Barbara Balanzoni dovrà pagare una multa di 350 € per il reato di diffamazione, oltre a un risarcimento di 15.000 € a favore della Fnomceo (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) e di 3.000 € per il suo presidente Filippo Anelli.
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L'UE ha sanzionato Alexandra Jost, alias Sasha meets Russia. Dietro i vlog su cibo, tradizioni e "valori tradizionali", le inchieste hanno trovato finanziamenti da TV Novosti, controllata da RT.
Anche alcuni italiani che si fingono giornalisti sono pagati da RT per mentire.
Gaza 🇵🇸 è Hamas e Hamas è Gaza 🇵🇸 ?
Gaza non è soltanto un teatro di guerra. È il laboratorio di un sistema politico-militare che ha imparato a sopravvivere al blocco, alle campagne aeree e al cambio di leadership attraverso una struttura economica e diplomatica che va ben oltre i confini del territorio che controlla.
Hamas nasce nel 1987 come emanazione palestinese dei Fratelli Musulmani, fondata dallo sceicco Ahmed Yassin sull'onda della Prima Intifada. Fin dall'inizio si posiziona in opposizione netta all'OLP di Arafat: niente negoziati, niente Oslo, niente riconoscimento di Israele. Trent'anni dopo, quella posizione di principio si è trasformata in un sistema di potere con bilanci che, secondo stime convergenti, superano il miliardo di dollari annui.
Capire quanto Hamas goda di supporto genuino tra la popolazione di Gaza richiede una lettura attenta dei dati demoscopici disponibili e una consapevolezza dei limiti metodologici di qualsiasi sondaggio condotto in una zona di conflitto attivo.
Il Palestinian Center for Policy and Survey Research (PCPSR), diretto da Khalil Shikaki uno degli istituti di ricerca più autorevoli e indipendenti nell'area ha monitorato l'opinione pubblica palestinese con continuità dal 7 ottobre 2023 in poi. I risultati mostrano una traiettoria chiara ma non lineare.
Nelle prime settimane successive all'attacco, il supporto per Hamas rimase elevato sia a Gaza che in Cisgiordania, nonostante il peggioramento rapido delle condizioni umanitarie. Nel giugno 2024, il supporto complessivo per Hamas nei territori palestinesi si attestava al 40%, sei punti in più rispetto al sondaggio precedente. Un dato controintuitivo, spiegabile in parte con la dinamica per cui le campagne militari estese tendono a consolidare, almeno temporaneamente, l'identificazione con il gruppo sotto attacco.
Nel settembre 2024, per la prima volta dall'ottobre 2023, i sondaggi registrarono simultaneamente in Cisgiordania e a Gaza un calo significativo nel gradimento dell'attacco del 7 ottobre, un calo moderato nel sostegno a Hamas, e una riduzione della percentuale di chi si aspettava una vittoria del movimento. Nonostante ciò, Hamas continuava a superare in popolarità tutte le altre fazioni palestinesi.
Nell'ottobre 2025, il 53% degli intervistati riteneva ancora che l'attacco del 7 ottobre fosse stata la decisione giusta in calo rispetto al 71% del marzo 2024, ma ancora maggioritario. A Gaza specificamente, la quota scendeva al 44%.
Un elemento ricorrente nei sondaggi è la distinzione tra supporto politico a Hamas e attitudine verso il suo arsenale. La maggioranza dei gazawi continua a opporsi al disarmo delle Brigate Al-Qassam, anche tra coloro che non voterebbero Hamas alle elezioni. Le brigate sono percepite, indipendentemente dal giudizio su Hamas come partito, come l'unico deterrente militare disponibile in assenza di qualsiasi altro meccanismo di sicurezza credibile.
Il direttore del PCPSR, Shikaki, ha sottolineato anche un problema metodologico non trascurabile: raccogliere dati affidabili in una zona di conflitto è difficile, perché gli intervistati possono temere di essere identificati come informatori. I numeri vanno letti con questa riserva.
