la riforma". Quindi che debunking sarebbe? Liquidano le sue conclusioni come "previsioni future, non fatti verificabili". Ma quando valuti una riforma non ancora in vigore, bisognerebbe evidenziare che tutte le valutazioni sono previsioni. Anche le rassicurazioni dello stesso debunker ("il sorteggio rende imprevedibile") sono previsioni, ma di segno opposto. La cosa ironica è che ammettono che "se la maggioranza controllasse le liste, un rischio esisterebbe", ma poi dicono che Barbero "non è supportato dai fatti". Mi pare una contraddizione palese. Mi sembra che venga utilizzata l'autorità del "debunking" per delegittimare valutazioni politiche legittime, presentando le proprie come più "oggettive".
In un intervento al Forum di Davos, #Trump ha dichiarato che "la Cina produce quasi tutte le pale eoliche del mondo, eppure io non sono riuscito a trovare alcun parco eolico in Cina".
I dati raccontano una realtà molto diversa, come si vede dalle immagini. La #Cina è da molti anni il primo Paese al mondo per capacità eolica installata, che ha raggiunto oltre 600 gigawatt e rappresenta oltre il 15% della capacità totale di generazione elettrica del Paese.
Insomma, non si tratta di qualcosa assente in Cina, ma anzi di una parte centrale della transizione energetica del Paese.
Sul canale Telegram di chinavox le ultime dichiarazioni di Guo Jiakun.
@fdragoni "I haven't been able to find any wind farms in China". Peccato che la capacità eolica installata in Cina abbia superato i 600 GW, equivalenti a circa il 15-16% della potenza elettrica totale del Paese. Basterebbe questo dato per non prendere seriamente Trump.
Qualche giorno fa, mentre ripassavo un po' il mio cinese, mi sono soffermato su una parola in apparenza abbastanza semplice: 地球 (dìqiú, Terra), composta da "地" (dì, terra, suolo) e "球" (qiú, sfera). Una composizione di termini perfetta e intuitiva.
Incuriosito, mi sono domandato se fosse stata chiamata sempre così nell'antichità. Beh, senza aspettarmelo, la risposta mi ha fatto conoscere una storia davvero affascinante, in cui anche noi italiani c'entriamo un po'.
Per dirla in breve, il termine 地球 apparve per la prima volta in Cina durante la dinastia Ming, introdotta dai gesuiti europei. La sua prima comparsa risale al 1602, quando il gesuita italiano Matteo Ricci la impiegò nella sua mappa mondiale per tradurre il concetto di globo terrestre. 地球 si affermò successivamente come termine standard nel tardo periodo Qing.
Eppure, quanta storia c'è in questi due caratteri. L'idea di una Terra sferica risale all'antica filosofia greca: Parmenide fu il primo autore che scrisse della sfericità della Terra, Aristotele la avvalorò con osservazioni empiriche, Eratostene stimò la circonferenza con una precisione quasi impressionante. La conoscenza della sfericità della Terra è sopravvissuta nel corpus medioevale attraverso le traduzioni e le rielaborazioni arabe dei testi greci, diventando patrimonio culturale consolidato nel Basso Medioevo, per poi approdare in Cina attraverso l'opera dei gesuiti. Un giro incredibile.
Oggi, quando il presidente cinese Xi Jinping parla di una "comunità umana dal futuro condiviso", non posso fare a meno di pensare a questo mondo, a questa nostra storia comune, che si muove nell'intensità di scambi e di incontri. Una massa tumultuosa di intrecci culturali. Eppure, in questo periodo storico, mi preoccupa osservare una parte del mondo che si isola, che antepone la "legge della giungla" alla collaborazione, che ragiona per blocchi, unilateralismo e conflitto, trascurando la ricchezza insita nello scambio e nella scoperta reciproca. Ed ecco perché penso che una parola in apparenza così semplice racconti qualcosa di meraviglioso, dove l'arricchimento reciproco diventa bussola in questi tempi oscuri.
There is no end of US empire until the empire is dismantled.
Real Americans want healthcare, affordable homes, and investments in education, not bases on foreign soil.
*There has, thus far, been no retreat for US military.
*The Palestinians are still being killed with US material support.
*The US is still orchestrating color revolutions.
*The US is still bombing throughout the world.
*The US is still threatening countries with war throughout the world.
It's all well and good that people are talking about the end of US empire, but its not over until the US global network of bases are shuttered.
Material conditions matter.