Riporto paro paro una riflessione di Luca Delgado.
"Mi fa sempre abbastanza ridere vedere la destra italiana festeggiare quando vince la destra nazionalista in un altro Paese.
Ieri in Sassonia-Anhalt l'AfD ha preso il 43,8%.
E giù applausi dall'Italia.
Solo che forse c'è un piccolo problema concettuale che ai nostri patrioti pesciabrodi sfugge: il nazionalismo non è l'Internazionale socialista.
Il nazionalista tedesco non è vostro fratello perché anche voi siete nazionalisti.
È nazionalista tedesco.
E voi siete italiani.
Quando gridate, ciascuno dal proprio tratto di fogna "prima gli italiani", "prima i tedeschi", "prima gli austriaci", non state costruendo una grande famiglia internazionale della destra: state semplicemente mettendo sullo stesso tavolo persone convinte, ciascuna, che il proprio popolo debba venire prima del vostro.
Quando in Italia vince la destra, il nazionalista tedesco mica apre lo champagne perché ha vinto un italiano.
Se ne passa per il cazzo.
Anzi, se non fossimo troppo impegnati a studiare Temptation Island, noi italiani dovremmo conoscere questa storia un pochino meglio degli altri, perché siamo stati uno dei grandi popoli di emigranti d'Europa.
Per i nazionalisti tedeschi in Germania siamo stati i Gastarbeiter, i lavoratori immigrati, gli Spaghettifresser.
Quelli descritti come disordinati, infantili, focosi, donnaioli. In alcuni locali comparivano perfino cartelli che vietavano l'ingresso agli italiani.
Eravamo noi i terroni arrivati da fuori.
"Walsch" è stato usato come termine dispregiativo per gli italiani nell'area tirolese e ancora recentemente "Dreckwalscher", più o meno «italiano di merda», è stato rivolto a un ragazzo italofono durante un violentissimo pestaggio in Alto Adige.
Per i nazionalisti francesi eravamo i macaronis, i ritals, quelli accusati di rubare il lavoro ai francesi e di accettare salari troppo bassi. Ad Aigues-Mortes la caccia agli immigrati italiani finì con operai italiani ammazzati e decine di feriti.
Per i nazionalisti austriaci gli immigrati italiani venivano descritti come sporchi, rumorosi, pigri, inclini al coltello. Si denunciava la Verwelschung, l'italianizzazione del territorio, e qualcuno parlava addirittura dell'inondazione del Paese da parte degli italiani.
Vi ricorda qualcosa?
Invasione.
Ci rubano il lavoro.
Sono sporchi.
Sono violenti.
Non sono come noi.
Stanno cambiando il nostro Paese.
E non mi venite a dire che noi ci comportavamo bene, perché vi ricordo che la parola "Mafia" è una parola italiana usata in tutto il mondo. Ci sarà un motivo?
Cari pesciabrodi leghisti e vannacciani, il meccanismo del nazionalismo etnico è meravigliosamente semplice: lo straniero è sempre qualcun altro finché non attraversi tu il confine.
E quando il confine lo attraversate voi, quando il lavoro lo cercate voi, quando la casa la affittate voi, quando vostro figlio entra nella scuola del loro Paese, improvvisamente scoprite una cosa che centinaia di migliaia di nostri nonni avevano capito benissimo:
dall'altra parte del nazionalismo, gli immigrati di merda diventiamo noi.
Che cazzo festeggiate, ordunque, pesciabrodi?"
Sotto i riflettori roventi degli studi De Paolis, Enzo Barboni spiegava la scena con il copione arrotolato in mano.
C’era tensione: per far funzionare la comicità senza trucchi di montaggio, i movimenti dovevano essere reali, precisi al millimetro.
Luigi Montefiori (George Eastman), dall'alto dei suoi due metri, guardava preoccupato Terence Hill. «Basta che non mi prendi sul serio, Mario», mormorò a denti stretti.
Terence sorrise tranquillo, sistemandosi il cappello consunto: «Fidati, mi fermo a un pelo dalla pelle. Tu muovi solo la testa a tempo.»
Al ciak, il silenzio sul set fu totale. Montefiori recitò la sua battuta con fare minaccioso, poi la mano di Terence scattò: un lampo fulmineo di schiaffi a vuoto e pistole roteate a una velocità impressionante, sfiorando la guancia del collega senza mai toccarla.
«Stop! Buona la prima!» urlò Barboni. L’intera troupe esplose in un applauso liberatorio, mentre Montefiori si toccava la mascella ancora intatta, scoppiando a ridere insieme a Terence.
«Egregio signor Maestro,
Mio figlio non può iscriversi per i Balilla. Siamo poveri e non abbiamo bisogno di odio». Magnani Giovanni, Cavriago, 1930.
Una lettera pubblicata da Lucrezia Lo Bianco, autrice di RaiStoria. E ogni tanto la ripubblichiamo, perché è bellissima.