Il vicepresidente dei deputati di Alternative für Deutschland, Markus Frohnmaier, è stato accolto con tutti gli onori da Maria Zakharova al Forum economico di San Pietroburgo.
Ma il regime russo non combatteva i neonazisti?
The Saint Petersburg International Economic Forum of 2026 (SPIEF 2026) in Russia has started with a very fiery keynote speech by the Ukrainian surprise guests.
Our long-range sanctions carried out by the warriors of the Security Service of Ukraine, the Unmanned Systems Forces, the Special Operations Forces, the Defense Intelligence of Ukraine, and the State Border Guard Service of Ukraine have yielded good results. Important facilities on Russian territory were hit last night.
Among them was the Petersburg Oil Terminal. The distance from Ukraine’s state border to this facility of Russia’s oil industry, which serves the war, is about 1,100 kilometers. Purely military targets at the Kronstadt base were also hit.
Another target was an enterprise in the Tambov region involved in the production of Russian weapons. The distance from the frontline is almost 600 kilometers.
I thank our warriors for their precision. Ukraine’s plan for long-range sanctions is being implemented exactly as needed to bring peace closer. Glory to Ukraine!
La situazione di buona parte dei territori occupati sta precipitando e ora la Russia teme il colpaccio contro la Crimea.
L’Ucraina, data per spacciata fin dai primi giorni dai nostri giornaliZti e opinioniZti, in questi anni ha non solo mostrato una incredibile resilienza sul piano strettamente operativo-militare, ma anche sviluppato tecnologie che hanno consentito di stabilizzare il fronte e persino di rendere vana la millenaria strategia moscovita di pretendere aree cuscinetto a spese dei vicini, trasformare quelle aree in zone pienamente russe e quindi pretenderne di nuove, in un infinito bisogno di allontanare i confini dal centro.
La guerra dei droni, che Kyiv sta vincendo sia sul piano numerico che tecnologico fa sì che nulla sia più al sicuro, elemento questo che mina le precondizioni non solo di un’ulteriore avanzata di Mosca, ma anche del mantenimento di quanto illegalmente occupato sinora, non dal 2022, ma dal 2014.
In questi giorni sui social appaiono immagini di interminabili code nei distributori in Crimea. Il carburante è stato ufficialmente razionato, ma in alcuni punti della penisola è già esaurito. Questo è risultato della strategia che l’Ucraina ha pianificato dall’ottobre del 2022, da quando cioè colpì uno dei treni cisterna che regolarmente transitavano sul ponte di Kerch, che collega la regione occupata alla Russia, danneggiandone seriamente la sezione ferroviaria, poi ulteriormente indebolita dall’attacco di droni marini. Le autorità, a seguito dell’attacco, hanno quindi sospeso il trasporto su rotaia (ciascun vagone trasportava anche 60 tonnellate di carburante), sia per evitare il possibile cedimento della struttura, sia per scongiurare che ulteriori attacchi ucraini potessero causare uno spettacolare crollo.
A questa chiusura si è cercato di ovviare istituendo il cosiddetto Kerch Ferry Crossing, un servizio di traghetti cargo (Ro-Ro) che spola tra i porti di Kavkaz (sulla sponda russa) e Kerch (in Crimea), per trasferire gli stessi vagoni cisterna che non possono più attraversare il ponte. Ma, una volta perso il dominio dei mari, per la Russia, anche questa soluzione si sta rivelando impraticabile. Solo nelle ultime settimane, l'Ucraina ha preso di mira i traghetti chiave (come la Avangard, la Conro Trader e la Slavyanin), oltre a varie motovedette, facendo crollare verticalmente il traffico di combustibili.
L’unica alternativa diventa quindi ora quella della M-14 (la spina dorsale che collega Rostov a Mariupol, Berdiansk, Melitopol fino alla Crimea). Ma anche quell’arteria, essenziale per l’approvvigionamento delle truppe di occupazione, si sta rivelando una gigantesca trappola. L'introduzione massiccia di droni ad ala fissa di nuova generazione e sistemi a lungo raggio (come i droni Hornet, potenziati con algoritmi di riconoscimento dei target) ha esteso a dismisura la "kill zone" ucraina, tanto che gli stessi Z-blogger ormai quotidianamente riportano notizie di decine di mezzi in fiamme ai lati della strada.
