I miei Cinque minuti con Bruno Vespa. Abbiamo parlato dell’esodo continuo di giovani italiani all’estero, degli stipendi che non bastano e di come Meloni abbia dimenticato i mercati e la gente comune. Ho fatto le nostre proposte! Fatemi sapere che ne pensate, vi leggo
Unia Europejska jest niedoskonała, irytująca, nudna, ale niczego lepszego w naszej historii nie wymyśliliśmy. Czas pokoju, dobrobytu, wolności, demokracji i solidarności między narodami przez wieki walczącymi ze sobą to cud. Niech trwa jak najdłużej.
61% of Italians want a Federal EU.
All parties besides LEGA have more voters that support a Federal EU than those who want to keep it the same or disband it.
Why are politicians so slow to move?
Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare. Noi dieci anni fa lo abbiamo fatto, Giorgia Meloni avrà lo stesso coraggio? Io mi sono dimesso da Premier, da Segretario, da tutto. Vedremo che farà Meloni dopo una sconfitta clamorosa
Mentana: "Gli USA sono nostri alleati perché ci liberarono 80 anni fa"
Gabanelli: "Li ringraziamo da 80 anni, ma Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi"
When one of us is attacked, Europe must defend it 🇪🇺
The UEF strongly rejects Trump’s threats against Spain and calls on the European Commission to take all necessary measures to protect a Member State and the integrity of the Union.
An attack on one is an attack on all.
In 2016, a red bus promised £350 million a week for the NHS if the UK left the EU. A slogan won the referendum. Ten years on, reality tells a different story: Brexit now costs far more than it ever claimed to save. Sovereignty without prosperity is an illusion. Europe is not a bill to cut, but a partnership that multiplies opportunities, rights and growth. Facts matter. And so does our shared future. Let Brexit be a lesson: when populism replaces truth with fantasy, citizens pay the price. Europe must choose responsibility over resentment – so that tomorrow is built on reality, not on red buses.
🇮🇸 Iceland may move toward a fast-track referendum on EU membership.
For the Union of European Federalists, this is the moment to open the institutional reform process to make enlargement possible — and increasingly necessary — within the EU.
Reform the union to unify Europe
All surveys indicate the same: Europeans of all countries want to strengthen and federalize the European Union..its the only way forward to survive in this ‘New Age of Empires’ dominated by Trump, Xi and Putin…what are our national leaders waiting for ?
Quello del premier canadese Mark Carney a Davos è uno dei primi discorsi che descrive senza nostalgia la rottura dell’ordine mondiale e prova a rispondere alla domanda decisiva: che cosa possono fare, concretamente, le middle powers quando le regole smettono di proteggerti?
La tesi è semplice: isolate, queste economie sono esposte alla coercizione delle grandi potenze; insieme, possono ridurne la leva, costruendo coalizioni e standard che funzionano davvero, e preservando non solo la democrazia ma anche la prosperità delle proprie società.
Carney indica ciò che molti cercano da mesi: una strategia concreta, un percorso praticabile che non vale solo per il Canada, ma anche per l’Unione Europea e per quei paesi che non intendono allinearsi all’asse autoritario che vuole imporre un nuovo ordine internazionale fondato sulla coercizione.
Vale la pena leggerlo e ascoltarlo. Riporto di seguito la traduzione dell’estratto più significativo.
--
PS: questo thread è stato originariamente pubblicato su Substack (link nei commenti). Lì si legge meglio e ci si può iscrivere alla newsletter per ricevere i prossimi aggiornamenti.
--
20 gennaio 2026
Davos, Svizzera
Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra grandi potenze non è più soggetta ad alcun vincolo.
Ma voglio anche sostenere che altri paesi, in particolare le potenze intermedie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori: il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati.
Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di competizione tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato su regole sta svanendo. Che i forti fanno ciò che possono, e i deboli subiscono ciò che devono.
Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile: la logica “naturale” delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, molti paesi sono portati ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. A evitare problemi. A sperare che la conformità compri sicurezza.
Non funzionerà.
Quali sono allora le nostre opzioni?
Nel 1978, il dissidente cecoslovacco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. In esso si poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a sostenersi?
La sua risposta partiva da un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante esponeva nella vetrina un cartello con scritto: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque: per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni fruttivendolo in ogni strada faceva lo stesso, il sistema persisteva.
Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che, in privato, sapevano essere falsi.
Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi.
È tempo che imprese e paesi tolgano i loro cartelli dalle vetrine.
Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato su regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, elogiato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, protetti da quell’ordine.
Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato su regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. Che il diritto internazionale veniva fatto valere con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.
Questa finzione era utile. E l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici fondamentali: la libertà dei mari, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva, e quadri istituzionali per la risoluzione delle controversie.
Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E in larga misura abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà.
Questo patto non funziona più.
Voglio essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema.
Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non si può “vivere nella menzogna” del beneficio reciproco dell’integrazione quando l’integrazione stessa diventa la fonte della tua subordinazione.
