Perché vincono quelli che sbagliano?
C'è un paradosso che attraversa le democrazie occidentali. Partiti di destra che amplificano odio, che commettono reati accertati, che mentono sistematicamente, che dividono invece di unire, vincono le elezioni. Non una volta per caso. Sistematicamente. In Italia, in Francia, negli Stati Uniti, in Ungheria, in Olanda. Ovunque.
La domanda non è retorica: come è possibile che formazioni politiche che rappresentano, apparentemente, la parte più buia dell'essere umano, raccolgano così tanti consensi? Come può un elettorato scegliere chi alimenta le sue paure invece di chi promette soluzioni ragionate?
La risposta non sta nella politica. Sta in noi. In come siamo fatti. E in particolare in un fatto scomodo: l'istinto è più veloce della ragione. E la destra ha capito come sfruttarlo.
Il cervello umano funziona su due binari. Uno è veloce, automatico, emotivo. Reagisce al pericolo in frazioni di secondo. È l'amigdala, la parte antica del cervello che ci ha tenuti vivi per millenni. Vede un serpente e ti fa saltare indietro prima ancora che tu abbia capito cosa stai guardando. Non ragiona. Reagisce.
L'altro binario è lento, riflessivo, razionale. È la corteccia prefrontale, la parte evoluta che pesa le conseguenze, valuta le opzioni, costruisce ragionamenti articolati. È quella che ti permette di capire che quel serpente è di gomma. Ma arriva dopo. Sempre dopo.
La politica di destra gioca sul primo binario. La politica di sinistra chiede di usare il secondo.
Quando la Lega dice "prima gli italiani", non sta facendo un'analisi economica. Sta premendo un pulsante istintivo che esiste in te, in me, in chiunque: protezione del gruppo. Noi contro loro. Il tuo cervello lo riconosce immediatamente. È un meccanismo che esiste da quando gli esseri umani vivevano in tribù di cinquanta persone e tutto ciò che veniva da fuori era potenzialmente pericoloso.
Quando Fratelli d'Italia parla di "sostituzione etnica", sta attivando la tua paura della perdita di identità. Non importa che i dati demografici dicano altro. Non importa che l'analisi razionale smonti il concetto. La paura arriva prima dell'analisi. E una volta arrivata, domina tutto.
Quando Trump costruisce un muro al confine, non sta risolvendo un problema di immigrazione. Sta dando forma fisica a una paura che già abita dentro chi lo vota. Il muro è visibile, concreto, immediato. La tua mente istintiva lo riconosce: barriera uguale protezione. Fine del ragionamento.
Pensa a come comunica la destra. Slogan brevi. Nemici chiari. Soluzioni semplici. "Stop invasione." "Prima noi." "Difendiamo i confini." Ogni messaggio è costruito per bypassare la tua riflessione e attivare la tua reazione. Non c'è bisogno di leggere un programma di cinquanta pagine. Non c'è bisogno di capire la complessità economica. C'è un problema, c'è un nemico, c'è una soluzione. Tre passaggi. Istantanei.
Adesso guarda come comunica la sinistra. Parla di uguaglianza, di diritti universali, di redistribuzione della ricchezza, di sostenibilità ambientale, di inclusione. Ogni concetto richiede un passaggio cognitivo. L'uguaglianza richiede di pensare che l'altro sia uguale a te, anche se viene da lontano, anche se ha meno, anche se è diverso. Richiede di sospendere l'istinto che dice "proteggi prima il tuo gruppo" e attivare un ragionamento etico superiore.
La pace richiede di controllare l'impulso alla vendetta, di vedere le conseguenze a lungo termine, di costruire compromessi. La sostenibilità ambientale richiede di rinunciare oggi per preservare domani. Ogni proposta di sinistra chiede lavoro cognitivo. Chiede fatica. Chiede di usare il binario lento.
Non è una questione di intelligenza. È una questione di energia. Il tuo cervello preferisce risparmiare fatica. L'istinto costa meno della riflessione. E quando sei stanco, quando sei insicuro, quando hai paura, il cervello torna automaticamente al binario veloce. Senza chiederti il permesso.
È qui che entrano i social media. E cambiano tutto.
