Allo studente di Latina che ha scoperto 20 errori da parte del ministero nella prova di esame del liceo musicale, intanto bisognerebbe dire: promosso!
Poi al ministero che ha risposto che, vabbè, è una roba raffazzonata ma la prova è comunque valida, bisognerebbe dire: siete dei geni!!
È evidente che il mondo si sta orientando verso un fastidio generale nei confronti della sapienza. Sempre più persone ignoranti occupano posti chiave. Anche l'umiltà difetta ai nuovi vincitori: rispondono con arroganza a chi gli fa notare la loro povertà di giudizio. Il meccanismo dell'Idiocracy è sempre più difficile da combattere, perché sembra che anche il mercato, con le sue intelligenze commerciali, stia sostituendo l'intelligenza dell'analisi e le conquiste dello studio con risultati preconfezionati che saranno sempre più precisi ma sempre più mediocri. Io mi vergognerei di usurpare il posto a chi sa più di me su determinati comparti amministrativi, ma pare che anche la vergogna sia stata estromessa dal corredo del vivere sociale.
È poi, oltre alla sapienza, c'è l'intelligenza. Qua siamo in un altro comparto dell'esistenza, dove a riconoscere chi sia più o meno intelligente, c'è altra gente più o meno intelligente. L'è dura! E non puoi mica dare la colpa all'idiota di essere idiota. Ora però la situazione si sta rovesciando e l'idiota, con orgoglio, può dare la colpa all'intelligente di essere intelligente. Il teorema di Umberto Eco, secondo il quale si sta mettendo sullo stesso piano la parola di un sapiente e quella di un imbecille si sta dimostrando in tutta la sua crudeltà.
Natalino Balasso
Oggi Pedro Sánchez ha espresso solidarietà a Giorgia Meloni.
Lo ha fatto davanti alle telecamere, a fine Consiglio europeo, e in privato, guardandola in faccia.
"Le ho espresso la mia solidarietà, anche in privato, di fronte a questo attacco che non è né politico né personale e che sinceramente non so neanche come qualificare". E lo ha fatto a poche ore di distanza da quando, sempre a Bruxelles, la stessa Meloni aveva accusato la Spagna di aver regolarizzato mezzo milione di cittadini stranieri.
E allora vale la pena ricordare cosa ha fatto lei, in tutti questi mesi, per lui.
Quando Trump, appena insediato, ha liquidato la Spagna come una "nazione BRICS" e ha minacciato di colpirla con dazi al cento per cento, Meloni se ne stava a Mar-a-Lago a farsi celebrare come la sua alleata più fidata in Europa.
Quando Trump, al vertice NATO dell'Aja, ha minacciato Sánchez perché si fermava al 2,1 per cento di spese militari, gridando "è terribile" e promettendo di fargli pagare il doppio sui dazi, Meloni applaudiva il target del cinque per cento e lo chiamava "necessario e sostenibile", arrivando a negare (mentendo) che la Spagna avesse rifiutato l'imposizione.
Quando Trump, in mondovisione, è arrivato a dire che la Spagna "forse dovrebbe essere espulsa dalla NATO", una cosa mai sentita, una minaccia aperta a un Paese alleato, da Palazzo Chigi è sceso un silenzio assoluto.
E quando, ad aprile, il Pentagono ha persino valutato di sospendere la Spagna dall'Alleanza atlantica, perché Sánchez si era rifiutato di prestare le sue basi per bombardare l'Iran, Meloni, ancora una volta, si è girata dall'altra parte.
Un anno e mezzo. Un anno e mezzo di insulti, minacce di dazi e di espulsione contro un leader europeo. Un anno e mezzo in cui Giorgia Meloni ha trovato il tempo di andare a Domenica In a commuoversi sulle pastarelle della domenica con i nonni, ma per Pedro Sánchez, preso a sportellate settimana dopo settimana, mai una parola. Una sola.
Poi è arrivato oggi. Oggi Trump si è voltato e ha colpito lei. E nel giro di poche ore, il primo a difenderla in pubblico e in privato, è arrivato proprio lui, Pedro Sánchez.
Che ha insegnato a Giorgia Meloni una cosa che lei, in due anni, si è sempre dimenticata di fare: comportarsi da persona perbene. E con la schiena rigorosamente dritta.
