Thank you @JDVance We are looking forward to see you supporting AFD in Germany and Le Pen in France. Please dont forget to support Fico. Kind regards, The Free World
@Tendar How about Europe supports the American war for
- tarriffs go to zero
- America sends 2000 Abrams to Ukraine
- full technology transfer of F-35 to Airbus
- a $1 billion check for every participating nation per month of operation
Trump wants deals, let's give him a deal.
NATO: "We are fucked!"
10 Ukrainian soldiers eliminated 2 NATO battalions in a half a day of training.
So, the myth of all-powerful NATO that can stop Russia is no more.
WSJ: NATO forces were horrible and wiped out in a 16,000-troop drill in Estonia. 1/
i’m absolutely loving the saas apocalypse discussions on the timeline right now.
to me the whole saas apocalypse via vibe coding internally narrative is mostly a distraction & quite nonsensical. no company will want to manage payroll or bug tracking software.
but the real potential threat to almost all saas is brutalized competition.
i.e. ai doesn’t need to magically recreate salesforce. it just needs to make it trivial for tiny teams to deliver functionally equivalent outcomes at a fraction of the cost. once that happens, pricing power potentially collapses.
imagine payroll… today you’re paying a fat margin for “trust + compliance + saas software” that increases prices so fucking often. like we have a startup & everyone is charging us up the ass for everything on a per seat basis. you can imagine tomorrow a 2 person shop empowered by ai can ship the same output, hit the same regulatory checkboxes, & charge 70% less because their cost structure is basically nil.
today saas margins exist because:
- engineering was scarce
- compliance was gated
- distribution was expensive
ai nukes all three in many ways, especially if you’re charging significantly less & know what the fuck you are doing when using ai. if you go to a company & say we will cut your fucking payroll bill by 50%, they will fucking listen.
the market will likely get flooded with credible substitutes, forcing prices down until the business model itself looks pretty damn suspect. someone smarter than me educate me on why this won’t happen please.
This is the question every software company is asking themselves right now. What happens to our roadmap if an engineer can produce 2X or 5X more output.
The general direction will be roadmap expansion. Companies that just use this leverage to cut costs will be outcompeted by those that decide to do more.
As a result, this will mean we will see more competitive battles between companies, but also the expansion of many more categories since software can touch more surface area.
The limiter then becomes how rapidly your customers can actually adopt new software, how good you make that software (vs. it becomes slop because it’s so much easier), and whether you can get paid for more software or if customers’ expectations just go up over time for what they get from each vendor.
As an aside, building up a brand, ecosystem, and distribution moat ends up being critical. If software development cost per unit go down, then the new game is how you can get customers to adopt and remain sticky. GTM becomes a critical factor in all this.
Piazze vuote, porti vuoti, nessuna "flottilla"⛴️ per salvare le ragazze e i giovani in Iran🇮🇷
C'è un regime islamico brutale che ha eseguito 1922 condanne a morte solo nel 2025; massacra le ragazze che si levano il velo; reprime con violenza ogni minoranza, dai curdi ai beluci; esporta terrorismo in tutto il Medio Oriente; i suoi droni uccidono ogni notte i civili in Ucraina e nessuna flottilla è pronta a salpare? Nessuna Special Rapporteur che si indigna in una giravolta di onorificenze? Zero raccolte fondi?
Il progetto imperiale di Vladimir Putin, che sempre più chiaramente emerge anche dalla retorica sciovinista (con tratti di millenarismo distopico) dei suoi discorsi ed atteggiamenti, non è una deviazione recente né una reazione emotiva all’allargamento della NATO. È una visione coerente, stratificata e dichiarata, che affonda le radici nella storia lunga della Russia e nella sua incapacità cronica di concepirsi come Stato-nazione. In questo senso Putin non è un’anomalia, ma un sintomo. Incarna cioè l’ultimo interprete di una tradizione che va dall’Impero zarista all’URSS, passando per quel vuoto identitario che gli anni Novanta non hanno mai davvero colmato.