La domanda per le potenze intermedie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La vera domanda è se adattarci costruendo semplicemente muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.
Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, e questo ci ha portato a cambiare profondamente la nostra postura strategica.
I canadesi sanno che la vecchia e confortevole convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida.
Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori”. O, detto in altro modo, intendiamo essere al tempo stesso principiali e pragmatici.
Principiali nel nostro impegno verso valori fondamentali: la sovranità e l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani.
Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, non aspettiamo il mondo che vorremmo.
Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che comporta e la posta in gioco per ciò che verrà.
Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza.
Stiamo costruendo questa forza in patria.
Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le imposte sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale; stiamo accelerando investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora.
Stiamo raddoppiando la spesa per la difesa entro il 2030, e lo stiamo facendo in modo da rafforzare le nostre industrie domestiche.
All’estero, ci stiamo rapidamente diversificando. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione Europea, incluso l’ingresso in SAFE, i meccanismi europei di appalti per la difesa.
Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti.
Negli ultimi giorni, abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar.
Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur.
Per contribuire a risolvere i problemi globali, perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per problemi diversi, basate su valori e interessi.
Sull’Ucraina, siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza.
Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile.
Stiamo lavorando con i nostri alleati NATO (inclusi i Paesi nordici e baltici) per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar over-the-horizon, sottomarini, velivoli e presenza militare sul terreno.
Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi comuni di sicurezza e prosperità nell’Artico.
Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo iniziative per costruire un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone.
Sui minerali critici, stiamo formando club di acquirenti ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le fonti di approvvigionamento.
Sull’intelligenza artificiale, cooperiamo con democrazie affini per evitare di dover scegliere, in futuro, tra egemoni e hyperscaler.
Questo non è multilateralismo ingenuo. Né un affidarsi a istituzioni indebolite. È la costruzione di coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, questo includerà la stragrande maggioranza dei paesi.
Ed è la creazione di una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, a cui potremo attingere per affrontare sfide e opportunità future.
Le potenze intermedie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare, la leva per dettare le condizioni. Le potenze intermedie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.
Questa non è sovranità. È la messa in scena della sovranità mentre si accetta la subordinazione.
In un mondo di competizione tra grandi potenze, i paesi “in mezzo” hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via con impatto.
Non dovremmo lasciare che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte – se scegliamo di esercitarlo insieme.
E questo mi riporta a Havel.
Cosa significherebbe, per le potenze intermedie, “vivere nella verità”?
Significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato su regole” come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamare il sistema per quello che è: una fase di intensificazione della competizione tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.
Significa agire in modo coerente. Applicare gli stessi standard a alleati e rivali. Quando le potenze intermedie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma restano in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo tenendo il cartello in vetrina.
Significa costruire ciò che diciamo di credere. Invece di aspettare che il vecchio ordine venga restaurato, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come dichiarato.
E significa ridurre le leve che rendono possibile la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.
Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo enormi riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con una capacità fiscale straordinaria per agire con decisione.
E abbiamo valori a cui molti altri aspirano.
Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità.
Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo.
Il Canada ha anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.
Sappiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.
Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia.
Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto.
Questo è il compito delle potenze intermedie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.
I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire forza in casa nostra e di agire insieme.
Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia.
Ed è una strada aperta a qualunque paese disposto a percorrerla con noi.
Mark Carney
No-one will take seriously a weak and divided Europe: neither enemy nor ally. It is already clear now. We must finally believe in our own strength, we must continue to arm ourselves, we must stay united like never before. One for all, and all for one. Otherwise, we are finished.
A federal Europe would mean European countries stop being a pawn on the world stage, and instead we become a player.
A player that decides its own moves, and shapes its own destiny 🇪🇺
Rule of law. Democracy. Solidarity. Cooperation. Rich cultural heritage.
In a world of noise, these values stand tall.
It’s a true reason to be proud to be European! 🇪🇺
We warmly welcome the agreement 🤝 ensuring Canadian participation in the EU #SAFE defence investment programme.
In changing times, the EU & Canada are stronger working together for a safer world, based on shared values. 🇪🇺🇨🇦
Ho fatto il tweet in inglese di proposito, questa storia è diventata virale anche all'estero e dà fastidio ai vari russobot in tutto il mondo. Per la prima volta commentano un mio post anche in inglese con offese i pro Putin. Calenda ha centrato il bersaglio.
“A new pragmatic federalism is the only viable path”
“built through coalitions of willing people around shared strategic interests, recognizing that the diverse strengths that exist in Europe do not require all countries to advance at the same pace”
- Mario Draghi
Piccolo esempio che spiega perché l’Unione Europea, con le regole che si è data, non funziona (e di conseguenza conta poco o nulla). Lo trovate nel lancio di agenzia che allego, riguardante l’ultimo drammatico bombardamento russo su Kyiv.
Per cambiare bisognerebbe abolire il potere di veto. Ma per farlo… serve l’unanimità! E il governo italiano è il primo ad opporsi. Hai voglia poi a dire che sei d’accordo con Draghi!