La strategia di Kyiv di “logistical lockdown” si sta dunque rivelando straordinariamente efficace, dal momento che proprio i blogger militari riferiscono di truppe costrette a centellinare benzina e munizioni, che arriverebbero al fronte nella misura di circa il 40% rispetto alle reali necessità, al punto di scomodare il sacro mito dell’assedio di Leningrado per rappresentare la gravità dello strangolamento in atto e combattere la tendenza di diversi generali di far arrivare a Mosca rapporti falsi nei quali si nega la reale gravità della situazione.
Se a questo si sommano i recenti colpi messi a segno dall’Ucraina contro radar, sistemi missilistici, depositi di carburanti e munizioni in Crimea (una delle aree più difese al mondo, a riprova dell’altissimo valore propagandistico che la penisola riveste per il regime), c’è da aspettarsi che a breve le forze ucraine tentino un massiccio attacco per abbattere del tutto il ponte di Kerch, ottenendo l’isolamento pressoché totale della penisola e della parte occupata di Kherson, rendendo pertanto entrambi indifendibili nel breve-medio periodo. Il crollo del ponte o l’ipotesi di un solo soldato ucraino che poggi gli scarponi sul suolo della Crimea, rubata con una occupazione, seguita da un referendum illegale nel 2014, avrebbe un impatto devastante sulla fiducia anche interna che la Russia sia in grado di continuare a sostenere questa guerra e comprometterebbe la tenuta stessa del regime, che sulla retorica della potenza militare e delle invasioni per sopravvivenza basa la propria esistenza.
Perché tutto questo a noi appare così strano? Perché la guerra in questi anni ce la siamo fatta finora raccontare da Travaglio, Di Battista, Orsini e dal generale Mini, che per un mix di ignoranza, supponenza, egocentrismo patologico e consapevole disinformazione ci hanno spacciato i successi tattici della Russia per vittorie strategiche, ridicolizzando il sostegno dell’Europa e sottovalutando l’eroica resilienza dell’Ucraina, nonché, diciamocelo, anche la straordinaria rete civile di resistenza contro il cinismo promosso dalla propaganda russa che noi tutti abbiamo costruito in questi anni.
Siamo dalla parte giusta della storia. E la storia ci sta dando ragione.
Devo dire che la decisione di Buttafuoco di riammettere la Russia nel “giardino di pace” de @la_Biennale per favorire il dialogo ha portato risultati a dir poco straordinari.
Nell’ultimo massiccio attacco su Kyiv, sono stati pesantemente danneggiati il Museo Nazionale "Chornobyl", ospitato in un edificio storico ed importante monumento architettonico, il Museo Nazionale d'Arte dell'Ucraina (NAMU), una delle principali e più antiche istituzioni museali del Paese, la Riserva Storico-Architettonica dell'Antica Kyiv, il grande complesso che tutela il nucleo storico e monumentale della città, l’Istituto di Letteratura "Taras Shevchenko", il più importante centro accademico ucraino per gli studi letterari, legato all'Accademia Nazionale delle Scienze, il Teatro dell'Opera Maly, il "Palazzo d'Ottobre" (Centro Internazionale per la Cultura e le Arti).
E poi ancora sono stati colpiti la Casa dei Contratti (Kontraktova Dom), la storica Stazione Postale, la Chiesa della Natività, oltre al locale Museo di Piazza Poshtova. L'impatto ha inoltre devastato la facciata, l'ingresso principale e le vetrate del complesso della Casa Ucraina.
Se l’obiettivo del presidente, quello che “teme più l’Occidente che la Russia”, era quello di utilizzare una delle più importanti rassegne del mondo di arte e cultura per riabilitare un regime assassino che devasta l’arte e la cultura, si può dire pienamente raggiunto.