Già nel XIX secolo pensatori come Čaadaev e poi Dostoevskij avevano colto il nodo centrale: la Russia esiste solo in funzione di una missione imperiale, reale o immaginata. Aleksandr Solženicyn, nel saggio La Russia sotto le macerie, lo aveva brutalmente scritto che senza impero, la Russia rischia di scoprire di non sapere chi è. Putin ha trasformato questa angoscia semi-collettiva in ideologia di Stato. Il suo discorso di Monaco del 2007, l’annessione della Crimea nel 2014 e infine il saggio del luglio 2021 sull’“unità storica di russi e ucraini” sono tappe di un’unica narrazione: l’Ucraina non come soggetto, ma come errore; la sovranità altrui come concessione temporanea; la forza come strumento legittimo di riordino dello spazio post-sovietico.
L’invasione del 2022 nasce da questa premessa. Doveva essere l’atto fondativo della restaurazione imperiale. Come ha scritto Foreign Affairs nei mesi successivi, Putin non mirava solo a Kiev, ma a ristabilire il principio secondo cui la Russia potesse ancora decidere chi è sovrano e chi no nel suo “estero vicino”. Il risultato, tre anni dopo, è esattamente opposto. La guerra in Ucraina non ha ampliato l’impero russo, lo ha rimpicciolito, smontato pezzo per pezzo, spesso senza neppure bisogno di un avversario diretto.
Il primo cedimento evidente è avvenuto in Medio Oriente. L’intervento in Siria del 2015 aveva permesso a Mosca di tornare sulla scena globale come potenza indispensabile, capace di salvare Assad e di porsi come interlocutore ineludibile per tutti: dall’Iran a Israele, fino alla Turchia. Non a caso The Economist aveva definito la Siria “il laboratorio del ritorno russo”. Un laboratorio che però oggi è imploso. Il crollo del regime di Assad ha mostrato che la protezione russa è diventata contingente, fragile, subordinata ad altre priorità. Mosca non aveva più né risorse militari né capitale politico per sostenere un alleato mentre veniva risucchiata dalla guerra di logoramento in Ucraina.
Parallelamente si è incrinato il pilastro iraniano. L’asse Mosca-Teheran, celebrato come alternativa all’ordine occidentale, si è rivelato vulnerabile. Gli attacchi congiunti di Israele e Stati Uniti hanno colpito duramente le capacità iraniane, gli hanno inflitto un’umiliazione politica, che in una regione nella quale i rapporti sono da sempre concepiti sull’approccio muscolare, si traduce in un affondo strategico e, soprattutto, hanno azzerato i suoi proxy regionali: Hamas, Hezbollah, Houthi. Financial Times e Washington Post hanno sottolineato come l’Iran sia oggi più concentrato sulla propria sopravvivenza interna che sulla proiezione esterna. Le proteste che attraversano il paese non sono un episodio, ma una frattura strutturale. L’ipotesi di un ritorno di un establishment legato all’eredità dello Scià, quindi più permeabile all’Occidente, non è più tabù. Per la Russia significherebbe perdere un alleato strategico e uno strumento di destabilizzazione indiretta.
Ancora più istruttivo è il collasso dell’influenza russa nel Caucaso. Qui Mosca aveva costruito il proprio potere sulla gestione dei conflitti congelati, trasformandoli in leve di controllo. Il Nagorno Karabakh ha segnato la fine di questa illusione. L’Armenia, come hanno raccontato Politico e Carnegie Endowment, ha preso atto che l’alleanza con la Russia non garantiva alcuna sicurezza reale. L’Azerbaijan, dal canto suo, ha rotto progressivamente i rapporti dopo l’abbattimento di un aereo azero da parte russa e una serie di incidenti diplomatici gestiti con arroganza e opacità. È un caso quasi da manuale di declino imperiale: riuscire a inimicarsi contemporaneamente due nemici storici, perdendo il ruolo di arbitro su entrambi è un record negativo non da tutti.
