@ElenaFlavioEli@raffaelecaru Sarebbe bene che ognuno prima di tutto guardasse in casa sua. Poi, solo poi, nel caso, in quella degli altri.
E si mettesse, comunque, l’animo in pace.
Un allenatore parla di scontri diretti anche con Como e Roma e si offendono. Poi Juventus e Milan scendono in campo, una contro l'altra, e regalano uno spettacolo indecoroso. Dimostrando che Chivu aveva straragione. Tra l'altro Como e Roma in Champions, Milan e Juve in Europa League.
Chivu in allenamento scherza su un rigore clamoroso non assegnato in favore all'Inter. Invece di parlare di errore che ha rischiato di penalizzare l'Inter (per ricordare a tutti, il gol del Napoli arriva 50 secondi dopo il tocco di Lobotka), impazziscono per una battuta fatta da Chivu in allenamento con i suoi ragazzi.
Chivu sta mandando tutti al manicomio. In campo e fuori. Good Job Mister
@SimoneSilvan2@GioGeneSharp Questa foto e la sua didascalia esprimono al meglio la pochezza umana e politica di Meloni.
Per non parlare della sua intelligenza. Dovrebbe vergognarsi.
@Annaros24028790 Non ne ho nemmeno io…
Regolamento Edilizio del Comune (Art. 110, comma 10): Riconosce esplicitamente il diritto dei bambini al gioco negli spazi aperti e cortili privati. I divieti assoluti, un tempo diffusi, sono stati dichiarati illegittimi dal Comune.
Era il 7 giugno 1984. A Padova, Enrico Berlinguer stava tenendo uno degli ultimi comizi in vista delle elezioni europee.
A un certo punto, dalla folla, qualcuno iniziò a urlare: “Basta, Enrico! Basta!”.
No, non lo stavano contestando. Era paura.
Perché alcune di quelle diecimila persone, ammassate in piazza della Frutta sotto un cielo attraversato dai lampi, si erano accorte che qualcosa non andava: la voce che si impastava, le parole che inciampavano, le mani che avevano cominciato a tremare sul leggio.
Enrico Berlinguer stava male. E loro lo supplicavano di smettere.
Lui scosse la testa e tirò dritto. In quel discorso c’erano cose che voleva dire fino in fondo. E le disse.
Trascinò per dieci minuti ancora la voce e le mani che non gli rispondevano più, fino alla chiusura:
“Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo, è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”.
Furono le sue ultime parole pubbliche.
Lo accompagnarono in albergo, dove poche ore dopo entrò in coma. Lo trasferirono d’urgenza all’ospedale Giustinianeo, dove i medici diagnosticarono un’emorragia cerebrale massiva e capirono subito che non c’era più niente da fare.
Quella sera, a Padova, c’era anche Sandro Pertini, presidente della Repubblica, in città per un impegno di Stato.
Quando gli arrivò la notizia mollò tutto e corse in ospedale, si chinò sul letto di Enrico e gli baciò la fronte. Ai cronisti che gli chiedevano se sarebbe rientrato a Roma rispose con una frase sola, che bastò a far capire al Paese che legame li tenesse insieme: “Qua c’è un mio figlio”. E in quella stanza restò, accanto a lui, per quattro giorni.
L’Italia intanto si era fermata. In molte fabbriche gli operai sospendevano i turni. Davanti all’ospedale di Padova cresceva, ora dopo ora, una piccola montagna di fiori, biglietti e bandiere rosse.
Lunedì 11 giugno l’Unità uscì con quattro parole in prima pagina: “Ti vogliamo bene Enrico”. E quel lunedì stesso, alle 12.45, Enrico Berlinguer morì.
Pertini decise che la salma sarebbe tornata a Roma sul suo aereo presidenziale, accompagnata da lui in persona.
Quando Bettino Craxi e Claudio Martelli protestarono per quella che consideravano una forzatura istituzionale, Pertini rispose con una frase che sarebbe entrata nella leggenda: “Voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta, e io vi porto in aereo a Roma. Vediamo se il PSI prende voti”.
Il 13 giugno, in piazza San Giovanni, si tennero i funerali. Scesero in strade un milione e mezzo di persone: il funerale più grande della storia della Repubblica italiana.
Verso la fine, Sandro Pertini si alzò in piedi. Aveva ottantotto anni, era pallido e sfinito da quattro giorni di veglia. Camminò a fatica fino al feretro, si chinò e lo baciò.
Quattro giorni dopo, il 17 giugno, l’Italia andò a votare per le europee. Il Partito Comunista Italiano prese il 33,3 per cento dei voti e per la prima e unica volta nella sua storia superò la Democrazia Cristiana.
Aveva chiesto di lavorare casa per casa, strada per strada. E gli italiani lo avevano ascoltato: erano andati casa per casa, strada per strada, a portarlo in trionfo un’ultima volta.
Enrico Berlinguer era morto come aveva vissuto: in piedi, su un palco, a parlare alla sua gente. Non chiese mai niente per sé. Lasciò, invece, un’idea di politica come servizio, di onestà come dovere, di coerenza come unica misura di un uomo.
Per questo, oggi, 42 anni dopo, gli vogliamo ancora bene.
Appello per chiunque è a Milano:
avreste una stanza singola libera dai primi di giugno per una giovane ragazza pugliese che sa fare orecchiette e taralli e che è stata finalmente presa per uno stage?
RT perché ho paura dei gruppi Facebook e spero che X possa aiutarmi
@nicole_tosi_ Questo è uno sfottó da tifosi.
Io ricordo un giocatore del Milan con lo striscione ‘la coppa italia mettetevela nel c@@o’.
Chi non sa vincere?
Ricordate sempre che non governano, si vendicano, hanno una fame di potere come pochi, sono altamente incompetenti in ogni settore, usano tutti i canali per arrivare al fine prefissato, non hanno scrupoli né moralità.
Aspettiamoci di tutto.
@capuanogio Intanto beccatevi le sacrosante critiche che vi sta facendo. Avete rotto con la narrazione sull’Inter, che per voi ha sempre un motivo per essere criticata.