Le piattaforme social sono progettate per massimizzare l'engagement. E cosa genera più engagement? Le emozioni forti. Rabbia. Paura. Indignazione. Un post che ti fa arrabbiare ottiene più reazioni di un post che ti fa riflettere. L'algoritmo non distingue tra emozioni costruttive e distruttive. Conta i click. E i click arrivano dall'amigdala, non dalla corteccia prefrontale.
La destra ha capito questo meccanismo prima e meglio. Produce contenuti che attivano immediatamente la tua reazione emotiva. Un video di un immigrato che commette un reato. Una notizia di un episodio di violenza. Un'immagine di un barcone. Non importa se statisticamente quel singolo episodio è irrilevante. Importa che attiva la paura. E la paura si condivide, si commenta, si amplifica.
La sinistra produce analisi, dati, ragionamenti. Contenuti che richiedono tempo, attenzione, capacità di connettere informazioni. L'algoritmo li penalizza. Non perché siano sbagliati. Perché sono lenti. E il social media è veloce.
Il risultato? La destra domina lo spazio digitale. Non perché abbia ragione. Perché sa parlare alla parte di te che reagisce più in fretta.
Io lo vivo ogni giorno. Scrivo post lunghi. Post che richiedono attenzione, che chiedono di fermarsi, di pensare. E so che pochi li leggono fino in fondo. Lo vedo dai numeri. Lo sento dai commenti di chi risponde alla prima riga senza aver letto le altre venti.
Molti me lo dicono apertamente: "Troppo lungo, non ho tempo." "Su Twitter si usano 240 caratteri, c'è un motivo." "La gente non legge più così."
E hanno ragione. La gente non legge più così. Perché leggere richiede sforzo. Richiede di rallentare in un mondo che corre. Richiede di usare il binario lento quando tutto intorno ti spinge a usare quello veloce.
Il post lungo è fatto per chi ha voglia di pensare. E non sono più molte le persone che hanno voglia di pensare. Non perché siano stupide. Perché sono stanche. Perché il mondo chiede loro di reagire cento volte al giorno e non dà mai il tempo di riflettere.
E io so che anche questo editoriale, proprio mentre lo leggi, sta lottando contro la tua voglia di scrollare via, di passare al prossimo contenuto, di tornare al binario veloce. Se sei arrivato fin qui, stai facendo fatica. Una fatica che la destra non ti chiede mai di fare.
Ma c'è un ultimo pezzo, forse il più doloroso. L'istruzione.
La capacità di usare il binario lento, quello della riflessione, non è innata. Si impara. A scuola si impara a leggere un testo complesso, a valutare fonti diverse, a costruire un'argomentazione, a vedere le sfumature. Si impara, soprattutto, a sospendere il giudizio immediato e aspettare di avere più informazioni.
Ma l'istruzione è in crisi. Ovunque. I tagli alla scuola pubblica. La precarietà degli insegnanti. La riduzione delle ore di storia, filosofia, italiano. L'impoverimento dei programmi. La crescente difficoltà nella comprensione del testo. Un quindicenne italiano su due non capisce fino in fondo quello che legge. Non per incapacità naturale. Per mancanza di allenamento.
Meno istruzione significa meno strumenti per usare il binario lento. Significa maggiore dipendenza dall'istinto. Significa maggiore vulnerabilità alla manipolazione emotiva.
E la destra questo lo sa. Non è un caso che i governi di destra taglino sempre l'istruzione pubblica. Non è cinismo gratuito. È strategia. Un elettorato meno istruito è un elettorato più facilmente controllabile attraverso le leve emotive.
Pensa a tuo figlio. A tua nipote. A quella ragazzina che vedi ogni mattina andare a scuola con lo zaino sulle spalle. Le stiamo togliendo gli strumenti per difendersi. Non dalle bombe. Dalla propaganda. Non dalla povertà materiale. Dalla povertà di pensiero.
La sinistra chiede di pensare. La destra dice: non pensare, reagisci. E in una società stanca, spaventata, poco istruita, reagire è più facile che pensare.
Allora è tutto perduto? La razionalità è destinata a soccombere all'istinto? Dobbiamo rassegnarci a vedere vincere chi sfrutta le nostre paure invece di chi prova a risolverle?
No. Ma serve essere onesti. Con noi stessi, prima ancora che con gli altri.
La sinistra non può vincere solo con i programmi giusti. Deve capire come funziona la mente delle persone a cui parla. Deve trovare modi per comunicare valori complessi in forme che non richiedano uno sforzo cognitivo insostenibile. Deve investire sull'istruzione come priorità assoluta, perché solo persone capaci di pensiero critico possono resistere alla manipolazione emotiva.