Il quadro non migliora guardando oltre lo spazio ex sovietico. In America Latina, il Venezuela di Maduro rappresentava per Mosca una testa di ponte simbolica e strategica contro Washington. Oggi quel regime è sempre più instabile. The Economist e Reuters hanno più volte sottolineato come una sua caduta avrebbe effetti a catena, mettendo in discussione anche la sopravvivenza del regime cubano. Per la Russia significherebbe la perdita quasi totale di influenza strutturata nel continente.
Sul piano economico e infrastrutturale, il fallimento imperiale assume una forma ancora più tangibile. La Russia doveva essere il grande corridoio eurasiatico, il ponte naturale tra Cina ed Europa. Oggi le merci cinesi aggirano sempre più il territorio russo. Come documentato da Financial Times e da diversi report della Banca Mondiale, il traffico si sposta verso il cosiddetto Middle Corridor, attraverso Caucaso e Asia centrale. Pechino, che Mosca presenta come “partner senza limiti”, si comporta in realtà da potenza predatoria: compra energia russa a prezzi scontati, rileva asset industriali che poi alimenta con materie prime e componenti portate dalla Cina (senza dunque generare crescita reale e indotto in Russia), impone condizioni, riduce la dipendenza logistica e osserva il logoramento del vicino con il distacco di chi sa che l’altro non ha alternative. È l’amicizia tipica dei rapporti asimmetrici, non delle alleanze paritarie.
E l’ulteriore paradosso è che la guerra lanciata in nome della sicurezza ha prodotto una insicurezza strutturale permanente. L’aggressione all’Ucraina ha innescato un riarmo generalizzato in Europa, l’allargamento della NATO, una militarizzazione stabile dei confini russi. Come ha scritto Foreign Policy, il Cremlino è ora prigioniero delle proprie paranoie: costretto a investire per anni risorse enormi (che non ha) in difesa e sicurezza interna, a scapito della tenuta finanziaria e sociale del paese. È una spirale che non ha nulla a che fare con l’ascesa di un nuovo impero, ma che ricorda anzi in modo fin troppo evidente la fine dell’ultimo e più grande di sempre, quello sovietico.
La guerra in Ucraina, che doveva essere il mattone fondativo della restaurazione imperiale, si sta dunque rivelando un atto di suicidio geopolitico. Putin ha scoperto troppo tardi che l’impero non si ricostruisce con i carri armati quando il mondo ha smesso di riconoscerlo, e quando persino gli alleati iniziano a prepararsi al dopo. Alla fine resta solo una potenza armata, più povera, più isolata, più temuta che rispettata. E come la storia russa insegna, quando l’impero si restringe fino a coincidere con il regime, è il regime a diventare la prima linea del fronte.
Ogni volta che la Russia entra in crisi sistemica, l’Occidente commette lo stesso errore. Quello di confondere il crollo dello Stato con la trasformazione della società. È accaduto nel 1917, quando la fine dell’Impero zarista non produsse una Russia democratica ma un esperimento totalitario ancora più espansivo. È accaduto nel 1991, quando la dissoluzione dell’URSS fu letta come “fine della storia”, salvo scoprire che sotto le macerie del comunismo non c’era una società civile pronta alla libertà, ma un vuoto identitario presto riempito dal revanscismo imperiale.
Oggi, mentre la guerra contro l’Ucraina consuma risorse, capitale umano e legittimità del potere russo, torna una domanda che in molti evitano per scaramanzia: che cosa farà il mondo del popolo russo, quando (non “se”) la Russia collasserà di nuovo?
Non è necessario indulgere nel wishful thinking per riconoscere che il sistema russo mostra crepe strutturali. La guerra ha accelerato dinamiche già presenti: dipendenza estrema dall’economia di guerra, deindustrializzazione mascherata da autarchia, fuga di cervelli, crollo demografico, militarizzazione della società come surrogato di consenso, repressione totale dello spazio pubblico. Il potere è sempre più personalistico, la successione opaca, le élite tenute insieme non da un progetto ma dalla paura.
