Ho insegnato per più di trent'anni nella Scuola Pubblica: matematica e scienze. Le mie passioni sono lettura e cinema. Ho conservato la capacità di indignarmi.
Il testo della riforma elettorale arriva blindato nell’aula della Camera. Meloni non ammette modifiche e punta al premierato di fatto con una maggioranza dopata. Esautorato il parlamento e anche gli elettori che non potranno scegliere chi dovrebbe rappresentarli #27giugno
Nel 2023 le imprese italiane hanno chiesto allo Stato 609mila lavoratori stranieri. Lo Stato ne ha messi a disposizione 136mila, dentro le quote del decreto flussi fissato col Dpcm del 27 settembre 2023, che ne prometteva 452mila in tre anni. L'anno dopo le domande sono salite a 702mila, i posti a 151mila. E di quelle quote, certifica la campagna Ero Straniero sui dati ottenuti per accesso civico ai ministeri, meno del 24% è diventato davvero un permesso di soggiorno.
Se qualcuno avesse progettato di spalancare le porte per regalare al capitale manodopera a basso costo, sarebbe il piano peggio eseguito degli ultimi vent'anni. Lo Stato italiano non ospita: contingenta, respinge, concede col contagocce. Eppure la propaganda racconta il contrario, e noi continuiamo a crederci.
I conti che la propaganda non fa
I numeri veri stanno nel Rapporto annuale sull'economia dell'immigrazionedella Fondazione Leone Moressa, presentato il 20 ottobre 2025 al CNEL e alla Camera. Gli occupati stranieri producono 177 miliardi di valore aggiunto, il 9%del totale, con punte del 18% in agricoltura e del 16,4% nell'edilizia. I contribuenti nati all'estero sono 4,9 milioni: nel 2024 hanno dichiarato 80,4 miliardi di reddito e versato 11,6 miliardi di Irpef.
C'è il dato che dovrebbe chiudere la questione. Confrontando quello che lo Stato incassa da loro con quello che spende per loro, il saldo è positivo di 1,2 miliardi. Incidono sulla spesa pubblica per il 3%, perché sono giovani, si ammalano poco e non vanno ancora in pensione. Una manodopera importata per ingrassare i profitti sarebbe una voragine nei conti. Questa è l'esatto opposto: un attivo che tiene in piedi pezzi di welfare.
E i salari? La tesi che gli immigrati li abbassino la condividono la destra che grida all'invasione e certi rossobruni che la rivendono come critica al capitale. La Banca d'Italia la smonta da anni: niente "effetto spiazzamento", i lavoratori stranieri fanno mestieri diversi da quelli dei nativi, che intanto si spostano su mansioni più qualificate. I salari italiani sono fermi da trent'anni anche là dove gli immigrati non sono mai arrivati. A tenerli inchiodati sono stati la deregolamentazione e la contrattazione collettiva smontata pezzo per pezzo. Gli ultimi della fila non c'entrano.
Il lavoro a basso costo esiste, eccome. E a fabbricarlo è proprio la legge che dovrebbe impedirlo. La legge Bossi-Fini, la 189 del 30 luglio 2002, lega il permesso di soggiorno al contratto. Perdi il lavoro, perdi il diritto a restare. È il congegno che riduce una persona a un lavoratore in apnea, pronto ad accettare qualunque cosa pur di non scivolare nell'irregolarità. Del resto, ogni volta che qualcuno propone di abolirla riparte il coro sui confini e sulla sicurezza.
Da lì si scende nell'inferno raccontato dal Rapporto Agromafie e Caporalatodell'Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil: circa 200mila braccianti irregolari nei campi, 55mila donne, paghe medie intorno ai 6mila euro lordi l'anno. È il mondo in cui Satnam Singh è stato lasciato morire dissanguato nel giugno 2024, dopo che un macchinario gli aveva amputato un braccio, buttato via come un attrezzo rotto.