La questione di quanto i gazawi entrino in Hamas volontariamente non ha una risposta binaria. Il reclutamento avviene su un continuum che va dall'adesione ideologica convinta alla coercizione diretta, passando per zone intermedie difficili da classificare.
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#hamas #gaza
Bernie Sanders, idolo della sinistra anticapitalista, spiega di essersi comprato una bella casa per la villeggiatura estiva grazie ai proventi di un libro contro il capitalismo.
Meglio di una lezione di Milton Friedman.
GAZA 🇵🇸: carestia, alluvioni, gelo e genocidio non hanno modificato il loro DNA da terroristi.
I palestinesi si dividono in terroristi armati e in terroristi che filmano.
Ieri #ErriDeLuca ha partecipato al Festival della Cultura Ebraica di Roma e, tra le tante cose che ha detto, importante è quella sul significato originario di alcune parole oggi snaturate: l’antisionismo significa la distruzione di Israele e per questo Hamas è antisionista; sionista, invece, è chi riconosce il diritto all’esistenza di Israele.
Ha aggiunto che i palestinesi sono un popolo oppresso da Hamas e devono essere liberati da questa dittatura con la forza militare, come gli italiani furono liberati dal fascismo dalle truppe alleate durante la Seconda guerra mondiale, perché da soli non possono. Quando non si è in malafede e si mantiene la propria integrità, si riesce ancora a chiamare le cose con il loro nome, grazie a @Erriders@Maumol
La Germania non è citata per minimizzare, ma proprio perchè è l'esempio più fulgido della follia di alimentare un'economia industriale senza nucleare, puntando solo su fonti variabili, come solare ed eolico: oltre 600 miliardi di Euro spesi e 200 GW solari ed eolici installati, per avere le bollette più care d'Europa (tutta la bolletta, anche il pezzo trasferito al bilancio dello Stato... non solo lo specchietto per le allodole dei prezzi all'ingrosso in borsa negativi), sbilanciare le reti e "inquinare" il mercato dei Paesi confinanti quando ci sono insieme sole e vento, importare elettricità nucleare francese, e peggio ancora bruciare lignite, carbone e gas, quando mancano, ed infine -suprema beffa- fare tutto questo per difendere l'ambiente ed avere invece (contrappasso dantesco) emissioni specifiche elettriche ormai stabilizzate a 10-11 volte quelle francesi 👇.
Qui tu caschi male, perchè sappiamo bene di che parliamo, ma se anche non avessimo mai studiato uno scenario, basterebbe guardare la Germania per capire facilmente cosa NON si deve fare!
L'ha capito persino il Cancelliere Merz 🤷♂️
A Herat i cuginetti del regime di Nonno aprono il fuoco sulle donne che protestano per la loro regressione coatta al rango di minerali.
Si sa di numerose vittime, fra cui una ragazzina minorenne.
Qualcuno in un noto paese a forma di stivale andava dicendo che erano cambiati.
#Gaza non è quello che ti hanno raccontato
Due milioni di persone stipate in 365 chilometri quadrati. Un popolo unito, una causa sola, una resistenza compatta. È il racconto che passa sui giornali, nei comunicati, nei discorsi. È anche, in buona parte, una fiction.
Gaza è un posto attraversato da rancori antichi, gerarchie non scritte e lotte di potere che esistono indipendentemente da Israele, dall'assedio e dalle telecamere. Nessuno ne parla volentieri né la stampa occidentale, che preferisce la narrativa del blocco monolitico, né Hamas, che ha tutto l'interesse a presentarsi come espressione unitaria di un popolo. Ma le fratture ci sono, sono profonde, e capirle cambia parecchio la lettura di quello che succede laggiù.
Prima del 1948 Gaza era una cittadina di 80.000 abitanti. Famiglie di notabili, proprietari terrieri, mercanti i Muwatinin, i "cittadini". Gente con radici, terra, nome. Poi arrivò la guerra e con la guerra arrivarono i profughi: oltre 200.000 persone scacciate dal sud della Palestina, da Jaffa, Ascalona, Beersheba. I Laji'un.