“AND YOU STILL DARE TO OPEN YOUR MOUTH…”
Sasha Legerman: This is too accurate not to share.
This Australian’s response to Trump’s rant that “NATO does nothing for America” is absolutely devastating:
“Mate. You run a country where 600,000 homeless people will sleep on the streets tonight.
A country where 40% of adults can’t cover a $400 emergency without borrowing money.
A country where insulin costs more than a car payment, and people ration it just to stay alive.
A country where medical debt is the number one cause of bankruptcy.
A country where women die in hospital parking lots because doctors are too afraid of abortion laws to treat miscarriages.
You imprison more of your own citizens than any country on Earth.
More than China. More than Russia. More than North Korea.
In the land of the free, 2 million people sit in cages, and a quarter of them haven’t even been convicted of anything.
They’re simply too poor to afford bail.
Your life expectancy is declining. You’re the only developed nation where that’s happening.
Your infant mortality rate is worse than Cuba’s.
Your children practice active shooter drills between math and English classes while you sell defense stocks to your friends.
Your minimum wage hasn’t changed in 15 years.
Your teachers work two jobs, your veterans sleep under bridges, and you just spent a trillion dollars flattening a country that never attacked you.
And now a convicted criminal — found liable for sexual abuse, defending a pedophile, sleeping with a porn star, and running the biggest dumpster-fire campaign since the Taliban — is thanking you for yet another disaster.
And you call Greenland badly governed?
Greenland has universal healthcare. Free education. One of the lowest incarceration rates in the world.
Nobody there goes bankrupt because they got sick. Nobody dies in a waiting room because insurance refused treatment.
‘NATO wasn’t there when we needed them.’
When exactly was that, champ?
September 11?
Because NATO invoked Article 5 for the first and only time in history FOR YOU.
Soldiers from dozens of countries deployed, fought, bled, and died in Afghanistan FOR YOU.
Australia wasn’t even in NATO, and we still showed up. For twenty years.
And then you left at 2 a.m. without telling anyone and left everybody else to clean up the mess.
You don’t care that a great nation is being terrorized by your friend, and you haven’t shown it a single ounce of sympathy.
So maybe before calling other countries badly governed, take a look at your own backyard, you aluminum siding salesman with a spray tan.
The only thing badly managed in this picture is your damn mouth.
And you still dare to lecture the rest of the world?”
The moment of one of today’s Russian strikes on Kyiv.
I can see that fewer and fewer people are reading news from Ukraine. I understand that on a Sunday morning, people don’t want to read about war. They want to sleep a little longer, drink good coffee, and sit in the sun. I understand that. The algorithms on X limit content about war, destruction, and suffering. You have to make an effort to even see this information.
All of this is understandable on a human level. But unfortunately, if you remove Putin and the war from your information feed, they do not disappear from reality.
Putin is a sadist and a maniac. He is a threat to all of humanity.
There needs to be active resistance. News from Ukraine needs to be shared. People need to keep their focus.
Despite a sleepless night, I’m still here. And I’m grateful to everyone who continues to stand with us.
One day, we’ll drink morning coffee together in a beautiful, peaceful Kyiv.
LMAOOO, how jealous do you guys think trump will be when he sees President Xi had a massive "bro portrait" made of him and Vladimir Putin?
Be a shame if this got RTed a bunch, and he saw it.😁
Rep Adam Smith nails it again. If ANYONE thinks Trump is respected anywhere outside Russia, Israel and North Korea, they need to seek medical help.
He is now widely viewed as a dangerous global village idiot. As a result, America is n turn viewed as a pariah strait operating a criminal extortion racket from the Oval Office.
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🟥 This ONE 👇🏼 went to China and achieved zero.
A total lightweight, and abject embarrassment...
The most useless American President in history.
Unbelievably ... the leader of the world’s largest economy and world’s most powerful military heads over to China, talking BIG 🗣️, just to attend a couple of masterful lectures from the Chinese President, tour a couple of monuments, and then comes home with nothing. 🫴🏼0⃣
They castrated him and reduced him to a blundering jester.