Qui la propaganda fa il suo capolavoro: rovescia causa ed effetto. Le imprese chiedono lavoratori, lo Stato ne concede una frazione, il resto della domanda finisce nel sommerso. Quel buco tra 702mila richieste e 151mila permessi è il serbatoio di ricattabili che nutre caporali e padroni. Il basso costo lo fabbrica la clandestinità imposta per legge, non l'accoglienza.
Le parole, intanto, sono a verbale. Il 18 aprile 2023, al congresso della Cisal, il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida ha evocato la «sostituzione etnica, gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro». Lo ha detto il ministro che governa proprio il settore, l'agricoltura, dove sopravvivono i 200mila braccianti irregolari di poco fa. Lo spettro della razza da difendere, agitato da chi firma le filiere che su quei braccianti campano.
C'è chi è andato oltre la parola. Nel maggio 2025, a Milano, si è tenuto il primo Remigration Summit europeo, promosso dall'austriaco Martin Sellner: in agenda l'espulsione di massa degli stranieri, regolari e irregolari, fino alla terza generazione. Tra i relatori, Roberto Vannacci (Futuro Nazionale), allora eurodeputato della Lega. "Remigrazione" è la parola scelta dalla destra per non dire "deportazione".
E quando qualcuno lo fa notare, scatta la maschera. La vicesegretaria della Lega Silvia Sardone (Lega), in consiglio comunale a Milano, ha ridotto tutto a un problema di ordine pubblico: solo "rimpatrio" di chi delinque, una manifestazione che «non ha nulla a che vedere col razzismo e col fascismo». Prima si evoca la sostituzione etnica, poi si giura che era sicurezza.
Eppure, mentre la propaganda grida, il governo firma. Lo stesso esecutivo che agita lo spauracchio etnico ha varato un decreto flussi da quasi 500mila ingressi nel triennio 2026-2028, perché Confindustria e Coldiretti quella manodopera la chiedono sul serio. Nessuno vuole sostituire gli italiani: serve una riserva di braccia ricattabili da tenere in fondo, e un nemico da mostrare a chi sta appena sopra. La "manodopera a basso costo", altro che complotto globalista, è il modello su cui regge in silenzio un pezzo di economia nazionale.
Questo copione, però, ha settant'anni. E lo recitavamo noi, contro altri italiani.
Torniamo indietro, agli anni Cinquanta, sempre la stessa scena. Sui cosiddetti "treni del sole" salivano i meridionali diretti alle fabbriche del Nord. A Torino la popolazione passò dai 719mila abitanti del 1951 al 1 milione e 125mila del 1967. Sui portoni comparivano i cartelli "non si affitta ai meridionali", i giornali rincaravano la dose, i nuovi arrivati venivano dipinti come una minaccia ai salari e ai costumi locali. Terroni, napuli, mau mau: il vocabolario dell'odio cambiava soltanto bersaglio.
Resta cronaca. Secondo i dati Istat rielaborati dalla Svimez, tra il 2012 e il 2021 oltre 1 milione e 138mila persone si sono mosse dal Sud al Nord, e gli stessi annunci, passati dal cartone al social, oggi rifiutano una stanza a chi arriva dal Mezzogiorno o dall'estero. La guerra tra poveri lavora così da sempre: prende chi condivide la stessa miseria e lo convince che il nemico è il vicino di pianerottolo, mai chi possiede il palazzo.
Torniamo ai numeri dell'inizio. Le imprese chiedevano 702mila braccia, lo Stato ne ha fatte entrare 151mila col contratto in pugno e poi le ha lasciate ricattabili. Nessuno le ha ospitate per donare forza lavoro al capitale: le ha rese precarie per tenerle a bada, e intanto le ha indicate alla rabbia di chi sta un gradino più su. Ci caschiamo ancora per una dimenticanza sola: i terroni, una volta, eravamo noi.