E soprattutto, deve smettere di giudicare chi cade nella trappola dell'istinto. Non serve dire "sono stupidi" o "sono razzisti". Serve capire che stanno usando la parte del cervello che risponde più in fretta. Quella parte che abbiamo tutti. Quella parte che, se fossimo stanchi, spaventati, soli come loro, useremmo anche noi.
La democrazia richiede cittadini capaci di pensare. La destra prospera quando il pensiero diventa troppo faticoso. La battaglia non è solo politica. È educativa. È psicologica. È culturale. È personale.
E tu, quando è stata l'ultima volta che hai resistito alla tentazione di condividere immediatamente qualcosa che ti ha fatto arrabbiare? Quando hai aspettato, cercato altre fonti, verificato prima di reagire? Quando hai letto un articolo intero invece di fermarti al titolo?
La differenza tra democrazia e autoritarismo potrebbe stare tutta in quel secondo di pausa. In quella frazione di tempo in cui decidi di usare il binario lento invece di quello veloce. In quel momento in cui scegli di pensare invece di reagire.
Se sei arrivato fino a qui, hai fatto quella scelta. Hai scelto la fatica del pensiero invece della comodità dell'istinto. Hai usato energia per capire invece di risparmiare energia per reagire.
Non è poco. In un mondo che corre verso il binario veloce, è resistenza.
È tutto ciò che abbiamo.
L'unica voce sgomenta nel freakshow del CNEL è Malaguti: "Mi ero preparato un discorso equilibrato, ma dopo un'ora non ce l'ho fatta. Sentire parlare di vergogna per il giornalismo (da Incoronata Boccia) mi sconvolge. Stabilito l'orrore del 7 ottobre, qual è la linea dei valori occidentali per cui non possiamo parlare degli orrori dei mesi successivi? Se è accettabile bombardare un ospedale perché sotto c'è Hamas, sarebbe accettabile farci fuori tutti in questa sala se io, come dite voi, fossi di Hamas?"
Il genocidio a Gaza è iniziato con la propaganda israeliana, diffusa a reti unificate, sui 40 bambini israeliani decapitati.
Ora Israele paga Google 45 milioni di dollari per attaccare l’ONU e per negare la carestia e lo sterminio mediante uso della fame, le bombe e pallottole.
In Inghilterra basta un bicchiere di troppo, un rimborso gonfiato, una bugia presa in flagrante, e un politico si alza e se ne va. In Germania un ministro è stato costretto a dimettersi per aver copiato la tesi di dottorato quasi vent’anni prima. Negli Stati Uniti l’opinione pubblica divora senza pietà i propri rappresentanti quando cade l’ombra di uno scandalo. Non serve un tribunale, non serve una condanna: basta l’onta, basta la perdita della fiducia, e la carriera politica si spegne. È la logica dell’accountability personale, il legame diretto con l’elettore che non perdona, che non ammette compromessi.
In Italia no. Qui non basta neppure una condanna definitiva, come nel caso Montaruli. Non basta aver rubato milioni dalle casse pubbliche, come la Lega di Salvini. Non basta accumulare accuse su accuse, come Santanchè. Qui la politica diventa un luogo in cui la vergogna evapora, in cui la responsabilità si frantuma, e lo scandalo si trasforma in rumore di fondo, tollerato, normalizzato. E ci si chiede perché.
Una parte della risposta sta nella religione, che non è mai un fatto privato ma un humus culturale che plasma i popoli e le istituzioni. Max Weber lo aveva visto: il protestantesimo, soprattutto nelle sue varianti calviniste e luterane, costruisce una morale severa, dove la salvezza passa attraverso la condotta quotidiana e la coerenza pubblica. In quelle società il peccato non si cancella con una confessione, e l’opinione pubblica diventa il tribunale più spietato. In Italia invece la matrice cattolica offre sempre un appiglio: il perdono, la giustificazione, la possibilità di tornare nella comunità anche dopo la colpa. È una cultura del “si può ricominciare”, che sul piano politico diventa “si può resistere”. Non è il peccato che conta, ma la fedeltà, l’appartenenza, la continuità della missione.