Con la riforma Gemmato, farmacista, ora lo Stato paga i farmaci il 50% in più dei prezzi stabiliti da @Aifa_ufficiale
È come se il supermercato pagasse il prodotto dal grossista di più del prezzo sullo scaffale
Siete la peggior sciagura d'Italia dopo il ventennio
#melonivaiacasa
Rocca, il galantuomo del Lazio
Francesco Rocca. A diciannove anni una condanna per spaccio di eroina, tre anni di reclusione, confermata fino in Cassazione. Lui non lo nega, racconta di essere diventato un altro uomo. Gli si può anche credere, la vita è lunga e cambia le persone.
Poi la politica. Lo indica Giorgia Meloni come candidato del centrodestra, nel febbraio 2023 si insedia presidente della Regione Lazio. La destra erede del Movimento Sociale lo sceglie come volto perbene, il manager, l’uomo della Croce Rossa.
Nel 2023, già a capo della Regione, ottiene un prestito da 80mila euro coperto dalla garanzia pubblica del fondo per la crisi ucraina, quello che lo Stato ha messo in piedi per i professionisti in difficoltà. Gli serviva per pagare l’F24, le tasse arretrate. Dice di non sapere nemmeno che lo Stato gli garantisse il prestito. Intanto dalla era sparita la sua dichiarazione dei redditi. Il caso è finito all’Anac.
Un presidente di Regione che usa un aiuto di Stato per chi è in difficoltà per saldare le proprie imposte, e si dimentica di dichiarare quanto guadagna.
Sono questi gli uomini che oggi riscrivono la legge elettorale. Centoventi costituzionalisti parlano di forzatura, di premierato mascherato. Loro la chiamano stabilità.
Cambiano le regole del gioco mentre perdono per strada perfino le ricevute delle tasse.
Si chiama Marcello Gemmato e fa il sottosegretario alla salute pubblica. Che ha combinato ? Ha scelto 251 farmaci costosi, fino ad oggi comprati (a minor prezzo) e distribuiti direttamente dalle ASL, e li ha passati alle farmacie private che ovviamente li pagano di più. Non solo, ha introdotto una riforma sui farmaci di fascia bassa aumentandone il prezzo del 31%. Secondo l'inchiesta Dataroom di Milena Gabanelli, le modifiche a firma Gemmato creano un costo aggiuntivo per il SSN di circa 270 milioni di euro all'anno. Curiosità, Marcello Gemmato è un farmacista. Ma questa è certamente solo una coincidenza ...
Caterpillar
Da settembre ho smesso di ascoltare la radio in macchina, tornando a casa dal lavoro. Per più di vent’anni era sintonizzata su Raidue, su Caterpillar. Una trasmissione intelligente, politica nel senso vero, orientata a una certa idea di sinistra sociale ma mai militante, mai urlata. Ti apriva la mente mentre eri fermo in coda, e quando arrivavi a casa eri un po’ meno stanco di quando eri salito in macchina.
Poi è arrivato settembre. Caterpillar non l’hanno cancellata, sia chiaro. L’hanno spostata dalle sei del pomeriggio a quasi le otto di sera, in un orario in cui chi lavora non la sente più. E nella fascia buona, quella del rientro, ci hanno messo tre ragazzotti urlanti più la Belen, che sparano cazzate che manco al bar dopo tre birre, con la stessa Belen che in quanto a concetti si esprime più o meno come una capra tibetana.
Perché è così che funziona questa destra al governo: non censura, occupa. Riempie ogni spazio, anche quelli piccoli, anche un’ora di radio del tardo pomeriggio, perché evidentemente persino quell’ora dava fastidio. Una trasmissione che parlava di ambiente, di diritti, di lavoro, nell’orario in cui la gente torna a casa dal lavoro vero. Troppo. Meglio rumore al posto del pensiero.
Massimo Cirri e Sara Zambotti, con tutti quelli che in trent’anni si sono avvicendati al microfono di Caterpillar, sono finiti dopo cena, quando la macchina è già parcheggiata. Io intanto ho spento la radio. Vent’anni di abitudine, finiti così. Ascolto musica, che almeno non finge di essere servizio pubblico.
«In tanti sport esiste una struttura che protegge l’atleta: la società paga viaggi, staff, preparazione, attrezzatura.
Nel tennis no.
Nel tennis ogni spesa ricade sul giocatore: allenatore, fisioterapista, voli, hotel, tornei, preparazione atletica.
Chi non ha mezzi, semplicemente non regge il ritmo.
Eppure, quando Jannik Sinner, come Aryna Sabalenka , hanno sostenuto il pensiero di una distribuzione più corretta dei ricavi degli Slam, molti hanno reagito con la solita frase superficiale e banale :
“Un altro milionario che vuole più soldi.”
