Quando una notizia è un trattato di sociologia.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di tagliare i fondi per chi vuole andare a studiare nel Regno Unito. Motivo? Nelle università britanniche c’è il rischio di essere esposti alla propaganda della Fratellanza Musulmana, bandita nel paese del golfo.
La disuguaglianza economica ci rende davvero infelici? I dati supportano il classico “nì”, perché la realtà, come sempre, non segue gli slogan.
È una delle narrazioni più consolidate degli ultimi lustri, sui media e anche tra molti scienziati sociali: vivere in una società diseguale erode il benessere psicologico di tutti, creando ansia da status e competizione tossica. Eppure un nuovo, imponente meta-studio appena pubblicato su Nature (link in fondo) mette seriamente in crisi l’idea di un effetto medio negativo generalizzato.
Il paper è una meta-analisi enorme (168 studi che utilizzano dati multilivello: 11'389'871 partecipanti provenienti da 38'335 unità geografiche): in media, l’associazione tra disuguaglianza e benessere soggettivo è sostanzialmente nulla; e per la salute mentale, l’effetto “negativo” che si vede in alcuni lavori si ridimensiona drasticamente quando si tiene conto del bias di pubblicazione (cioè della tendenza a far emergere più facilmente studi “conclusivi” e in linea con l’ipotesi negativa; una delle iatture dell'accademia, ma le cose stanno cambiando).
La parte davvero interessante, però, è un’altra: il contesto cambia tutto. L’effetto non è “sempre uguale”, e in alcuni casi può perfino cambiare segno. In particolare, la disuguaglianza risulta associata a maggior malessere in contesti di alta inflazione, mentre in contesti di bassa inflazione l’associazione può diventare addirittura positiva (uno sprone).
Attenzione: questi risultati sono promettenti, ma sono anche la parte più fragile dell’evidenza, e infatti vanno trattati con cautela, anche se lo studio li replica su dati diversi.
Tutto risolto quindi? Non proprio (è il bello delle scienze sociali!). Anzi: lo studio è metodologicamente molto solido nel lavorare sui (meta)dati esistenti, ma mette a nudo un problema strutturale enorme: la nostra difficoltà a misurare davvero la disuguaglianza e di collegarla alla vita vissuta.
A mio avviso, esistono almeno 4 ostacoli metodologici che spesso ignoriamo e che rischiano di rendere queste analisi, per quanto sofisticate, parziali:
1) L’illusione dell’unidimensionalità. Ci limitiamo quasi sempre a un singolo indice, come quello di Gini. Ma un numero non può catturare la complessità sociale. Dire “Gini = 0.35” non ci dice se la disuguaglianza deriva da un ceto medio che scivola verso il basso o da un 1% che si arricchisce molto in una società di benestanti. Le ricadute psicologiche di questi scenari sono diverse, ma l’indice le appiattisce. Qui, come sempre, vi rimando a un mio vecchio video su YouTube: https://t.co/JeV5rtuzmc
Nota per i puntigliosi: lo studio rifà anche analisi con indicatori alternativi e i risultati principali reggono; il punto è che anche quando reggono, un singolo numero resta una compressione brutale della realtà, e purtroppo è la norma.
2) L’autopercezione. Moltissimi studi si basano su survey in cui i partecipanti dichiarano il proprio reddito. Sappiamo bene che questi dati sono spesso distorti: i super-ricchi non rispondono ai sondaggi, le vere fasce marginali sono irraggiungibili, molti mentono, e tutti tendiamo a collocarci “un po’ più in basso” di dove siamo realmente (perché la povertà è anche relativa, e talvolta soggettiva*). Fondare le analisi sul dichiarato è un problema non secondario.