C’è poi la questione della forma politica. In Inghilterra e negli Stati Uniti l’elettore sceglie direttamente il candidato, lo conosce, lo riconosce, lo giudica. Ogni politico sa che al termine del mandato dovrà rispondere al proprio collegio. In Italia no: la legge elettorale, con le liste bloccate, sposta il baricentro. Non è più l’elettore a confermare o punire il politico, ma il capo del partito a decidere chi inserire e chi tagliare. Il vero padrone non è il cittadino, è il capobastone. Così il parlamentare, quando cade nello scandalo, non teme il giudizio popolare: gli basta la protezione del leader. Dimettersi sarebbe un atto di debolezza, resistere invece diventa una prova di fedeltà, che anzi garantisce la rielezione.
A questo si aggiunge un tratto che viene da lontano, dalla lunga storia del clientelismo e della sopravvivenza politica italiana. Da noi l’etica pubblica non è mai stata una misura assoluta, ma un calcolo di convenienza. È una filosofia che risale a Machiavelli, a quell’idea che ciò che conta non è agire secondo un dovere universale, ma mantenere il potere, proteggere i propri, sopravvivere nello scontro. Una morale conseguenzialista, che diventa alibi e costume.
Quando si intrecciano questi tre fili, il cattolicesimo che normalizza il perdono, la legge elettorale che deresponsabilizza il politico, il clientelismo che premia la fedeltà più dell’integrità, si ottiene la formula della politica italiana. Il risultato è che il politico, anche travolto da scandali, non sente la necessità di dimettersi. Perché sa che non perderà il suo posto: la Chiesa gli ha insegnato che c’è sempre un perdono, il partito gli assicura che sarà rieletto, la tradizione gli ricorda che ciò che conta è resistere.
In questo quadro la destra italiana, che più di altri si richiama alla tradizione cristiana, appare la più incoerente. Invoca i valori della moralità, della famiglia, della disciplina, ma al momento della prova si rifugia nell’alibi del perdono cattolico, manipola il simbolo religioso come bandiera identitaria e trasforma lo scandalo in una questione di appartenenza. Mentre in Germania o in Inghilterra la fede cristiana si intreccia con l’idea di onore e coerenza pubblica, in Italia diventa un involucro retorico che giustifica la permanenza al potere.
E così la distanza cresce: tra il politico e il popolo, tra la morale proclamata e la morale praticata, tra l’Europa che si dimette per una tesi copiata e l’Italia che resiste anche dopo aver rubato milioni. È in questo scollamento che si consuma la nostra crisi etica. Non è solo la colpa di singoli uomini e donne di potere, ma di un’intera cultura politica che ha imparato a non arrossire.
Per questo serve un cambio di paradigma. L’elettore deve tornare a scegliere direttamente il proprio rappresentante, con nome e cognome, senza scorciatoie e senza listini chiusi decisi nelle segreterie. Solo un rapporto diretto tra cittadino e politico può ricostruire la responsabilità, restituendo alla collettività il potere di premiare o punire. Allo stesso tempo l’immunità parlamentare deve essere rivista con rigore. Può avere senso soltanto per proteggere l’attività politica e la libertà di parola in Parlamento, non per trasformarsi in uno scudo contro qualunque reato. Chi ruba, chi froda, chi inganna, deve rispondere davanti alla legge come qualsiasi altro cittadino. Ogni altra interpretazione è un abuso che mina le fondamenta stesse della democrazia.
Solo così l’Italia potrà cominciare a spezzare il circolo vizioso che la tiene intrappolata tra scandali e impunità. Solo così la politica potrà tornare a essere un servizio e non un privilegio. E solo così, forse, anche in questo paese le dimissioni diventeranno un atto naturale di dignità e non un’eccezione incomprensibile.
La polizia ha fermato al Lido di Venezia Anna Foglietta e Laika perché mostravano la bandiera palestinese e l'opera "We are coming", realizzata dalla street artist a sostegno di Global Sumud Flotilla.
Anna Foglietta da ascoltare e far ascoltare ai vari Sorrentino, Verdone, Favino
Ma perché la Lega tace? Perché quando esplode lo scandalo del sito Phica, che ruba e manipola i corpi delle donne, e quando si scopre un gruppo Facebook che ride delle mogli come di trofei di caccia, da Salvini a Pillon non si sente nulla? Non un comunicato, non un post, non un atto di indignazione. Parlano Meloni, parla La Russa, perfino Vannacci, che riesce a trasformarsi in vittima. Ma i crociati della famiglia tradizionale, i moralisti ossessionati dall’aborto e dal divorzio, restano muti.