Una frase mediocre di chi non approfondisce le situazioni.
Il tennis è uno sport che muove un’economia enorme: coach, preparatori, fisioterapisti, organizzatori, media, aziende di attrezzatura, strutture, turismo.
Migliaia di persone lavorano grazie a questo mondo.
Non è un hobby, è un settore industriale.
E come ogni settore, funziona solo se chi ci lavora ha le condizioni per farlo bene.
Per questo i paragoni con altri mestieri poco remunerati non servono.
Ogni professione ha le sue difficoltà, i suoi rischi, le sue responsabilità.
Il mondo ha bisogno di tutto: dei lavori tradizionali e anche dello sport, dell’arte, della ricerca, della tecnica.
E chi sceglie una strada diversa merita comunque la possibilità di costruirsi un futuro.
Nel tennis, però, le possibilità non sono uguali per tutti.
Un top player può permettersi un team completo.
Un giocatore tra il numero 40 e il numero 100 del mondo, e non parliamo oltre il 100, invece, spesso deve scegliere cosa sacrificare: un torneo, un allenatore, una settimana di recupero.
Eppure si allena quanto i migliori, viaggia quanto i migliori, si dedica quanto i migliori.
Il talento non basta se non hai le risorse per farlo crescere.
Ci sono esempi lampanti: João Fonseca è molto dotato, ma è cresciuto con un supporto economico enorme fin da bambino.
È una fortuna per lui e un dato di fatto.
E dimostra quanto il contesto pesi nel tennis moderno.
Per ogni ragazzo" fortunato", ce ne sono molti che restano indietro perché non possono permettersi ciò che serve per emergere e non per mancanza di qualità.
Eppure sono proprio loro a dare sostanza al circuito: qualificazioni, primi turni, tornei minori, intere stagioni che esistono grazie a questo gruppo di professionisti che lavora nell’ombra.
Ecco perché la posizione di Sinner , Sabalenka e altri top player, non è un capriccio personale.
È un gesto che hanno offerto verso chi non ha abbastanza voce
Se un numero 90 del mondo avesse detto le stesse cose, nessuno avrebbe ascoltato.
Serviva qualcuno con peso per aprire una discussione che molti evitano.
Quindi , quando si esprime un parere , prima di ciò bisogna informarsi, non leggere solo i titoli del giornalaio.»
A tutti i ragazzi che stanno giocando a #Roma e ai nostri Italiani, in bocca a lupo.»
Antonio Castrovilla, (Fb> Jannik Sinner #1)
La sceneggiata del Washington Hilton
Proviamo a ragionare. Mettiamoci nei panni di Donald Trump qualche giorno fa, quando i suoi consiglieri gli hanno messo davanti il calendario. 25 aprile, sabato, Washington Hilton, cena della White House Correspondents’ Association. L’evento più simbolico del rapporto fra presidenza americana e stampa libera. Una tradizione che dura dal 1921 e che lui, durante il primo mandato, aveva sempre boicottato.
Stavolta no. A marzo aveva annunciato che ci sarebbe andato. Prima volta da presidente. Poi è cominciato il problema. Quasi 500 giornalisti in pensione hanno firmato una petizione che chiedeva all’associazione di “dimostrare con forza l’opposizione agli sforzi di Trump di calpestare la libertà di stampa”. Dan Rather, Jim Acosta, una coalizione di organizzazioni del giornalismo. Tutti pronti a trasformare la cena in un processo pubblico. Niente comico quest’anno, hanno scelto un mentalista, Oz Pearlman, proprio per evitare il rischio di un monologo che facesse a pezzi il presidente in mondovisione su CNN e C-SPAN. Il problema vero erano i premi. Il Wall Street Journal, lo stesso giornale che Trump ha querelato per la storia della lettera di compleanno a Epstein, doveva ricevere il Katharine Graham Award. Davanti a lui. Sul palco. Causa archiviata da un giudice poche settimane fa, peraltro.
Mettetevi nei suoi panni. Non puoi non andare, perché dopo aver annunciato la presenza un dietrofront sarebbe stato letto come fuga. Andare significava starsene seduto mentre la sala applaudiva il giornale che ha pubblicato la sua firma sulla letterina a un pedofilo. Significava sopportare le ovazioni alla First Amendment proprio mentre il suo Dipartimento di Giustizia processa Don Lemon e Georgia Fort, l’FBI ha perquisito casa di una giornalista del Washington Post, Voice of America è stata smantellata, PBS e NPR definanziate, l’AP cacciata dagli eventi presidenziali per la storia del Golfo del Messico. Tutto questo lì, davanti, in diretta.