I discendenti di quei profughi sono oggi circa il 70% della popolazione di Gaza. E per decenni i locali li hanno trattati esattamente come le élite di tutto il mondo trattano i profughi: come un problema, non come uguali. Matrimoni misti quasi impossibili. Distinzioni sociali nette. I Muwatinin avevano terreni e botteghe; i Laji'un avevano le razioni dell'UNRWA. Il risentimento andava in entrambe le direzioni, e non era sottile.
Nel 1994 Oslo aprì le porte a qualcosa che la gente di Gaza non aveva chiesto: un'ondata di quadri dell'OLP rientrati dall'esilio. Dalla Tunisia soprattutto da cui il soprannome immediato e non affettuoso: Al-Tunisiyyeen. Palestinesi, sì. Ma cresciuti a Tunisi, Beirut, Algeri. Con accenti diversi, mogli senza velo, abitudini cosmopolite. E soprattutto: con le chiavi dei ministeri in mano.
Chi aveva passato vent'anni sotto l'occupazione israeliana, chi aveva lanciato pietre durante la Prima Intifada e si era fatto anni di carcere nelle prigioni di Israele, si ritrovò a dipendere da chi era stato al sicuro altrove. I posti di comando andarono ai rientrati. I ruoli subalterni a chi era rimasto.
Questo è uno dei motivi concreto, materiale, non ideologico per cui Hamas vinse le elezioni del 2006 e poi cacciò Fatah con le armi nel 2007. Non fu solo islamismo contro laicismo. Fu la rivalsa di chi era rimasto contro chi era tornato a comandare dopo aver fatto la bella vita in esilio.
Nessun paese arabo ha mai voluto i palestinesi davvero. Nel 1991 il Kuwait li espulse in massa centinaia di migliaia di persone perché Arafat aveva appoggiato Saddam Hussein durante l'invasione. Molti di quelli con radici a Gaza tornarono, o furono rispediti, nella Striscia. Nel 1995 fu Gheddafi a fare lo stesso dalla Libia, per protestare contro Oslo.
Arrivarono a Gaza famiglie abituate a un tenore di vita decente professionisti, impiegati, gente con figli nati all'estero. Trovarono un sistema che non sapeva che farsene. Senza documenti palestinesi validi, fuori dai registri, senza diritto formale di accedere ai servizi. Invisibili. Né rifugiati riconosciuti né cittadini. Un sottostrato burocratico che durava anni, a volte decenni.
Sotto tutto il resto sotto #Hamas, sotto Fatah, sotto l'UNRWA ci sono le hamula, i clan familiari. A Gaza contano più di qualsiasi struttura politica formale. Decidono chi ottiene cosa. Gestiscono le dispute, controllano i quartieri, distribuiscono gli aiuti, fanno e disfano alleanze. Nei campi profughi i clan spesso si sovrappongono ai villaggi di origine del 1948: la famiglia è anche la memoria è anche il potere.
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Per mesi i palestinesi di Gaza sono stati descritti come vittime dell’esercito israeliano.
Ora una Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite documenta qualcosa che troppo spesso è stato volutamente ignorato: torture, esecuzioni pubbliche e gravi violenze commesse da Hamas contro civili palestinesi.
Secondo il rapporto, tra agosto 2024 e gennaio 2026 sono stati registrati 249 casi di esecuzioni extragiudiziali o violenze gravissime. Almeno 108 persone sono state uccise e 384 ferite.
Le vittime erano palestinesi accusati di collaborare con Israele, rubare aiuti umanitari, appartenere a fazioni rivali o semplicemente erano considerati non sottomessi ad Hamas.
L'ONU parla di possibili crimini di guerra.
Hamas non è soltanto il nemico di Israele. È nemico dei palestinesi.