Non è silenzio casuale, è silenzio calcolato. È protezione del proprio elettorato. Perché la Lega sa che tanti uomini che la votano sono proprio lì, tra chi ride di quelle immagini, tra chi considera la misoginia uno scherzo, tra chi scambia la violenza per goliardia. E allora conviene tacere. Conviene non disturbare i propri lettori.
E qui il gioco si fa sporco. Il silenzio diventa manipolazione. La Lega non difende le donne, difende la platea maschile che consuma quelle immagini e che pretende di non sentirsi mai colpevole. Non difende la dignità femminile, difende la normalità dell’abuso trasformato in satira. Non difende la libertà, difende il diritto di ridere dei corpi rubati.
Vannacci completa il quadro: invece di denunciare la violenza sistematica contro le donne, fa di sé il protagonista, si dichiara “abusato” e trascina tutto sul terreno della vittimizzazione maschile. È il colpo di genio della propaganda: cancellare il genere, spostare il fuoco, dire agli uomini “vedete, siamo noi le vere vittime”. Così la misoginia non solo viene rimossa, ma addirittura travestita da difesa della virilità.
È lo stesso schema che conosciamo: gli evangelici americani che tacciono sugli abusi interni e urlano contro il gender, la Russia che depenalizza le botte in casa e condanna l’Occidente. Sempre lo stesso inganno: non guardare dentro, costruire un nemico esterno.
E allora quel silenzio diventa una dichiarazione urlata: noi stiamo dalla parte degli uomini che consumano, che ridono, che umiliano. Non diremo mai che sbagliano, non diremo mai che sono colpevoli. Continueremo a proteggerli. Continueremo a garantire loro che la misoginia resterà impunita.
Questo silenzio grida. Grida che la Lega ha scelto il proprio campo: non le donne violate, ma gli uomini che violano. Non le vittime, ma i carnefici. Non la giustizia, ma la complicità. È un silenzio che pesa come un macigno e che rivela la verità: la Lega non è il partito della famiglia, è il partito della misoginia normalizzata. E il silenzio che oggi ci gettano addosso è già un messaggio al loro elettorato di domani: ridete pure, abusate pure, noi non vi tradiremo mai.
CasaPound occupa da oltre vent’anni un palazzo intero a Roma, nel cuore della capitale, come un insulto permanente allo Stato e a ogni cittadino che paga le tasse. Non bastava l’arroganza di vivere nell’illegalità, ora proclamano pure che se la polizia proverà a sgomberarli ci sarà un bagno di sangue. Non una resistenza civile, non un ricorso legale, non una protesta: sangue.
Ecco, se qualcuno voleva ancora capire che cos’è il fascismo oggi, CasaPound lo spiega benissimo. È il culto della violenza, l’orgoglio dell’illegalità, la minaccia come unico linguaggio politico. Non hanno altro da offrire. Non cultura, non solidarietà, non servizi alla città: solo occupazioni, minacce e ricatti.
Chi si dichiara pronto al sangue per difendere un abuso, chi trasforma uno sgombero in un ultimatum di guerra urbana, non è un movimento politico. È un branco di criminali. E come tali vanno trattati.
CasaPound non è un’associazione, non è un partito, non è dissenso: è un covo fascista, un avamposto di violenza e odio piantato nel cuore di Roma. E il solo modo per restituire dignità alla democrazia è sgomberare quell’immobile, processare chi lo occupa e cancellare per sempre questa vergogna.
I fascisti non meritano attenuanti, non meritano indulgenze, non meritano complicità istituzionali. Meritano solo il carcere. Tutti, senza distinzione. Perché non sono cittadini, lo dicono da soli: sono nemici della Repubblica, nemici della libertà, nemici della società civile.
CasaPound è il fascismo. E il fascismo va estirpato con la massima durezza, senza esitazioni. Vuoi la democrazia? Allora i fascisti devono stare dove è giusto che stiano: dietro le sbarre.