China showed the world that THEY are in charge, and that they view Donald as a chump, and a Muppet.
The trip showed that America (under Trump) is in decline, with dwindling influence. ⤵️
The only solid thing he achieved, true to COWARDLY form, was to cast doubt on America’s support of Taiwan. 🤦🏻♂️
Much to the glee of China!
If Donald Trump still had serious, experienced U.S. experts and analysts at his disposal, they would have told him not to go to China at this time. ��🏻♂️
But he fired them all, and is left with only MAGA influencers, family members and Oligarchs, advising him.
The Muppet show…🤡🤡
Nelle stesse ore in cui la propaganda russa invadeva la Biennale di Venezia e il dibattito pubblico italiano, al Parlamento ungherese si intonava l’Inno alla Gioia, per celebrare la festa dell’Europa e la liberazione del Paese da Orbán.
«Putin chiede una tregua per il 9 maggio non perché è forte, ma perché ha paura. Teme un attacco al mausoleo dove vuole stare in piedi. I dittatori sono pronti a sacrificare milioni di vite, ma vanno nel panico quando è a rischio la loro pelle». (Garry Kasparov)
BREAKING: SOUNDS OF SILENCE — Senate hearing goes deadly quiet as Trump’s federal judicial nominees REFUSE to admit third term is illegal.
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Donald Trump is nominating people to lifetime federal judgeships who won't confirm that he can't run for a third term when they come before the Senate for their approval hearings.
Let that sink in.
Senator Chris Coons of Delaware asked what should be the easiest constitutional law question in American history at a Senate Judiciary Committee hearing this week. He asked Trump's judicial nominees about the 22nd Amendment.
The first nominee, John Marck, said that his career had been in criminal prosecution and that he hadn't had occasion to use that particular amendment.
A federal judicial nominee. Unfamiliar with the 22nd Amendment. Seeking a lifetime appointment to interpret the Constitution.
Another candidate eventually offered that it "deals with the two-term limitation." Correct. Gold star.
Coons then asked the simple follow-up: is President Trump eligible to run for president again in 2028?
Marck's response was a masterpiece of evasion: "Without considering all the facts and looking at everything, depending on what the situation is, this to me strikes as more of a hypothetical."
Coons was patient. He walked Marck through it like a kindergarten teacher explaining why you can't eat paste. Has Trump been elected president twice? "President Trump has been certified the President of the United States two times." Is he eligible to run for a third term? "I would have to review the actual wording of it."
A man seeking a lifetime federal judgeship needs to review the actual wording. Of the 22nd Amendment. Which is 61 words long.
Coons then turned to the full panel and asked if anyone — anyone — was willing to simply state that the Constitution of the United States bars Trump from seeking a third term.
A heartbreakingly long silence ensued.
He asked again. Anyone willing to apply the Constitution by its plain language?
More ominous silence.
Nobody. Not one of Trump's judicial nominees would say out loud, under oath, in a Senate hearing, that the 22nd Amendment means what it plainly says.
This isn't ignorance. These are lawyers. They know what the 22nd Amendment says. They know Trump has been talking openly about a third term. And they calculated — correctly, based on what happens to people who cross this president — that telling the constitutional truth was more dangerous than staying silent.
The frightening thing is that these are the people who will be interpreting your rights for the next 30 years.
Please like and share this post if you think federal judges should be willing to say the Constitution means what it says — even when the president doesn't want to hear it.
Germany is not hosting American troops. It is hosting American power. Amplifying it. Projecting it across three continents. And now, for the first time with real legal and political weight behind it, voices inside Germany are beginning to say out loud: Berlin could shut down every American base on German soil.
A fiber-optic cable runs beneath Ramstein Air Base. It carries a signal from a drone pilot in Nevada to an armed aircraft over Yemen. Fraction of a second. Precision. Control. That cable sits on German soil. Cut it, and the strikes do not miss. They simply cannot happen.
This week Washington punished Berlin for telling the truth about the Iran war. Five thousand troops withdrawn. A presidential post calling Germany a failure.