I giornali e le televisioni, che da quasi 3 anni prendono come oro colato la propaganda di Hamas, ignoreranno il rapporto dell’ONU
Cancellare queste vittime non aiuta i palestinesi.
Giustificare Hamas e i suoi metodi non aiuta i palestinesi.
Perché nessun popolo può essere difeso fingendo di non vedere chi lo opprime. Leggi l’articolo di Daniele Scalise al link: https://t.co/B1KOyXOk9e
24 ore fa, è stato rivelato che Hamas sta torturando centinaia di civili palestinesi negli ospedali e nelle scuole.
Nessuna istituzione, nessun media, nessun leader politico, nessun gruppo pro-palestinese ha commentato e condannato queste atroci violenze.
Ma che strano!
Il gay Pride a Tel Aviv, in un paese genocida, terrorista, pieno di apartheid.
Chissà perché non c’è nessun gay Pride a Gaza o a Teheran o a Karachi.
Forse perché lì li impiccano?
Titoli mai stati - @bonathos
Penso che in questi due anni ci siamo persi un sacco di scoop. Tantissimo buon giornalismo che non è potuto nascere né crescere per un solo motivo. Nessuno lo ha voluto pubblicare.
Voglio fare ammenda e pubblicare un po’ di titoli che ci sarebbero potuti stare e non ci sono purtroppo stati:
LA CISGIORDANIA NON ESISTE
Clamoroso, pare che quel territorio chiamato Cisgiordania e prima ancora West Bank, in realtà è costituito dai territori il cui vero nome è Giudea e Samaria e appartengono ad Israele dal 1922.
HAMAS NON SI ARRENDE
Incredibile! Il nostro inviato ha finalmente scoperto il motivo del permanere dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza.
IL GENOCIDIO NON HA PROVE
Scoop sensazionale! Del genocidio di cui si parla da più di due anni e che pareva fosse iniziato il giorno dopo il 7 ottobre non esiste ancora alcuna prova e tutti i report Onu che ne parlano in realtà citano fonti del ministero della salute di Hamas.
LA CARESTIA NON C’È MAI STATA
Senzazionale scoperta del nostro inviato. La popolazione di Gaza ha un’apporto calorico medio superiore alla media europea.
HEZBOLLAH È LA CAUSA DELL’INVASIONE DEL LIBANO DA PARTE DELL’IDF
Sembra incredibile ma pare che dietro il disegno imperialista sionista coloniale dell’invasione del Libano da parte di Israele ci sia una banale caccia all’organizzazione terrorista.
30MILA RAZZI LANCIATI DA HAMAS IN UN ANNO SU ISRAELE.
Da accertamenti ancora in corso pare che Hamas non fosse solo un’organizzazione pacifica e caritatevole ma si dedicasse a lanciare razzi su Israele direttamente dalle finestre degli appartamenti e dai tetti dei palazzi di Gaza.
I GIORNALISTI PALESTINESI NON ERANO VERI GIORNALISTI MA TERRORISTI.
La notizia è appena arrivata nelle nostre redazioni. Non solo ma si ipotizza che nella striscia di Gaza non sia mai esistito un giornalismo libero in quanto ogni notizia è filtrata dal regime di Hamas e pare che addirittura non esistesse pluralismo dell’informazione.
LA FLOTILLA AVEVA LE STIVE VUOTE
La notizia ha dell’incredibile ma pare che le stive delle barche che dovevano salvare Gaza dalla carestia sionista fossero tutte vuote. Chiamati a fornire prove in foto e video delle stive piene i naviganti della flotilla hanno risposto che purtroppo le foto non le avevano condivise e i cellulari non si sa come sono tutti quanti caduti in acqua.
I PALESTINESI NON HANNO MAI VOLUTO DUE POPOLI DUE STATI.
Stiamo verificando ma pare che l’ipotesi due popoli due stati caldeggiata da tutti gli stati occidentali in realtà non è mai stata accettata dai palestinesi che al suo posto hanno sempre preferito un più semplice genocidio di tutta la nazione israeliana.