3) Il buco nero dei dati. In Paesi come l’Italia questo limite è critico: manca un database centralizzato e integrato dell’assistenza. Non abbiamo un’anagrafe che incroci perfettamente redditi, patrimoni e tutto il welfare erogato (sussidi locali, bonus, assistenza in natura, sanità). Senza sapere qual è il vero “reddito disponibile” e il pacchetto di servizi reale a cui il cittadino accede, stiamo calcolando la disuguaglianza su una mappa bucata. Misuriamo la disuguaglianza “fiscale”, che è ben diversa dalla realtà vissuta dalle famiglie. E il numero di famiglie che usufruiscono di prestazioni ISEE è lì a ricordarcelo. O crediamo che tutti quelli che non pagano le tasse universitarie vengano da famiglie che non mangiano, giusto per fare un esempio?
4) La disuguaglianza è un film, non una foto. Se l’inflazione cambia l’effetto sul benessere, è perché la disuguaglianza è un concetto dinamico: è più tollerabile se percepisco mobilità sociale (“posso farcela anch’io”, il cosiddetto tunnel effect), diventa tossica se l’ascensore sociale è rotto (come nello Stivale). Le analisi statiche faticano a cogliere questa sfumatura decisiva: non conta solo “quanto” è diseguale una società oggi, ma come ci si arriva e che prospettive apre o chiude. Senza contare che per vedere movimenti significativi di un indice come il Gini servono politiche forti e anni, se non lustri, e non tre trimestri messi in croce (frecciatina per quelli che misurano la disuguaglianza in paesi come l'Argentina su dati trimestrali).
In sintesi: questo studio è un bagno di realtà utile perché smonta certi automatismi. Non è detto che sia la disuguaglianza “in astratto” a deprimerci sempre e comunque; spesso contano di più vulnerabilità economica assoluta, aspettative e condizioni degradate (inflazione, instabilità politica). Ma finché non avremo dati più granulari (amministrativi e non solo survey) e sistemi integrati per leggere reddito disponibile e ricchezza reale, assieme ad altre dimensioni del vivere sociale, rischiamo di non vedere le sfumature che fanno la differenza nella vita delle persone. Con grave detrimento per i poveri. Quelli veri.
* Un po' come il mio vicino, che ha una villa sul lago in Svizzera, due auto di pregio, uno chalet a Gstaad, altre amenità, e pensa di stare nel "lower 99%" contro "il top 1%", mentre io lo ascolto e scuoto la testa.
https://t.co/1q8Urs5afy
@a____capo Senza contare che gli USA vogliono impossessarsi del pabellón criollo (traducibile come carne alla creola oppure bandiera creola), un piatto considerato tra i più importanti e rappresentativi della cucina venezuelana anche se originario della Palestina
@KersevanRoberto Infatti per assurdo secondo LCOE costruire tre reattori di fila in 60 anni e buttare via il precedente sarebbe lo stesso che farne solo uno. È c'è chi si offende quando glielo fai notare
Ho appena dimostrato, con i dati stessi di Lazard che vengono citati A CAZZO DI CANE dai vari guru "verdi" come @GiaSilvestrini@franferrante@gonufrio🤡 @LuMo71@g_rizzo76 che figli&nipoti NON avranno molto da pagare per il⚛️ mentre avranno MOLTISSIMO da pagare per fottoV/eolico
Cosa significano questi $142/MWh?
E' il valore al quale vendendo TUTTI I MWh generati in 20 anni si RIPAGA TUTTO il costo capitale di $9020/kW al 7,7% di interesse.
Lo vedete dove nasce LA TRUFFA IDEOLOGICA?
I reattori NON durano 20 anni, o poco piu', come fottoV e eolico!
Ciascuno difende il proprio assistito come meglio crede ma se la controparte fosse stata una donna cosa leggeremmo oggi sui giornali contro questo avvocato e la sua teoria?
#Dibattista che fa la gita in Siria con #hannoun e i #propal che finanziano #hannoun. Due possibilità:
1) Sono tonti. 2) Sono conniventi.
Credo sia la 1.
Ma temo sia la 1.
La 2 richiederebbe del ragionamento.
@MarcoCantamessa Ci sarebbe da fare una bella indagine sistematica con dati precisi di tutto ciò che ostacola il percorso tra il reato e l'espulsione.
Solo cosi si può intervenire senza rimbalzarsi le colpe