The language of a tenant who has forgotten whose name is on the deed.
Because Berlin can end all of it. Not the 5,000. All 36,436. Every soldier, every satellite dish, every signal passing through German soil on its way to a target over Africa or the Middle East.
Spain tore it up. Italy said no. Germany has not moved yet.
But it is thinking about it. And what it is thinking about is this: Germany holds the one thing that separates America from every other country on earth. The ability to project military force across three continents simultaneously. Take away the European staging ground and the United States becomes what every other nation in the Western Hemisphere already is. Large. Armed. And unable to reach anyone who does not live next door.
https://t.co/WNPeoGJ5oM
Trump didn’t recover from bankruptcy.
He got rescued.
— Early ’90s: drowning in $3.4B debt
Casinos collapsing. Assets seized
— At the same time:
Russian capital floods into Western real estate
— Trump properties allow
anonymous, all-cash buyers
— Buyers and partners tied to
Russian organized crime
— His model shifts:
Stop building → Start selling the name
Funded by foreign money.
U.S. banks cut him off.
Russian money didn’t.
That’s not a coincidence.
That’s leverage.
The face of someone who’s devoted their life to service, science and space exploration needing to listen to some draft-dodging, out-of-shape bozo brag that he easily could’ve been an astronaut.
@Adrian_Hilton British Official:
“Your Majesty, we have an old tarnished bell in a closet for 55 years from the WWII Trump sub.
Shall we take this chance to get rid of it?”
King Charles:
“Brilliant. He loves things with his name on it. And they have the same IQ.”
🚨🇬🇧🇺🇸 Ho visto che in giro e sui grandi media sono stati riportati alcuni stralci del discorso al Congresso di Re Carlo, i passaggi più significativi, i cosiddetti highlights. Scelta legittima e comprensibile, ma penso sarebbe un peccato perdersi la bellezza del suo intervento integrale.
Il sovrano britannico è letteralmente salito in cattedra. Ha dato una lectio magistralis di soft power, chiarito cosa significhi essere il monarca di una delle civiltà più longeve e influenti della storia di questo pianeta. Lo ha fatto alla maniera britannica, alternando alto e basso, ironia tagliente e gravità istituzionale. Lo ha fatto ricordando che la Storia ha un peso, che i Paesi, questi due in particolare, hanno delle responsabilità. Cosa ancora più importante: lo ha fatto con grande dignità. In maniera sottile ma incrollabile, ha risposto ad alcuni degli attacchi portati in questi mesi dal presidente Trump, in particolare ricordando come la forza della NATO sia sempre stata la sua unità, e come il popolo (e i soldati) del Regno Unito abbia sempre risposto presente, in passato, quando l'America ha chiamato per combattere al proprio fianco.
Forse non basta una visita per ricucire per sempre i rapporti transatlantici, forse è illusorio sperare che la "special relationship" sia veramente tornata. Ma Re Carlo ha fatto davvero il massimo. Ho tradotto il suo intervento per voi. Buona lettura.
"Signor Vicepresidente, Signor Speaker, membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano in tutti gli Stati, territori, città e comunità. Vorrei, se mi è concesso, cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore di rivolgermi a questa sessione congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in questo anno del duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza. E per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati intrecciati.
Come disse Oscar Wilde, oggi abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, naturalmente, la lingua.
Ci incontriamo in tempi di grande incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si avverte nelle comunità lungo tutta l’estensione dei nostri paesi. Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di danneggiare la leadership della vostra nazione e di fomentare paura e discordia più ampie. Lasciatemi dire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non avranno mai successo. Qualunque siano le nostre differenze, qualunque siano i disaccordi che possiamo avere, restiamo uniti nel nostro impegno a difendere la democrazia, a proteggere tutte le nostre persone da ogni danno e a rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la vita al servizio dei nostri paesi.
Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i nostri popoli non abbraccia soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli. È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella nostra linea di sovrani a seguire con quotidiana attenzione gli affari dell’America. Vengo dunque qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano, per promuovere diritti e libertà sacre.
Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe anch’ella questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi. Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico verso il popolo degli Stati Uniti.
Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora un’antica tradizione e prendiamo in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite molto bene, al punto che spesso non vuole più andarsene. Non so, Signor Speaker, se ci siano volontari per questo ruolo qui oggi.
Guardando indietro attraverso i secoli, Signor Speaker, emergono certi schemi, certe verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima battuta. In effetti, il principio stesso su cui fu fondato il vostro Congresso, “no taxation without representation”, fu allo stesso tempo un disaccordo fondamentale tra noi e un valore democratico condiviso che voi avete ereditato da noi. La nostra è una partnership nata da una disputa, ma non per questo meno forte. Forse, in questo esempio, possiamo intravedere che le nostre nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, frutto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali su cui si fondano i nostri sistemi di governo ancora oggi.
Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i nostri due paesi hanno sempre trovato il modo di unirsi. E, per Giove, Signor Speaker, quando abbiamo trovato quel modo di essere d’accordo, quali grandi cambiamenti sono stati realizzati - non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.
Questo, credo, è l’ingrediente speciale della nostra relazione. Come osservò lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di Stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, il legame di parentela e identità tra America e Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile.
Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia ventesima visita negli Stati Uniti, e la mia prima come Re e capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o, come avrebbe potuto dire Charles Dickens, “Una storia di due George”: il primo presidente, George Washington, e il mio antenato di cinque generazioni, Re Giorgio III.
Re Giorgio, come sapete, non mise mai piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte di qualche astuta azione di retroguardia.
I Padri Fondatori furono ribelli coraggiosi e visionari con una causa. Duecentocinquant’anni fa - o, come diciamo nel Regno Unito, proprio l’altro giorno - dichiararono l’indipendenza bilanciando forze contrapposte e traendo forza dalla diversità. Unirono 13 colonie disparate per forgiare una nazione sull’idea rivoluzionaria della vita, della libertà e della ricerca della felicità. Portarono con sé e portarono avanti la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come ideali che avevano una storia ancora più profonda nel diritto comune inglese e nella Magna Carta. Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.
La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu solo il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma fornì anche la fonte di molti dei principi ribaditi, spesso parola per parola, nella Carta dei Diritti americana del 1791. E queste radici risalgono ancora più indietro nella storia. La U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli e contrappesi.
Questo è il motivo per cui esiste una pietra lungo il Tamigi, a Runnymede, dove la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a sostenere la libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.
Distinti membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, rappresentando il mosaico vivente degli Stati Uniti nei nostri due paesi. È proprio il fatto delle nostre società vivaci, diverse e libere che ci dà la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che purtroppo esistono nelle nostre società oggi.
E, Signor Speaker, per molti qui e per me stesso, la fede cristiana è un’ancora salda e un’ispirazione quotidiana che ci guida non solo personalmente, ma insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggiore comprensione, è quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte.
Attraverso essa, sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, la mia preghiera, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo impedire che gli aratri si trasformino in spade.
Sono consapevole che siamo ancora nel periodo pasquale, la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza. È per questo che credo con tutto il cuore che l’essenza delle nostre due nazioni sia una generosità di spirito e un dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di tutte le fedi e anche di nessuna.
L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è davvero unica, e fa parte di quella che Henry Kissinger descrisse come la visione elevata di Kennedy di una partnership atlantica fondata su due pilastri: Europa e America. Questa partnership, credo, Signor Speaker, è oggi più importante che mai.
Il primo sovrano britannico regnante a mettere piede in America fu mio nonno, Re Giorgio VI. Visitò il paese nel 1939 con la mia amata nonna, la Regina Elisabetta, la Regina Madre. Le forze del fascismo in Europa avanzavano, e poco dopo gli Stati Uniti si unirono a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero. Oggi ci troviamo in una nuova era, ma quei valori restano. È un’era che per molti aspetti è più instabile e più pericolosa del mondo di cui parlò mia madre in quest’aula nel 1991.
Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo ambiente imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi solo sui risultati passati né dare per scontato che i principi fondamentali persistano automaticamente. Come ha detto il mio primo ministro il mese scorso, la nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi 80 anni. Dobbiamo invece costruirci sopra.
Il rinnovamento oggi comincia dalla sicurezza. Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. Per questo il nostro paese ha deciso, per essere pronto al futuro, il più grande aumento sostenuto della spesa per la difesa dalla Guerra Fredda - periodo durante il quale, oltre 50 anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre il Principe Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno Re Giorgio VI, del mio prozio Lord Mountbatten e del mio bisnonno Re Giorgio V.
Quest’anno segna anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Questa atrocità fu un momento decisivo per l’America, e il vostro dolore e shock furono sentiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio mostrato di fronte a una perdita terribile. Eravamo al vostro fianco allora e siamo al vostro fianco oggi, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.
Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo 5 e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite fu unito di fronte al terrorismo, rispondemmo insieme, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo, fianco a fianco attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e momenti che hanno definito la nostra sicurezza condivisa. Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo così coraggioso. È necessaria per garantire una pace davvero giusta e duratura.
Dalle profondità dell’Atlantico ai ghiacci artici che si stanno sciogliendo in modo disastroso, l’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al cuore della NATO - impegnati nella difesa reciproca, nella protezione dei nostri cittadini e interessi, nel mantenere nordamericani ed europei al sicuro dai nostri avversari comuni. I nostri legami di difesa, intelligence e sicurezza sono intrecciati in modo strutturale attraverso relazioni misurate non in anni, ma in decenni. Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre personale britannico serve con uguale orgoglio in 30 Stati americani. Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il più ambizioso programma di sottomarini della storia, AUKUS. E lo facciamo in partnership con l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere sovrano.
Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per sentimento. Lo facciamo perché costruiscono una maggiore resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire. I nostri ideali comuni non sono stati solo cruciali per la libertà e l’uguaglianza, ma sono anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la risoluzione delle controversie e una giustizia imparziale: queste caratteristiche hanno creato le condizioni per secoli di crescita economica senza pari nei nostri due paesi.
Per questo i nostri governi stanno concludendo nuovi accordi economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro: nella fusione nucleare, nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di farmaci, con la promessa di salvare innumerevoli vite. Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi annuali in crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le generazioni future. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e nello scambio culturale rafforzano cittadini e futuri leader di entrambi i paesi. La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e di cui sono orgoglioso patrono, è emblematica del legame tra i nostri paesi. Dalla sua fondazione, oltre 2.300 borse di studio sono state assegnate, aprendo le porte agli americani di ogni estrazione per studiare nelle principali università del Regno Unito. Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa di proteggere la natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile. Per millenni, ben prima che esistessero le nostre nazioni, prima di qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano una cosa sola: una catena continua nata dall’antica collisione dei continenti. Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono davvero un patrimonio unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa responsabilità. Leader indigeni, politici e civili, persone delle comunità rurali e urbane, hanno contribuito a proteggere e custodire quella che il Presidente Theodore Roosevelt definì la “gloriosa eredità” di questa terra. Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi naturali critici, che minaccia ben più dell’armonia e della diversità della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi naturali - in altre parole, l’economia della natura - forniscono il fondamento della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.
La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nel suo cuore, una storia di riconciliazione, rinnovamento e straordinaria partnership. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più importanti della storia umana.
Prego con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo, e che ignoriamo i richiami a diventare sempre più ripiegati su noi stessi.
Signor Speaker, Signor Vicepresidente, illustri signore e signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come è stato fin dall’indipendenza. Le azioni di questa grande nazione contano ancora di più.
Il Presidente Lincoln lo comprese molto bene quando disse nel discorso di Gettysburg che il mondo può prestare poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.
E così, agli Stati Uniti d’America, nel vostro 250° anniversario, che i nostri due paesi si riconsacrino l’uno all’altro nel servizio disinteressato ai nostri popoli e a tutti i popoli del mondo. Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito".
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