(il mio articolo per @Tag24news)
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Ecco i nomi di chi ha votato a favore del ddl per la caccia e di chi non si è presentato al voto (vergognosi pure loro!). Diffondete questi nomi e ricordateveli. Leggeteli e memorizzateli. Perché vi chiederanno di rivotarli. #ddlcaccia#governo#Meloni#Salvini#Italia
Accontentare poche migliaia di cacciatori per ottenerne il voto ha vinto sulla bellezza e lo sguardo al futuro. La fauna selvatica,patrimonio di tutti,è ostaggio di poche migliaia di persone che potranno fare strage di esseri viventi indifesi davanti alle nuove tecnologie #caccia
+++DDL SPARATUTTO APPROVATO AL SENATO+++ il Senato ha approvato il DDL caccia voluto da Min @FrancescoLollo1 con 80 favorevoli 56 contrari e 2 astenuti. E' il più grande attacco agli animali selvatici e all'ambiente. Hanno tradito art. 9 e Costituzione. Ora testo passa a Camera. I deputati fermino questo orrore sanguinario!
Non conferire più limiti all'attività venatoria è rivoltante.
Per motivi scientifici (ispra e appello di ecologi e etologi), etici (ogni animale è un individuo), ambientali (il piombo) e di sicurezza (sparare dove mai prima). La caccia va abolita, e per ora non va favorita.
Si offendono per una frase di Trump, pagano il pizzo in silenzio. Mentre tutti difendono l'onore della premier per una foto, abbiamo ceduto i poteri speciali su Leonardo a BlackRock, la rete TIM a un fondo guidato da un ex capo della CIA, la cyber a Israele per decreto. Patrioti di cartone, vassalli nei fatti.
#PatriotiDiCartone #Meloni #Trump
Si può sparare nelle spiagge, si possono usare uccelli come esche vive, sparare a cuccioli e specie in nidificazione. Il ddl Malan è la più schifosa delle porcate. Mette a rischio la biodiversità. E anche la nostra esistenza. #noddlcaccia
Nel giorno del suo ottantesimo compleanno Trump ha chiuso l’accordo con l’Iran. La firma ufficiale arriva il 19 giugno in Svizzera, ma la sostanza è già tutta lì. Una resa. Una delle peggiori sconfitte militari americane dai tempi del Vietnam.
Ha attaccato il 28 febbraio, operazione Epic Fury. Ha bruciato decine di miliardi, si è messo contro il Congresso.
La situazione non è solo tornata a prima della guerra. È peggiorata. Gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze dall’area, sospendono le sanzioni sul petrolio iraniano, sbloccano venticinque miliardi di beni congelati e si impegnano a presentare piani di ricostruzione per l’Iran da almeno trecento miliardi. Le riparazioni le paga chi una guerra la perde. Qui le paga chi l’ha cominciata.
Il regime di Teheran ne esce più forte e più ricco. Fine delle sanzioni, petrolio che torna sul mercato, fondi liberati, soldi americani per ricostruire. Il governo iraniano incassa pure il consenso interno: ha retto l’urto e ha portato a casa tutto.
Il confronto con Obama è impietoso. Nel 2015 chiuse un accordo nucleare senza sparare un colpo, senza un morto, senza umiliare nessuno. Ottenne dall’Iran molto di più, tetti veri all’arricchimento e ispezioni. Teheran accettò. Questo fa un politico serio. Le cose le fai per bene, non le fai esplodere per poi firmare la pace dei vinti.
L’unico che esce peggio di Trump da questa storia è Putin. Lo stretto di Hormuz riapre, gli Emirati Arabi Uniti dal primo maggio sono fuori dall’OPEC, il cartello ha perso disciplina e forza per reggere i prezzi. Adesso ci si mette anche il petrolio iraniano che rientra sul mercato. Il greggio è destinato a scendere in fretta. L’ultima entrata vera con cui Putin tiene in piedi l’economia russa sta per valere molto meno. Il punto di collasso si avvicina.
#vestaglietta ignora evidentemente che il diritto penale distingue già gli omicidi in base a movente, modalità, contesto e rapporto tra autore e vittima: premeditazione, motivi abietti o futili, particolare vulnerabilità ecc...
#Femminicidio non significa che la vita di una donna valga più di quella di un uomo, ma che esiste una specifica dinamica criminale: possesso, controllo, incapacità di accettare autonomia e separazione.