Una mattanza politica. Un disastro. Che si fa.
Si fa che, verso le nove di sera del 25 aprile, guarda un po’, un uomo di trentuno anni, Cole Allen, di Torrance, California, si presenta al checkpoint del Washington Hilton “armato di multiple armi”. Multiple. Plurale. Eppure il magnetometro, evidentemente distratto, lo lascia passare. Carica, spara, viene “abbattuto” dal Secret Service. Un agente colpito al petto, salvato dal giubbotto. “Il giubbotto ha fatto il suo lavoro”, dice Trump poco dopo dalla Casa Bianca, in conferenza stampa, con quel sorrisetto del bambino che ha appena rotto il vaso e sa che gliela faranno passare liscia. Il presidente è stato evacuato. La cena sospesa. I premi mai consegnati. Il discorso del Wall Street Journal mai pronunciato. Il mentalista mai salito sul palco. Una sfortuna nera, davvero.
Trump dirà di aver “combattuto come un leone” per restare. Naturalmente. Posterà su Truth Social le foto del presunto attentatore steso a terra, e il video di sorveglianza dell’episodio. Tutto già pronto, tutto già montato, in tempi che neanche la regia di un reality. Definirà l’uomo “lupo solitario”, che è la formula magica che si usa quando non si vuole indagare oltre. Modi, Takaichi, Sheinbaum manderanno messaggi di condanna e sollievo. Il vicedirettore del Secret Service Quinn parlerà di “vile attentato a una tragedia nazionale”. Tutti parleranno per giorni del coraggio del presidente, della violenza politica contro Trump, del terzo attentato dopo Butler e West Palm Beach. Nessuno parlerà del premio al Wall Street Journal. Nessuno parlerà della petizione dei 500 giornalisti. Nessuno parlerà di Epstein.
Funziona. Funziona benissimo.
Strano, no. Strano questo tempismo. Strana questa coincidenza per cui un attentatore decide di colpire proprio nella sera in cui Trump aveva tutto da perdere e niente da guadagnare a presentarsi. Strano questo magnetometro che lascia passare un uomo “armato di multiple armi”, in uno degli eventi più sorvegliati dell’anno, dove ci sono presidente, vicepresidente, gabinetto, speaker della Camera, mezza Washington. Strano questo agente colpito al petto che però sta benissimo. Strano che l’attentatore sia vivo, in custodia, ferito ma vivo, pronto a essere processato lunedì da Jeanine Pirro, già giudice, già conduttrice Fox News, oggi procuratrice federale del Distretto di Columbia per nomina trumpiana. Una garanzia di terzietà.
Sia chiaro. Nessuno sta dicendo che Trump abbia organizzato un finto attentato. Per carità. Si dice solo che, se uno volesse organizzare un finto attentato per uscire da una serata politicamente catastrofica trasformandosi nella vittima invece che nell’imputato, otterrebbe esattamente quello che è successo ieri sera al Washington Hilton. Esattamente. Stessa scena, stesso copione, stesso epilogo. Con un giubbotto antiproiettile che fa il suo lavoro, naturalmente. Sempre.
Però magari è solo una coincidenza. Magari Cole Allen è davvero un lupo solitario uscito dal nulla proprio quella sera, proprio in quel posto, proprio al checkpoint, proprio mentre il presidente stava per essere umiliato in diretta nazionale, proprio con armi multiple, proprio davanti agli unici agenti del Secret Service che riescono a sparare senza uccidere il bersaglio. Magari. Tutto può essere.
E poi, diciamocelo, perché mai Donald Trump dovrebbe inscenare un attentato. Lui che ha sempre avuto un rapporto così schietto con la verità. Lui che non ha mai sfruttato un’immagine, mai gonfiato un numero, mai inventato un nemico. Lui che a Butler, sangue sull’orecchio e pugno alzato, fece quella foto perfetta in due secondi, tre quarti di profilo, bandiera dietro, fotografo posizionato giusto. Improvvisazione pura. Genio del momento. Mai una regia, mai un calcolo. Un uomo semplice.
Quindi sì, certamente. Attentato vero. Cole Allen lupo solitario. Magnetometro distratto. Giubbotto miracoloso. Procuratrice imparziale. Tempismo casuale. Tutto perfettamente normale.