Un gradissimo Marco Santin della Gialappa’s Band, attacca Meloni e il governo muto che ha il paraocchi che scondinzola a Trump e dice: "A Gaza c’è un genocidio" e scoppia la lite uno spettatore che lo insulta
Estratto da Cabaret AmoreMio 2025 - Premio arancia d'oro
1 agosto 2025
«Egregio Direttore, formulo la presente in nome e per conto dei miei assistiti in merito ai fatti verificatisi presso l’autogrill di Lainate il 27 luglio scorso per respingere le infamanti accuse di antisemitismo loro rivolte e chiedere una rettifica di quanto da voi rappresentato sulla base di una ricostruzione assolutamente parziale e tendenziosa della vicenda.
Il noto video raffigura una minima parte di quanto accaduto ed è stato strumentalizzato per lamentare presunte condotte antisemite che in realtà di antisemita non hanno proprio nulla e per fomentare un clima di odio che costituisce un serio pericolo per la incolumità degli individui da me patrocinati. Il 27 luglio, attorno alle 20, i miei assistiti si sono fermati all’autogrill di ritorno da una vacanza sul Lago Maggiore. Sono entrati, hanno pagato la consumazione alla cassa e sono andati al bancone per prendere un caffè. È sopraggiunto un uomo che ha iniziato a fissarli con insistenza, forse perché parlavano arabo.
Questo individuo ha rivolto le sue attenzioni in particolare alle donne del gruppo, le quali indossavano dei ciondoli raffiguranti la cartina geografica palestinese. Passando loro accanto, il signore francese si è rivolto all’indirizzo dei miei assistiti dicendo loro: “Figli di puttana palestinesi” e “Terroristi”. Questa grave offesa è stata percepita molto chiaramente, perché uno dei ragazzi appartenenti al gruppo conosce bene il francese. A fronte di queste gravi affermazioni, il ragazzo si è limitato a rispondere, sorridendo, “Free Pale§tine”.
A quel punto, sempre prima di girare il video che è poi stato oggetto di strumentalizzazione, l’uomo che oggi accusa falsamente i miei patrocinati di essere stato aggredito per motivi di odio etnico, nazionale, razziale o religioso ha rivolto alla compagnia di origine palestinese gesti offensivi, insulti razzisti e sessisti e minacce.
Da qui la reazione dei miei assistiti e dei loro familiari, ripresa con il cellulare, scevra da qualsivoglia finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Nel video, peraltro, si percepisce chiaramente l’uomo sfidare i presenti a uscire dall’autogrill e rivolgere loro insulti (“Stai zitto stronzo”, “Figlio di puttana”, “Vai a crepare”), oltre a inneggiare provocatoriamente a Israele (“Am Yisrael Chai”, “Viva Israele”). Successivamente, sempre l’uomo che lamenta di essere stato vittima della aggressione, è in realtà stato il primo a tirare una testata a uno dei miei assistiti, “colpevole” di avergli 4 chiesto di cancellare il video di cui sopra in quanto lesivo della propria privacy, e a scagliare un pugno al volto del di lui fratello. I ragazzi si sono poi recati al Pronto Soccorso, ove sono state diagnosticate lesioni, nello specifico trauma cranico e contusioni da percosse. In relazione a tali fatti è stata presentata una querela all’attenzione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano...
La versione dei fatti esposta dal signore francese e da voi recepita e diffusa è parziale e tendenziosa e ha finito con il fomentare un clima di odio che costituisce un serio pericolo per la incolumità dei miei assistiti. È sufficiente leggere i commenti alla notizia sui social network per rendersene conto. Le persone da me patrocinate sono ben consapevoli di cosa significhi essere discriminati per motivi religiosi, etnici e razziali, e non intendono certo macchiarsi degli stessi crimini. Per inciso, ove mai vi fosse bisogno di precisarlo, i miei assistiti sono cittadini italiani dalla nascita inseriti in un contesto sociale senza alcuna simpatia per gruppi che incitano comportamenti di odio di qualunque natura. Al contrario, essi sono impegnati insieme a persone di varie nazionalità e religioni (tra cui anche ebrei) per combattere ogni forma di discriminazione e violenza: la ferma condanna delle atrocità che si stanno consumando nella striscia di Gaza mi sembra perfettamente coerente con questo obiettivo. La volontà dei miei assistiti è che la comunità ebraica e quella palestinese collaborino in sinergia per porre fine al dramma cui stiamo assistendo».
La metà degli italiani non vota più. E no, non è protesta. È che non gliene frega un cazzo. E peggio ancora, non se ne vergognano.