Dire "è un omicidio come tutti gli altri" non è parità, ma analfabetismo giuridico in mimetica. La vera parità non consiste nel fingere che contesto e movente non esistano, ma nel riconoscerli per prevenire la violenza. Se un uomo uccide una donna perché la considera sua proprietà, sta applicando un movente di possesso e controllo legato al genere della vittima, che l'ordinamento ha il dovere di riconoscere e reprimere con strumenti specifici. Trattare allo stesso modo situazioni strutturalmente diverse non è uguaglianza, ma è cecità sociologico-giuridica travestita da rigore marziale. #Vannacci
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Francesco Cancellato su Fanpage mette nero su bianco una cosa giusta: chi a sinistra festeggia perché Roberto Vannacci ruba voti a Giorgia Meloni non ha capito cosa arriva dopo. Il precedente è il Regno Unito del 2024. I Laburisti presero un voto su tre, il 33 per cento, e vinsero lo stesso, perché la destra si era spaccata tra conservatori e Reform Uk. La legge elettorale fece il resto. Ma il baricentro del Paese, intanto, si era già spostato.
Qui da noi funziona uguale. Oggi Futuro Nazionale, dato al 5-6 per cento, toglie consensi a Fratelli d’Italia e alla Lega. Intanto, però, trascina a destra l’intera maggioranza e detta i termini della prossima campagna. E no, non è una buona notizia.
Alla sua costituente del 13 e 14 giugno si è sentito di tutto: i saluti ai «camerati», Sergio Ramelli, «Dio patria famiglia», la remigrazione presa in prestito da CasaPound. La tentazione per i partiti di maggioranza è di inseguirlo lì, sul terreno della nostalgia fascista. Peccato che sia il terreno dove vince lui.
E c’è la seconda trappola, questa volta per l’opposizione: gridare (giustamente) solo all’incostituzionalità delle sue proposte e del suo stesso partito gli regala la polarizzazione che gli serve per brillare come estrema destra. Più lo si tratta da mostro, più quello cresce.
C’è poi la cosa vera, anche se sembra noiosa: il programma di Vannacci è impossibile da mettere in pratica. La remigrazione, il tetto al 4 per cento, il libretto di lavoro a 14 anni, l’ora legale per decreto. Numeri, leggi nazionali e trattati europei lo smontano riga per riga. Bisogna avere la pazienza di smontare i contenuti, uno per uno, con la calcolatrice in mano.
Si combatte con i numeri, non basta l’indignazione. Sì, è meno eccitante.
Buon lunedì.
(il mio #buongiorno per @Left_rivista)
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Remigrazione
C’è una parola nuova che gira, e ha un suono pulito. Remigrazione. La pronunciano in tanti senza pensarci, come si ordina un caffè. Comoda, leggera, igienica. Le parole pulite servono a questo da sempre: coprire ciò che ad alta voce farebbe vomitare.
Non è spuntata dal nulla. L’ha teorizzata un austriaco, Martin Sellner, in un libro intitolato “Remigrazione, una proposta”, tradotto in italiano l’anno scorso. Ha preso corpo in una villa vicino a Potsdam, nel novembre del 2023, dove uomini dell’estrema destra tedesca si sono chiusi a discutere come allontanare due milioni di persone. Lo ha scoperto un gruppo di giornalisti, e mezza Germania è scesa in piazza. Nel piano c’era scritto pure dove spedirle, quelle persone: uno “Stato modello” da qualche parte in Nord Africa. Un’idea già vista. Si chiamava piano Madagascar, prevedeva di deportare quattro milioni di ebrei su un’isola, ed era il 1940.
Un dettaglio di quella riunione conta più di tutto. Sellner non ha mai detto deportazione. Diceva remigrazione. Sapeva cosa stava progettando e ha scelto la parola che non spaventa. Non lo dico io. Sta agli atti.
Te la traduco, la parola pulita. Remigrazione vuol dire prendere una persona e portarla via. Vuol dire bussare a una porta all’alba e far scendere una famiglia in pigiama. Vuol dire un bambino con le scarpe slacciate che non capisce dove lo portano. Vuol dire una madre che stringe una valigia con dentro niente, perché il tempo non glielo hanno dato. Non parlano solo di chi è sbarcato ieri. Parlano dei “non assimilati”, che nella loro lingua sono ragazzi nati qui, con la carta d’identità in tasca, che parlano romanesco o napoletano e il paese dei nonni non l’hanno mai visto.