Sono segnali che ricordano da vicino la fase terminale dell’URSS. Non tanto per l’imminenza cronologica del collasso, quanto per la rigidità del sistema, incapace di riformarsi senza autodistruggersi. Quando un regime può sopravvivere solo radicalizzandosi, il problema non è se cadrà, ma come e cosa lascerà dietro di sé.
Qui entra in gioco un nodo più profondo, su cui numerosi studiosi hanno insistito. Da Richard Pipes a Martin Malia, da Orlando Figes a Timothy Snyder, passando per Aleksandr Etkind e Marlene Laruelle, tutti i grandi storici e studiosi concordano sul fatto che la Russia storicamente fatica a concepirsi come Stato-nazione. La sua identità politica non nasce dal patto civico, ma dall’espansione territoriale. Quando smette di crescere, implode.
Non è un caso che Putin, nel suo saggio del 2021 sull’“unità storica” di russi e ucraini, non parli mai di cittadinanza, diritti o confini legittimi, ma solo di spazio, destino e subordinazione. È la prosecuzione di una tradizione che attraversa zarismo, bolscevismo e putinismo: cambiano i simboli, resta l’idea che senza impero la Russia non sia nulla, o peggio, non sia legittima.
Il breve esperimento di libertà degli anni ’90 lo dimostra in modo brutale. Le libertà civili furono percepite non come strumenti di emancipazione, ma come caos. Il pluralismo come umiliazione. La responsabilità individuale come abbandono. In assenza di istituzioni solide e di una memoria democratica, la libertà venne associata alla miseria, mentre l’autoritarismo tornò a essere sinonimo di ordine.
Spesso si invoca la Germania post-hitleriana come modello: denazificazione, rieducazione civica, integrazione europea. Ma il paragone regge solo fino a un certo punto. La Germania fu sconfitta militarmente, occupata, divisa, privata della capacità di raccontarsi come vittima. L’ideologia nazista venne delegittimata in modo totale e irrevocabile, anche grazie alla scoperta pubblica e innegabile dei suoi crimini.
La Russia, al contrario, ha sempre evitato una vera resa dei conti con il proprio passato. Lo stalinismo non è mai stato davvero processato, l’impero sovietico viene rimpianto, la Seconda guerra mondiale è diventata una religione civile che giustifica tutto. Nella retorica putiniana la guerra in Ucraina ne è in fondo una sorta di riedizione, al punto di rendere giustificabile ogni efferatezza. Senza una sconfitta chiara, senza una rottura simbolica, il mito imperiale russo sopravvive a ogni regime.
Pensare di “rieducare” la Russia senza smantellare questo mito equivale a ristrutturare una casa lasciando intatte le fondamenta marce.
La domanda scomoda, ma inevitabile è dunque se sia possibile una “civilizzazione” del popolo russo. E nell’aprire questa riflessione bisogna evitare sia il razzismo culturale sia l’ingenuità liberal. Non esiste alcuna predisposizione genetica all’autoritarismo, ma esistono tradizioni politiche, traumi storici non elaborati e narrazioni collettive tossiche che, se non affrontate, si riproducono.
Una Russia post-collasso potrebbe imboccare due strade. La prima è quella già vista: vittimismo, revanscismo, ricerca del nuovo uomo forte che prometta di “rialzare la testa”. In questo caso, l’Occidente comprerebbe forse vent’anni di tregua, prima che l’orso – ferito ma non addomesticato – esca di nuovo dal letargo.
La seconda strada è più difficile e richiede condizioni drastiche: perdita irreversibile dello status imperiale, decentralizzazione reale, apertura degli archivi, fine del culto della guerra, smilitarizzazione dell’identità nazionale, integrazione condizionata e non gratuita nel sistema internazionale. In altre parole: non solo un cambio di regime, ma un cambio di paradigma.