Ma tu guarda, @pressfreedom ha rimosso altri nomi dalla lista “giornalisti uccisi da Israele”,perché ha dovuto ammettere che erano combattenti di hamas.
Dovrebbe essere uno scandalo mediatico e invece i nostri giornalisti passeranno con disinvoltura alla prossima calunnia.
#Hamas trasforma ospedali e scuole di #Gaza in camere di tortura, ristabilendo lo stato di polizia: i #gazawi descrivono orribili interrogatori e pestaggi.
I video girati dai palestinesi, descrivono vividamente torture e prigionia in luoghi che dovrebbero essere rifugi riservati ai civili.
“Continuano a riempire gli ospedali. Non sono stati dissuasi né fermati, nonostante le suppliche della gente affinché smettano di nascondersi all'interno degli ospedali. Le percosse, le torture e i trascinamenti di persone negli ospedali non avvengono in segreto o tramite operazioni di intelligence sotto copertura. Avvengono proprio davanti agli occhi della gente per seminare il terrore e rafforzare la nostra paura e la nostra sensazione che Hamas sia presente.”
"Se non ti piace quello che succede ti trattano come una spia, o come se lavorassi per un'agenda straniera, come se fossi contro la resistenza".
Cosa hanno da dire i fans della “resistenza”? Nessun commento @FranceskAlbs ? @mannocchia ?
https://t.co/OS4JWtEV93
Unico @brunoriRai (👏) a fare un servizio sul nord Israele martellato giorno e notte da razzi e droni
Ha spiegato perché Israele sta combattendo Hezbollah,mentre altri giornalisti ci propinano interviste dei terroristi
𝐍𝐞𝐥 𝐂𝐨𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞: 𝐆𝐞𝐫𝐮𝐬𝐚𝐥𝐞𝐦𝐦𝐞
di Roy Benas
Nel giugno del 2008, Mordechai Kedar venne intervistato su Al Jazeera. Kedar è un arabista israeliano, docente all’Università Bar-Ilan di Tel Aviv, con un dottorato in studi arabi e venticinque anni trascorsi nell’intelligence militare israeliana, specializzato in gruppi islamici, discorso politico del mondo arabo e media in lingua araba. Parla arabo correntemente. Kedar è uno studioso che conosce le fonti meglio di chi gli siede di fronte. Il Los Angeles Times lo ha descritto come uno dei pochi commentatori israeliani che appare regolarmente sui canali satellitari arabi a difendere Israele — in arabo, sul loro stesso terreno.
Quella sera, il pretesto era una notizia fresca: il governo israeliano aveva annunciato la costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme Est. Per Al Jazeera era l’occasione per un confronto in diretta. Il conduttore era Jamal Rian, volto noto della rete.
Ne seguì questo scambio:
Intervistatore:
“Si collega ora da Tel Aviv Mordechai Kedar, del Dipartimento di Studi Arabi dell’Università Bar-Ilan. Signor Kedar, questa decisione non rischia di piantare un altro chiodo nella bara dei negoziati di pace israelo-palestinesi?”
Kedar:
“Non riesco davvero a capire questo tipo di ragionamento. Forse Israele ha bisogno del permesso di qualcuno al mondo? Questa è la nostra capitale da 3.000 anni. Eravamo già qui quando i vostri antenati bevevano vino, seppellivano vive le loro figlie e adoravano al-Uzza, al-Lat e Manat. Perché dovremmo anche solo discutere di una cosa simile? Questa è la nostra città da 3.000 anni, e tale rimarrà per sempre.”
La citazione delle tre divinità preislamiche — al-Uzza, al-Lat e Manat, le cosiddette “figlie di Allah” venerate nell’Arabia pre-islamica e condannate nel Corano stesso — non era casuale. Era un affondo preciso, pronunciato in arabo perfetto, davanti a un pubblico arabo. Kedar stava dicendo, nella loro lingua e con le loro stesse categorie culturali: conosco la vostra storia meglio di quanto voi vogliate ammettere.
