Ieri il Parlamento europeo ha votato per far passare con procedura d'urgenza il cosiddetto Chat Control: 331 favorevoli, 304 contrari.
Ancora una volta ci raccontano che è "per proteggere i bambini". Hanno davvero rotto i coglioni.
Ogni volta il copione è identico. Se vuoi più controllo tiri fuori una categoria che nessuno osa mettere in discussione. I pedofili. I minori. Durante il Covid gli anziani. Domani sarà qualcos'altro.
Il problema non è perseguire i criminali. Quello è sacrosanto.
Il problema è normalizzare l'idea che le comunicazioni private possano essere sottoposte a controlli sempre più invasivi, e che chiunque osi chiedere limiti e garanzie venga trattato come se fosse dalla parte dei criminali.
Le libertà non spariscono da un giorno all'altro. Si restringono un pezzo alla volta, sempre con una motivazione che sembra inattaccabile.
Se questa è la direzione che l'Europa vuole prendere, sta scegliendo un modello di sorveglianza sempre più invasivo. E quando un'infrastruttura del genere esiste, non puoi sapere come verrà usata fra qualche anno, né da chi.
Giovedì ci sarà il voto decisivo. Speriamo che qualcuno si ricordi che la privacy non è un privilegio dei criminali... Ma un cazzo di diritto dei cittadini.
@Pinperepette@MatrixEsiste@Zot_64 Ci sono tantissimi casi isolati come questo e poi dimenticati. I gilet gialli sembravano dovessero portare una rivoluzione in Francia e non è rimasto niente. Se non c'è movimento dall'alto, un vero scontro di bisogni tra nuovi e vecchi ricchi, si rimane dove si è, ahimè
@Pinperepette@MatrixEsiste@Zot_64 Non erano il popolo. Erano nuove classi emergenti che soffrivano la tirannide regnante e avendo potere e denaro hanno deciso di "rivoluzionare" e defenestrare la classe dominante. Qui i ricchi non soffrono ancora e ci stanno bene. Il popolo, quello vero, può soffrire e perire
The EU is being flooded with small parcels(under €150)which currently enter duty-free.
The Council has agreed to introduce a €3 customs duty on these items, as of 1 July 2026. This will help:
-ensure fair competition
-protect consumers
-tackle fraud
➡️ https://t.co/UUByQx6Ghs
Negli ultimi anni, alcuni documenti importanti – tra cui il Working Document “The Governance of a Fragile Eurozone” di Paul De Grauwe (CEPS, 2011) e il paper della Banca Centrale Europea sulle implicazioni della sovranità monetaria citato nelle “Final Remarks” (2016) entrambi riportati sotto – hanno espresso in modo ormai inequivocabile un concetto che, seppure sia sotto gli occhi di chiunque studi economia fuori dalla propaganda, continua a essere sistematicamente ignorato nel dibattito pubblico.
Un Paese che emette la propria valuta, che ha una banca centrale che ne garantisce la convertibilità e che denomina il proprio debito nella stessa valuta, non può tecnicamente fallire sul debito pubblico.
Punto.
Non è opinione, non è ideologia, non è “visione politica”: è meccanica monetaria. È contabilità. È struttura logica del sistema.
Quello che De Grauwe mostra con chiarezza è che il default di uno Stato con sovranità monetaria (Stati Uniti, Regno Unito o Giappone) è una scelta politica, non una necessità economica.
Se emetti la moneta, puoi sempre convertire i titoli in scadenza in moneta. Se puoi garantire convertibilità, non puoi risultare insolvente nella tua stessa unità di conto.
La BCE, nello stesso passaggio che ho riportato, lo dice con la trasparenza di chi dà per scontato che il lettore lo sappia: quando il debito è denominato nella valuta nazionale, ed esiste una banca centrale che può acquistarlo e convertirlo a parità, il default non è possibile.
Ed è qui che entra in scena l’elemento che ha definito gli ultimi cinquant’anni di narrazione economica: la propaganda. Perché mentre alcuni paesi normali fondavano l’economia su questo principio – permettendosi deficit strutturali, politiche espansive nei momenti di crisi, salvataggi bancari, stimoli fiscali da trilioni – nel dibattito europeo è stata coltivata scientemente l’idea che “lo Stato deve farsi prestare i soldi”, che “lo Stato deve raccogliere prima le tasse per poter spendere”, che “lo Stato è come una famiglia e non può permettersi più di ciò che incassa”.
Falso. Falso tecnicamente, falsissimo logicamente, ma ripetuto così tante volte e con tale autorità che è diventato senso comune.
Il punto chiave da comprendere è esattamente questo: la spesa pubblica precede la tassazione.
Lo Stato non tassa per procurarsi i soldi con cui spendere: lo Stato spende, immette moneta, accredita conti, crea liquidità. Solo dopo drena una parte di quella liquidità attraverso la tassazione per dare valore alla moneta, evitare inflazione e mantenere ordine monetario. Le tasse non finanziano la spesa. Le tasse legittimano la moneta e regolano la domanda aggregata.
È la spesa pubblica che crea la base monetaria su cui poi si può tassare. Lo Stato non raccoglie soldi: li crea.
Ed è qui che ritorna la questione dell’Euro. Perché questo discorso vale solo se lo Stato ha la sovranità monetaria. I paesi dell’eurozona, cedendo la sovranità sulla valuta, hanno rinunciato alla possibilità di emettere debito non soggetto a default. Hanno scelto, consapevolmente o meno, di diventare utilizzatori di moneta, esattamente come una famiglia o un’azienda.
Hanno accettato di finanziarsi sui mercati, di essere giudicati dai rating, di essere vulnerabili ai “sentimenti” degli investitori. Hanno accettato di poter essere spinti in crisi auto-realizzate, come le economie emergenti.
E infatti è esattamente questo che è successo.
L’Eurozona ha creato Stati senza moneta, con debiti in valuta non controllata, esposti ai mercati globali, costretti all’austerità come condizione per “meritare” la liquidità che dovrebbe essere invece loro diritto costitutivo.
Il risultato è una stagnazione trentennale, una depressione culturale e una narrazione tossica: “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”.
Non è vero. Siamo stati messi al di sotto delle nostre possibilità.
Fonti:
The Governance of a Fragile Eurozone (CEPS, Paul De Grauwe, 2011). https://t.co/ckr2ikoHJE
BCE Working Paper No. 1988, Macroeconomic Stabilization, Monetary‑Fiscal Interactions, and Europe’s Monetary Union (Corsetti, Dedola, Jarociński, Maćkowiak, Schmidt, 2016).
https://t.co/ewNrZssVCp
@b_baolo Censura e pretesti preparano allo scontro diretto. C'è crisi, fate presto alle armi così risolviamo tutti e tutto e si forma in momenti di crisi nuove politiche.🤦♀️