Il nodo, alla fine, è semplice e inquietante: il problema non è solo Putin, ma ciò che viene dopo Putin. Se il mondo continuerà a trattare la Russia come una potenza “naturalmente” destinata a essere imperiale, continuerà a produrre mostri. Se invece accetterà che una Russia post-imperiale sarà più piccola, più frustrata e inizialmente più instabile, ma potenzialmente meno pericolosa, allora forse il ciclo potrà spezzarsi.
Non è certo una promessa di pace eterna. Ma è una scommessa sulla storia. L’alternativa è continuare a illuderci che ogni collasso russo sia l’ultimo, salvo scoprire, puntualmente, che l’orso non è mai stato curato: solo sedato. E prima o poi, si sa, si sveglia.
Soldiers, sailors, air force personnel and marines of our #NATO Alliance, civilians and reservists.
During this Holiday Season – as in every season – we want to express our deepest gratitude.
For your long hours.
For deploying far from home.
And above all, for keeping our nations free and secure.
Your dedication is a testament to your character.
You do not serve for glory nor riches.
You serve for the people you love, and for the values we share.
During these days – and all other days – we shall also remember those who suffer because of war,
Who have been wounded,
Or who have made the ultimate sacrifice.
We honour you, in true NATO nature, by standing firm together, as we have always done.
Our thoughts go also to your families.
If you are reunited, cherish this time.
If you are apart because of duty, know that every absence and every empty chair, is a sacrifice that matters.
Because what you do matters, to all of us, at every moment, of every day.
And today, our hearts turn again to you, #Ukrainian soldiers, entering a fourth winter in battle.
Four winters of cold nights, of constant danger.
But also of resolve, strong as steel.
We pay tribute to your sacrifice, to your spirit and your courage.
Which do not break.
Reminding us that freedom has defenders,
And that darkness never has the final word.
We hold close your families too,
Who wait for you,
Cherish you,
And hope for you.
Their strength is a quiet burden, carried with dignity.
So, to each of you standing guard on long winter nights, and to every family living through the uncertainty of war:
Your struggle is not forgotten,
Your sacrifice is not unseen, and our support remains unwavering.
Dear all, NATO and Ukrainian troops!
Let these days bring you strength.
Let the love of your families, whether near or far, lift you.
And let the knowledge that you are not alone guide you into the New Year.
#WeAreNATO #StrongerTogether #SlavaUkraini #Ukraine️ #UkraineMilitary 🇺🇦
Il problema dell’informazione italiana è molto più ampio delle bugie di @marcotravaglio o dello scontro @CarloCalenda Sachs da @corradoformigli (di entrambe ho fatto ampio debunk nei post precedenti)
Prendiamo una notizia di questi giorni come esempio di propaganda, volontaria o meno che sia
“5.000 ucraini circondati”:
Il Cremlino annuncia che 5.000 soldati ucraini sarebbero stati accerchiati a Kupyansk e “oltre 5.500” nella zona di Pokrovsk.
Notizia rilanciata come “ultim’ora” da ANSA:
🔗 https://t.co/dmWiFpmKpj
Nessuna conferma indipendente. La fonte unica è russa: dichiarazioni del ministero della Difesa di Mosca, diffuse via agenzia TASS.
Seconda versione della stessa notizia:
🔗 https://t.co/LTTGzh92UO
Ma attenzione: ANSA e TASS hanno un accordo di cooperazione editoriale siglato nel 2023.
Questo patto prevede lo scambio reciproco di contenuti tra le due agenzie anche durante la guerra in Ucraina.
🔗 https://t.co/CUtKwJt9wa
Il presidente ucraino @ZelenskyyUa ha risposto poche ore dopo:
“Le dichiarazioni russe sul presunto accerchiamento … sono una completa menzogna.”
🔗 https://t.co/mUHQelnJcB
Gli analisti OSINT non confermano alcun accerchiamento di massa.