Intervistatore:
“Mi scusi, mi scusi, signor Kedar. Se vuole parlare di storia, allora parliamo del Corano. Lei non può cancellare Gerusalemme dal Corano. La invito a evitare espressioni offensive nei confronti degli arabi e dei musulmani. Restiamo in argomento, per favore.”
Era una mossa classica: spostare il terreno sul testo sacro, dove l’interlocutore occidentale di solito si ferma, si scusa, cambia argomento. Rian probabilmente non si aspettava quello che stava per arrivare.
Kedar:
“Gerusalemme non è menzionata nel Corano! Gerusalemme non è menzionata nel Corano nemmeno una volta!”
L’intervistatore rimase visibilmente senza parole.
Nel tentativo di riprendersi, Rian citò un versetto in cui credeva che Gerusalemme comparisse — ma si bloccò a metà frase, realizzando in diretta che il testo parlava soltanto di al-Masjid al-Aqsa, “il luogo di preghiera più lontano”, senza menzionare Gerusalemme per nome. Kedar non lasciò passare il momento: “Non puoi riscrivere il Corano in diretta su Al Jazeera.”
Il fatto è storicamente incontestabile. La sacralità islamica di Gerusalemme non si fonda sul Corano, ma su interpretazioni teologiche successive e sugli hadith — le tradizioni del Profeta — elaborati in gran parte per ragioni politiche nei secoli successivi alla conquista araba della città. Gerusalemme, che nella Bibbia ebraica compare centinaia di volte, nel testo coranico è semplicemente assente. Kedar lo sapeva. E lo disse, in arabo, in faccia al mondo arabo.
Perché questo momento conta ancora oggi.
Quello che rese straordinaria quella diretta non fu soltanto il contenuto — fu la forma. Kedar non stava parlando dell’arabo a un pubblico occidentale. Stava parlando in arabo a un pubblico arabo, su un canale arabo, smontando una narrativa che quella stessa audience dava per scontata da decenni.
Il meccanismo che Rian tentò di attivare è uno dei più collaudati nel dibattito pubblico sul conflitto mediorientale: invocare l’offesa, chiamare fuori l’interlocutore per le sue parole, spostare l’attenzione dal merito della questione alla sensibilità ferita. È una forma di immunizzazione del discorso — finché funziona. Quella sera non funzionò, perché Kedar non abbassò la voce, non si scusò e non cambiò argomento.
C’è anche una dimensione più profonda. Quando Kedar disse che Gerusalemme non compare nel Corano, non stava semplicemente correggendo un errore storico. Stava toccando un nervo scoperto dell’identità islamica: il fatto che la santità di Gerusalemme per l’Islam sia una costruzione relativamente tarda, motivata in larga parte dalla rivalità politica con l’ebraismo e il cristianesimo. Come spiegò Kedar stesso in seguito, nell’ottica islamica tradizionale l’Islam è venuto al mondo per sostituire le religioni precedenti, non per coesistere con esse. Il ritorno degli ebrei a Gerusalemme e la ricostituzione dello Stato d’Israele rappresentano quindi, per quella visione del mondo, non solo una sconfitta politica ma una sfida teologica: la storia non è andata come doveva andare.
È questo il motivo per cui quella domanda — semplice, diretta, filologica — produsse un silenzio così eloquente. Non era una provocazione. Era una verità che nessuno, su quel palcoscenico, era preparato ad affrontare.
Un deputato russo lo ammette, in Donbas nel 2014 erano i russi ad uccidere i civili ucraini. Vi presento il generale Andrey Gurulev e vi invito ad ascoltare le sue parole.
Com'era quella storia dei civili del Donbas? Alla fine la verità torna sempre a galla, e i colpevoli dovranno rispondere davanti al mondo intero. 💔