Shavon Shields Fenerbahçe’de! 💛💙✍️
Fenerbahçe Erkek Basketbol Takımımız, son olarak Olimpia Milano forması giyen Amerika asıllı Danimarkalı forvet Shavon Shields (2.01cm - 1994) ile 2 yıllık anlaşmaya varmıştır.
1994 yılında Overland Park, Kansas’ta dünyaya gelen Shavon Shields, 2012-16 yılları arasında Amerika Kolej Ligi’nde Nebraska Üniversitesi forması giydi. Üniversite yıllarının ardından Almanya Ligi ekiplerinden Fraport Skyliners Frankfurt’a transfer oldu. Nisan 2017’de İtalya ekiplerinden Aquilla Trento ile yolu kesişen başarılı oyuncu, 2018-2019 sezonuna ise İspanya’da Baskonia Vitoria-Gasteiz forması ile başladı. 2019-20 sezonunu İspanya şampiyonluğu ile tamamlayan takımın bir parçası olan Shavon Shields, 2020-21 sezonunda ise İtalya’ya bu kez Olimpia Milano forması ile döndü. Olimpia Milano ile 10 şampiyonluk yaşayan deneyimli oyuncu, 2021-22, 2022-23, 2023-24 ve 2025-26 yıllarında İtalya Ligi Şampiyonluğu, 2021, 2022 ve 2026 yıllarında İtalya Kupası şampiyonluğu, 2020, 2024 ve 2025 yıllarında ise İtalya Süper Kupa şampiyonlukları yaşadı. Takım başarılarının yanına bireysel başarılar da ekleyen Shields, EuroLeague’de 2020-21 ve 2021-22 sezonlarında en iyi ikinci takıma seçildi. EuroLeague’de geçtiğimiz sezon 12.7 sayı, 3.2 ribaund, 2.7 asist ve 12.8 verimlilik puanı ortalamalarını yakalayan Shavon Shields, Uluslararası arenada Danimarka Milli Takımının formasını giyiyor.
Bu anlaşmanın Kulübümüze ve Shavon Shields’e hayırlı olmasını diliyor, 2026-27 sezonundan itibaren Fenerbahçe Erkek Basketbol Takımımızın başarısı için mücadele edecek oyuncumuza Çubuklu formamızla başarılar diliyoruz.
#YellowLegacy #WelcomeShavon
il primissimo giocatore a cui mi sono davvero affezionata da quando seguo l’olimpia. è stato bellissimo vederti giocare con questa maglia. per sempre capitano!!!❤️
Thank you for everything, Captain ♥️
Wishing you all the best in your next chapter.
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Non sono della generazione di @IlVeroUltimo e non posso dire che sia il mio mondo musicale. Però non riesco a non riconoscergli una cosa: ha costruito un fenomeno di massa restando fuori dal recinto di chi, in Italia, pretende ancora di decidere cosa sia “alto”, cosa sia “basso”, cosa meriti rispetto e cosa no.
Il percorso, da solo, basterebbe. Sanremo 2018 vinto tra le Nuove Proposte, secondo posto tra i Big l’anno dopo, poi il 4 luglio 2019 il primo Olimpico: sessanta e più mila persone a Roma, a 23 anni, diventando il più giovane artista italiano ad arrivare a quello stadio da protagonista. Da lì non c’è stata la fiammata di una hit estiva, ma una crescita lunga, testarda, quasi anomala per il mercato musicale di oggi: Olimpici, San Siro, Circo Massimo, oltre quaranta stadi, sette album, decine e decine di certificazioni. E poi Tor Vergata 2026: 250mila biglietti venduti in poche ore per un solo concerto. Non è moda. Non è algoritmo. È consenso popolare, costruito anno dopo anno.
Musicalmente #Ultimo non inventa una lingua nuova. Anzi, forse fa il contrario. Mentre buona parte del pop giovanile si americanizza, tra trap, drill, barre, posa e distacco emotivo, lui resta dentro una tradizione italianissima: piano, melodia, canzoni d’amore, fragilità detta senza vergogna. C’è Venditti, c’è Baglioni, c’è Renato Zero, c’è quella linea romana e sentimentale che molti fingono di considerare superata solo perché non sanno più scriverla. Un ragazzo tatuato, cresciuto nell’epoca di Instagram, che parla ai coetanei usando una grammatica emotiva che apparteneva ai loro genitori. E funziona proprio per questo.
Ma la parte più interessante, secondo me, non è nemmeno il numero degli stadi. È quello che si vede guardando il suo documentario: dietro il fenomeno non c’è l’arroganza del predestinato, ma una ferita costante. C’è uno che sembra vivere il successo non come una corazza, ma come una prova continua. Il bisogno di dimostrare, la paura di non essere abbastanza, la rabbia di chi si è sentito fuori posto, poi la rinascita sul palco, davanti a una comunità che evidentemente riconosce quella stessa frattura. Ultimo non piace a milioni di ragazzi perché racconta una vita perfetta. Piace perché non finge di aver risolto tutto.
E questo spiega anche perché irriti tanto certi ambienti. La critica italiana ha un riflesso pavloviano: se piace a milioni di ragazzini, allora deve essere banale. Succede con Ultimo come succede ovunque il pubblico voti col portafoglio invece che con la tessera del circolo giusto. Il salotto lo snobba, ma il salotto non ha mai riempito uno stadio. E allo stadio nessuno chiede il permesso di commuoversi.
Si chiama Ultimo perché ha scelto fin dall’inizio di dare voce a chi si sente ultimo. La cosa notevole è che quella promessa l’ha mantenuta anche diventando enorme. Questo, più dei record, è il punto: non ha trasformato la fragilità in una posa estetica, l’ha trasformata in una lingua comune.
Non serve piacere ai critici per entrare nella storia della musica popolare italiana. Serve riempire un luogo con 250mila persone mentre loro discutono ancora se sia arte.