L’Institute for the Study of War (ISW) parla solo di avanzate tattiche limitate nella zona di Kupyansk e Pokrovsk.
🔗 https://t.co/kMhaSYvFS3
🔗 https://t.co/nS9dm0rvvW
🔗 https://t.co/yGHD24uMy0
ISW e altri OSINT (come LiveUAmap) mostrano che:
Le linee ucraine resistono a est, pur sotto pressione.
Non ci sono prove di accerchiamenti completi o di perdite di grandi unità.
🔗 https://t.co/8Nwdlx3j7y
Eppure ANSA e altri media italiani hanno rilanciato la notizia senza avvertenze, riprendendo la versione del Cremlino come fosse un fatto verificato.
Un titolo corretto avrebbe dovuto dire: “Mosca sostiene di aver accerchiato…”, oppure “non ci sono conferme indipendenti”.
🔗 https://t.co/nrC9dQnw30
Questo è un classico esempio di “velina militare” usata a fini propagandistici:
Presentare una vittoria russa per motivare il fronte interno; Indebolire il morale ucraino; Influenzare l’opinione pubblica occidentale con la narrativa del “crollo di Kyiv”.
Per chi segue la guerra, un consiglio:
Controlla sempre se le notizie militari sono confermate da:
Institute for the Study of War (https://t.co/JqyTKr1N62)
LiveUAmap (https://t.co/8Nwdlx3j7y)
Reuters (https://t.co/4msylHoDAG)
BBC News – Europe (https://t.co/TQS7wyabrk)
The Guardian – Ukraine (https://t.co/DjL4aD74k9)
AP News – Ukraine (https://t.co/kAmDLETdMS)
O qui su X @Majakovsk73
E ricordati: se un titolo suona troppo grande (“10.000 ucraini intrappolati!”), chiediti:
Chi lo dice? Con quali prove?
Poi guarda su ISW o LiveUAmap se qualcuno serio lo conferma. Sarebbe il lavoro di un giornalista ma …
La propaganda russa punta sul rumore mediatico.
Quando testate italiane rilanciano queste “vittorie” senza contesto, non informano: diventano megafono di guerra.
Totally ignored by western media, some of the largest protests in Hungary's history just occurred.
The Russian-backed Orban regime has a total media blackout on it for a reason.
Incredibile ma vero. Dopo due anni di menzogne, di calunnie, di informazione fatta di veline di Hamas, il capo ufficio stampa Rai, Incoronata Boccia, lancia il suo j’accuse:
"Si è parlato spesso del cinismo e della spietatezza dell’esercito israeliano, [eppure] non esiste una sola prova che dall’esercito israeliano siano state sventagliate mitragliate contro civili inermi. Eppure questo veniva raccontato, questo è stato detto senza alcuna verifica delle fonti. [Vergogna,] vergogna, vergogna – lo affermo tre volte.
Oggi ci sarebbe da vergare un j'accuse tombale, non solo sul suicidio dell’Occidente o di una parte di esso, soprattutto dell’Europa. Per fortuna ci sono spazi di libertà intellettuali come questo che resistono, ma [sul suicidio del giornalismo]. Io proporrei che oggi, da questa tavola rotonda, possa emergere una candidatura ad Hamas per l'Oscar alla migliore regia, a cui noi giornalisti ci siamo piegati senza alcuno spirito critico.
[Parlando dell'uso del termine 'genocidio'] L’uso ideologico della parola 'genocidio' è strumentale. Con quale faccia, coloro che la usano, usciranno di casa il giorno della Memoria? [Riferendosi ai 'set' di propaganda] I 'set' di Hamas producono propaganda, e il giornalismo mainstream si è piegato a questa narrazione senza verificare le fonti. Non esistono fonti ufficiali sulle vittime a Gaza, e indagini sono in corso per accertare numeri e responsabilità.
Vergogna per questo suicidio del giornalismo, che ha normalizzato una versione dei fatti senza spirito critico."
Parole come pietre, da leggere e condividere