Non è la prima volta che una parola viene lavata così. Quasi novant’anni fa cominciò con le parole e con le leggi. Si diceva trasferimento, reinsediamento, trattamento speciale. Si facevano le liste. I treni vennero dopo, poco più di ottant’anni fa, e su quei treni la gente stava in piedi, al buio, per giorni. Dove finivano lo sai. Lo sai senza che te lo scriva. L’hai studiato a scuola, hai pensato mai più, hai chiuso il libro. La parola pulita è tornata lo stesso, e ti scorre davanti mentre fai colazione.
Pensa alla gente normale di allora. Il farmacista. La maestra. L’impiegato che ogni mattina comprava il pane e un giorno ha smesso di salutare il fornaio, perché il fornaio era diventato un problema. Non erano mostri. Erano gente come te. Hanno solo girato la testa. Si sono detti che non li riguardava, che protestare era pericoloso, che ci avrebbe pensato qualcun altro. Quel qualcun altro non è arrivato mai. Quando i treni passavano sotto casa, chiudevano le tende e alzavano la radio.
Oggi la tenda è lo schermo del telefono. Scrolli, leggi remigrazione, senti un fastidio, tiri dritto. Intanto c’è già chi sussurra di “altre soluzioni”, perché a qualcuno la sola deportazione comincia a stare stretta. La frase non la finiscono. Gli manca il coraggio. Fanno come Sellner: dicono la parola che non spaventa e il resto lo lasciano al tuo silenzio. Prima la parola pulita. Poi la parola detta a metà. Poi non servirà più nessuna parola, perché sarà già successo.
Uno Stato sano avrebbe gli anticorpi. Tratterebbe chi istiga allo sterminio per quello che è, perché questa non è un’opinione, è il primo gradino di una scala che conosciamo a memoria. Invece la parola va di moda. Qualcuno la spaccia per libertà.
Resti tu. Non la maestra, non il farmacista, non quel qualcun altro che non arriva mai. Tu, che hai sentito quel fastidio mentre leggevi e adesso vorresti chiudere la pagina e lasciarti il fastidio alle spalle. Non chiuderla. Quel fastidio è l’unica cosa pulita rimasta in questa storia, ed è esattamente ciò che la gente di novant’anni fa ha deciso di non sentire. La differenza tra te e loro non è il cuore. È solo il momento. Loro si accorsero quando i treni erano già partiti. Tu te ne stai accorgendo adesso, prima. La prossima volta che leggi remigrazione non tirare dritto. Chiamala col suo nome, ad alta voce, dove gli altri ti sentono. Costa fatica e ti farà sentire fuori posto. Era esattamente la fatica che allora non fece nessuno.
Un appello, un grido di aiuto "ai Governi europei" affinché si sblocchi la vicenda dei due attivisti italiani detenuti dal 24 maggio nelle carceri libiche.
E' quanto chiedono i familiari di Domenico Centrone, il 33enne docente universitario originario di Molfetta (Bari) che si trova detenuto con la connazionale Dina Alberizia e altri nove partecipanti al Global Sumud Convoy, la missione via terra della Flotilla.
Il gruppo è bloccato a Sirte dopo avere fatto ingresso nel territorio libico ed è stato poi trasferito dalle autorità locali a Bengasi dove è tenuto in custodia da 15 giorni. #ANSA https://t.co/8C4CZ1dOsM
Con profondo dolore abbiamo appreso della scomparsa di Gianni Mattioli, leader tra i più autorevoli dell’ambientalismo scientifico.
Impossibile ricordarlo senza il suo collega fisico e compagno di battaglie Massimo Scalia, perché insieme hanno convinto l’Italia dei pericoli legati allo sviluppo del nucleare.
Il nostro Paese gli deve molto e non solo per quel referendum che fermò l’atomo. Grazie di tutto Gianni.