Vivono nel proprio piccolo regno di abitudini, dove nulla entra e nulla esce, dove tutto si tiene purché nessuno chieda loro di alzare la testa, di leggere, di capire, di prendere parte. Non è solo apatia. È ignavia. È l’assenza di qualsiasi senso del dovere. È il rifiuto anche solo di guardare in faccia la realtà, purché la domenica ci sia la Serie A e il sabato la spesa all’outlet.
Ignavi. Quelli che non scelgono non per paura, non per delusione, ma perché non gli interessa niente e nessuno.
Non scelgono perché non sentono più il bisogno di distinguere il giusto dallo sbagliato, purché la bolletta non dia fastidio e il cellulare abbia campo.
E allora meglio niente. Meglio il silenzio. Meglio il divano.
Meglio far finta che la politica sia lontana.
Ma la politica non è lontana.
La politica vi ha già tolto la sanità, la scuola, i contratti stabili, le pensioni dignitose.
Vi ha svuotato il frigo e riempito le strade di precari.
Vi ha regalato Santanché, La Russa, Rampelli, Lollobrigida, Valditara.
Vi ha tolto i diritti e vi ha venduto la retorica del decoro, della sicurezza, della famiglia come giustificazione per ogni porcata.
E voi?
Zitti.
Fermi.
A guardare.
Parlate di rivoluzione, qualcuno. Ma quale rivoluzione?
Voi non fate nemmeno il gesto più semplice, più minimo, più gratuito: andare a votare.
Parlate di sistema corrotto, ma non vi prendete nemmeno il disturbo di scegliere chi prova a cambiarlo.
Avete scambiato la critica per cinismo, e il cinismo per intelligenza.
Ma è solo codardia.
È solo disimpegno.
È indifferenza mascherata da profondità.
E mentre voi vi fate i cazzi vostri, le destre si organizzano, si mobilitano, si spartiscono tutto.
Dalla RAI al CSM.
Dai fondi del PNRR agli incarichi negli enti pubblici.
Le poltrone, le aziende, i media, perfino i manuali scolastici.
Prendono tutto.
Perché voi non ci siete. Perché non vi interessa esserci.
E non dite che non si può fare nulla.
Non dite che “tanto sono tutti uguali”.
Chi non va a votare è colpevole quanto chi vota fascista.
Anzi no, peggio. Perché chi vota ha almeno scelto, ha almeno combattuto, anche se dalla parte sbagliata.
Voi no. Voi non avete lasciato il campo: non ci siete mai entrati.
Avete spento la luce e vi siete chiusi in camera, a guardare i TikTok dei balletti.
E lo capisco, in parte.
Lo capisco perché anche io, a volte, ho pensato che fosse tutto inutile.
Ma la differenza è che io ci torno, in cabina.
Perché mollare vuol dire consegnarsi.
E consegnarsi, oggi, vuol dire mettere il proprio silenzio al servizio del potere.
Il fascismo non ha più bisogno di fare paura.
Non gli serve più. Gli basta aspettare che ve ne freghiate.
Non è la politica che vi ha abbandonato.
È che voi, della politica, non avete mai voluto sapere nulla.
E ora vi fa comodo dire che non serve.
La democrazia non muore con un colpo di Stato.
Muore a forza di “tanto non cambia niente”.
Muore di ignavia, di menefreghismo, di diserzione civile.
Muore mentre vi distraete.
Così muore un Paese.
Non tra le bombe. Ma nel vuoto lasciato da chi non c’è.
Su https://t.co/WdjLDPpULB abbiamo ricostruito la campagna pubblicitaria di Israele contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Consultando il portale Ads Transparency di Google, risulta che il dominio https://t.co/k2sHKd6E4X abbia sponsorizzato una pagina contro Albanese per la prima volta il cinque luglio, poi l'ha aggiornata l'otto.
Da mesi la Israeli Government Advertising Agency – agenzia che opera come gruppo di comunicazione per il governo di Benjamin Netanyahu – sta cercando di manipolare la narrazione con strumenti propri della comunicazione commerciale. Ha già diffuso video creati con l'IA sugli aiuti umanitari a Gaza, una campagna diffamatoria contro UNRWA, e ora in testa ai risultati di ricerca di Google c'è una pagina sponsorizzata con accuse gravissime contro @FranceskAlbs