Continuate pure ad applaudire. Ha funzionato anche stavolta.
“Vorrei giovani che fanno l’amore sui divani, ascoltando i Led Zeppelin e Stairway to Heaven. L’estasi è una cosa divina, sovraumana.
Invece oggi ci accontentiamo della mediocrità di Sanremo: dieci di quei cantanti non valgono un piede sinistro di LouReed.
Vorrei che all’Ariston qualcuno cantasse "Perfect Day", ma Lou Reed è morto e il talento non si compra al supermercato.
Il talento viene dal viaggio, e se non c’è il viaggio, inteso come fatica, come rischio di frantumarsi, non c’è niente da dire. Auguro a tutti un po’ di sana sfiga, un po’ di insuccesso.
Guardate la Brignone: ha vinto l’oro dopo un’odissea psicologica e fisica, è entrata nel mito perché ha osato quando i mediocri le dicevano di stare a casa.
Se non sei religioso il divino lo trovi lì o nella voce di Tom Jones, non in Fedez, con tutto il rispetto”
PaoloCrepet
🚨 Ascoltate attentamente le parole dei medici dell'ospedale di Polistena in Calabria.
La stessa Calabria governata da Roberto Occhiuto di Forza Italia indagato per truffa!
🟢 La salute dei cittadini e soprattutto il lavoro prezioso dei medici non è in vendita.
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“Il nostro calcio sta morendo e nessuno ha il coraggio di dirlo.
Non per mancanza di talento, non per assenza di passione, ma perché abbiamo costruito un sistema che calpesta i ragazzi prima ancora che tocchino un pallone.
Siamo pieni di stranieri comprati a peso d’oro, ma incapaci di far crescere i nostri giovani.
Tutto ruota attorno ai soldi: non conta più chi sa giocare, conta chi può permettersi di farlo. Se sei un bambino e vuoi inseguire un sogno, devi sperare che la tua famiglia abbia il portafoglio giusto. Altrimenti resti fuori, guardi gli altri, ti spegni.
Ci sono procuratori che bussano alle porte dei genitori chiedendo denaro per bambini che non hanno nemmeno esordito in una squadra vera. E chi non paga? Semplice: non gioca, non viene convocato, non viene nemmeno guardato.
Così non crescono i giovani, così cresce solo l’ingiustizia.
Abbiamo dimenticato una verità elementare:
il talento non si compra.
Si riconosce, si coltiva, si protegge. E invece lo soffochiamo, lo facciamo scappare, lo costringiamo ad arrendersi ancora prima che abbia respirato il profumo dell’erba di un campo vero.
La Federazione dovrebbe aprire gli occhi, indagare, capire, intervenire. Perché troppe famiglie raccontano la stessa storia:
se non paghi, tuo figlio non gioca. E allora non è sport, non è educazione, non è sogno: è business. Sporco, brutale, cinico.
Se un ragazzo nasce con un dono, quel dono non appartiene né ai procuratori né ai dirigenti:
è suo.
Il calcio dovrebbe soltanto permettergli di mostrarlo al mondo, non affogarlo nei conti bancari degli adulti.”
— Gianni Rivera
@gigicat7_ Gli spettatori tv di una finale maschile sono generalmente il triplo di quelli di una finale femminile. Trovo giusta la diversa proporzione nei premi dei vincitori.
da distribuire agli amici degli amici, il tutto CON I SOLDI NOSTRI!!
Per fortuna che il Quirinale se n’è accorto, costringendo la Lega e il governo a ritirare l’emendamento.
MALEDETTI PARASSITI!
La #Lega ha cercato di prolungare fino al 2033 l’esistenza della società pubblica per la realizzazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, nascondendo un piccolo emendamento 'tecnico' nel Decreto Sport.
Sapete che significa questo?
Altri 7 anni di stipendi e poltrone
Ho scritto un post che non vi piacerà, ma qualcuno lo doveva pur fare. Cioè elencare, da persona di sinistra, i 10 errori dei promotori di questi referendum, a fronte del loro totale e radicale fallimento.
Certi disastri si pagano con le dimissioni.
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https://t.co/2QCY1xLwmJ
Ci sono voluti gli Svizzeri per far capire, forse, magari, agli italiani la reale genesi di Fantozzi.
Spiegata agli italiani proprio da Paolo Villaggio, tanti anni fa.
E, manco a dirlo, spiegazione che nessuno ha mai fatto vedere in Italia, agli italiani.
Chiedetevi il perchè...